Categoria: Romantico

  • Challengers — Recensione

    di Luca Guadagnino   |   2024   |   Drammatico / Romantico / Sportivo   |   131 min


    Prima impressione

    Challengers è un film su tre corpi che non smettono di orbitarsi intorno. Luca Guadagnino costruisce un triangolo amoroso che si svolge nell’arco di tredici anni, non linearmente, saltando avanti e indietro nel tempo come una pallina che attraversa il campo da un lato all’altro. È un film che si capisce solo alla fine — o forse non si capisce del tutto neanche allora. E forse è questo il punto.

    Il 7.4 dice che ho apprezzato il film senza esserne travolto. C’è qualcosa che funziona magnificamente — la tensione, la musica, Zendaya — e qualcosa che rimane irrisolto, come uno scambio di battute interrotto a metà frase.


    Trama e temi

    Tashi Duncan (Zendaya) era una promessa del tennis. Un infortunio al ginocchio ha chiuso la sua carriera prima che potesse diventare quello che avrebbe dovuto essere. Oggi è la coach del marito Art Donaldson (Mike Faist), ex amico inseparabile di Patrick Zweig (Josh O’Connor), suo ex fidanzato. Art è in una crisi di risultati. Tashi decide di iscriverlo a un Challenger — un torneo di seconda fascia, destinato ai professionisti che stanno risalendo o a quelli che stanno scendendo. Al torneo compare anche Patrick, senza soldi e senza ranking.

    La struttura narrativa è non lineare: il film salta tra 2006, 2019 e 2024, costruendo il quadro a pezzi. Ogni salto temporale aggiunge un dettaglio che cambia il senso di quello che abbiamo già visto. Guadagnino usa il tempo come fa con il desiderio: non lo mostra direttamente, lo lascia intuire dai contorni.

    Il tema centrale non è il tennis. Il tennis è il linguaggio — il modo in cui questi tre personaggi si parlano quando non riescono a farlo davvero. Ogni scambio in campo è una conversazione interrotta. Ogni punto è una decisione su chi vuole vincere davvero e contro chi. Challengers è un film sul desiderio come forma di competizione e sulla competizione come forma di intimità. Tashi non ama Art o Patrick in modo esclusivo: ama vincere, e entrambi sono strumenti — e vittime — di quell’unica ossessione.


    Regia e visione artistica

    Guadagnino è un regista sensoriale. Come in Call Me by Your Name e Bones and All, il suo cinema non racconta storie: le abita. La macchina da presa si muove vicino ai corpi, si ferma sui dettagli — una mano, uno sguardo, il sudore su un avambraccio — e lascia che il montaggio costruisca la tensione più che la narrazione esplicita.

    In Challengers la sua regia raggiunge una dimensione quasi sportiva: ci sono sequenze girate come fossero partite di tennis, con la macchina da presa che segue la pallina. Ci sono soggettive dalla pallina stessa — un punto di vista impossibile, quasi ironico — che diventano il simbolo visivo del film: tutti guardano la palla, ma nessuno sa chi vincerà. Nessuno, forse, vuole davvero vincere.

    Il film è montato da Marco Costa con una precisione da metronomo. Il ritmo è quello di un punto lungo: tutto costruisce verso un momento che non arriva mai del tutto — e quando arriva, lo fa in modo obliquo. Rispetto a Call Me by Your Name, che si concedeva la languida lentezza dell’estate, Challengers è più nervoso, più controllato, più algido. Un film che preferisce colpire che abbracciare.


    Aspetti tecnici

    Colonna sonora. Trent Reznor e Atticus Ross firmano la colonna sonora più discussa dell’anno. Pulsante, elettronica, quasi opprimente nelle sue iterazioni ritmiche, trasforma ogni sequenza in qualcosa di fisico. Non commenta le emozioni: le provoca. La scelta di un sound così contemporaneo e aggressivo per un film ambientato nel mondo relativamente tradizionale del tennis è una delle decisioni più coraggiose del film — e funziona. Ascoltarla separatamente è quasi una seconda esperienza completa.

    Fotografia. Sayombhu Mukdeeprom — collaboratore storico di Guadagnino — firma una fotografia satura, calda, con una palette che cambia leggermente tra le epoche: più dorata nel 2006, più fredda e artificiale nel 2024, come se il tempo avesse tolto qualcosa alla luce dei personaggi. Le sequenze di tennis sfruttano angolazioni insolite — al livello della rete, dall’alto, dalla prospettiva della pallina — che danno al campo da gioco una geometria quasi opprimente.

    Montaggio. Marco Costa costruisce la non-linearità con grande mestiere. Il film non segnala sempre con chiarezza quando siamo — si aspetta che lo spettatore tenga il conto, usi i capelli di Zendaya come calendario, riconosca le stanze dagli oggetti. È un montaggio che presuppone attenzione attiva, e per questo può escludere chi preferisce essere portato per mano.


    Il cast

    Zendaya è la rivelazione del film. Non nel senso che non l’avessimo mai vista recitare — ma nel senso che qui riesce a tenere insieme contraddizioni difficilissime da bilanciare. Tashi è crudele, intelligente, ferita, dominante, dipendente: non una sola cosa. Zendaya la incarna senza giudicarla, senza ammorbidirla, senza cercare la simpatia dello spettatore. È la performance dell’anno 2024, e probabilmente quella che le aprirà le porte di un cinema ancora più adulto e esigente.

    Josh O’Connor è Patrick: il personaggio meno brillante sulla carta, il più sfuggente, quello di cui non sai mai se stai apprezzando o sospettando le intenzioni. O’Connor lo rende magnetico proprio per questa ambiguità — non capisci mai del tutto cosa vuole, e lui sembra non saperlo neanche lui. È un’interpretazione fisica, corporea, fatta di posture e sguardi oltre che di battute.

    Mike Faist ha il compito più ingrato: essere il marito, il vincente che non sa di starlo diventando per ragioni che non gli appartengono, l’uomo che Tashi usa come veicolo per la vittoria che lei non può più ottenere. Faist lo porta con una dignità silenziosa che emerge soprattutto nella seconda metà, in quella scena al ristorante dove finalmente capiamo — o crediamo di capire — quanto veda.


    La produzione

    Challengers nasce da una sceneggiatura originale di Justin Kuritzkes — nella vita marito di Celine Song, regista di Past Lives. Guadagnino la scelse dopo averla letta e chiamò Zendaya non solo come protagonista ma anche come produttrice esecutiva. Le riprese si svolsero principalmente nel 2022 tra Boston e Atlanta su un budget di 55 milioni di dollari.

    Il lavoro di preparazione atletica è stato notevole. Zendaya, O’Connor e Faist si sono allenati per mesi prima delle riprese con ex giocatori professionisti — non per diventare tennisti veri, ma per avere sufficiente fluidità fisica da risultare credibili. Il lavoro si vede: nelle sequenze in campo non c’è quella goffaggine che spesso tradisce gli attori nei film sportivi. I corpi sembrano davvero sapere dove mettere la racchetta.

    La scena finale — la pallina in aria nell’ultimo scambio del match — fu girata su una piattaforma elevabile che permetteva alla macchina da presa di seguire la traiettoria del colpo con entrambi i giocatori in campo contemporaneamente. Guadagnino ha tenuto volutamente aperto il finale: non ha rivelato cosa succede alla pallina, e nei test screening la sequenza conclusiva non fu mostrata nella sua versione definitiva per evitare che circolasse.


    Accoglienza, premi e impatto culturale

    Challengers fu presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2024 — dove non vinse il Leone d’Oro (andò a Ancora qui di Brady Corbet) ma ricevette una delle standing ovation più lunghe della selezione. Al botteghino raccolse circa 94 milioni di dollari worldwide su un budget di 55 milioni — non un blockbuster, ma un successo solido per un film d’autore distribuito da Amazon MGM Studios.

    La critica fu entusiasta: 86% su Rotten Tomatoes, 79 su Metacritic. Il pubblico più diviso: la struttura non lineare e il finale aperto generarono reazioni polarizzate. Ai Golden Globes 2025 Zendaya fu nominata per la Migliore attrice in un film drammatico — riconoscimento meritato per una delle sue prove più mature. La colonna sonora di Reznor e Ross vinse diversi premi di categoria nella stagione dei premi 2024-2025.

    Il film ha generato un dibattito culturale interessante: il finale aperto — quella pallina che non cade — è diventato uno dei momenti più discussi del cinema recente, con interpretazioni che variano radicalmente. Guadagnino si è rifiutato di commentare. È la cosa giusta da fare.


    Curiosità per cinefili

    Il sandwich fu parzialmente improvvisato. La sequenza in cui Patrick e Art siedono ai lati di Tashi al torneo universitario — la scena in cui tutto comincia — fu parzialmente improvvisata da Josh O’Connor e Mike Faist durante le riprese. Guadagnino la tenne così com’era, riconoscendo nella spontaneità qualcosa di irripetibile.

    Reznor e Ross non erano la prima scelta. Guadagnino aveva inizialmente pensato a una colonna sonora più classica, vicina al mondo del tennis. Poi sentì un demo di Trent Reznor e Atticus Ross e cambiò completamente direzione. La colonna sonora fu quasi interamente composta prima dell’inizio delle riprese e fu usata sul set per creare l’atmosfera durante le riprese stesse.

    Il titolo ha due significati. Un Challenger è il nome del torneo tennistico di categoria inferiore all’ATP Tour — quelli che i professionisti fanno quando stanno risalendo la classifica o quando la stanno perdendo. Ma i Challengers del film sono anche i tre personaggi stessi: ognuno sfida gli altri due, e tutti e tre sfidano una versione di se stessi che non riesce mai a vincere davvero.

    Zendaya leggeva David Foster Wallace sul set. Per prepararsi al ruolo di Tashi, Zendaya lesse i saggi di David Foster Wallace sul tennis — in particolare Il giocatore di tennis come creatura bella, il famoso pezzo su Roger Federer. L’idea era capire il tennis non come sport ma come pratica mentale, come forma di meditazione competitiva.

    Il finale fu tenuto segreto fino all’uscita. Guadagnino non mostrò la sequenza finale nei test screening nella sua versione definitiva — si fermava prima. Il motivo era evitare spoiler, ma anche lasciare che la sala scoprisse quell’immagine finale senza aspettative precostituite. Che è esattamente il modo giusto per vederla.


    Valutazione finale

    Challengers non è il miglior film di Guadagnino — resta dietro a Call Me by Your Name nella mia graduatoria personale — ma è probabilmente il più rigoroso. C’è una disciplina formale qui che si sente in ogni scena: niente è casuale, niente è sentimentale per sentimentalismo, niente è lasciato al caso. Anche quando il film scivola in qualcosa di artificioso — la soggettiva dalla pallina è un trucco che si nota troppo, dopo la seconda volta — rimane un oggetto cinematografico costruito con intenzione precisa.

    Il 7.4 riflette un film che ho ammirato più di quanto abbia amato. Ci sono sequenze perfette — il flashback al college, l’ultimo match, quasi tutta la musica — e zone in cui la costruzione fredda del triangolo drammatico tiene a distanza invece di avvicinare. Tashi è un personaggio affascinante ma difficile da abitare emotivamente, e questa freddezza il film non la scioglie mai del tutto. È una scelta, non un limite — ma è una scelta che costa qualcosa.

    Zendaya sola vale il biglietto. E Reznor e Ross valgono le cuffie.

    Fonte Voto
    IMDb 7.5 / 10
    Rotten Tomatoes (critici) 86%
    Rotten Tomatoes (pubblico) 69%
    Metacritic 79 / 100
    Il mio voto ⭐ 7.4 / 10

    Alberto

    Dove vederlo: Prime Video

  • Grease — Recensione

    Pistoia, marzo 2026


    di Randal Kleiser | 1978 | Musical / Romantico | 110 min.


    Ci sono film che non invecchiano perché sono stati fatti bene. E poi ci sono film che non invecchiano perché non appartengono a nessun tempo preciso — esistono in un loro spazio sospeso, fatto di canzoni che conosci a memoria anche se non sai quando le hai imparate, di scene che riconosci prima ancora di averle viste. Grease è di questi.

    Non è un film perfetto nel senso tecnico del termine. La regia di Randal Kleiser è funzionale più che ispirata, e la critica dell’epoca lo trattò con una certa sufficienza. Ma quello che Grease ha fatto nella cultura popolare mondiale non ha equivalenti nel genere musicale: ha preso un’America degli anni ’50 che non era mai esistita davvero, l’ha trasformata in qualcosa di eterno, e ci ha convinto tutti che era così.

    Ogni volta che lo rivedo mi prende quella sensazione strana — una nostalgia per qualcosa che non ho vissuto, per un’estate che non è mai stata la mia, per un liceo americano degli anni ’50 in cui non ho mai messo piede. Eppure è così. Grease è una macchina della nostalgia che funziona indipendentemente dall’età che avevi quando l’hai visto per la prima volta.


    Danny e Sandy: la storia più semplice del mondo

    È il 1958, Rydell High School, California. Danny Zuko è il leader dei T-Birds, la gang di ragazzi con le giacche di pelle e i capelli brillantinati. Sandy Olsson è una ragazza australiana, ingenua, dolce, appena arrivata. Si sono incontrati l’estate prima, si sono innamorati sulla spiaggia, credevano di non rivedersi. Poi Sandy si iscrive alla stessa scuola di Danny — e tutto torna, più complicato.

    La storia è semplice come quella di ogni estate finita male e ricominciata. La differenza è che in Grease viene cantata. E quando viene cantata diventa qualcosa che galleggia nello spazio della memoria collettiva con una persistenza che non si spiega solo con la qualità delle canzoni — anche se le canzoni sono straordinarie.


    Travolta e Newton-John: una chimica impossibile da replicare

    John Travolta aveva ventiquattro anni quando girò Grease. Aveva appena fatto La febbre del sabato sera — era la star del momento, quel tipo di stella che brucia con un’intensità che non dura ma mentre dura è abbagliante. Danny Zuko è il ruolo che avrebbe potuto spegnerlo se non fosse riuscito a gestirlo: un personaggio che deve essere figo senza sembrare che ci stia provando, affettuoso senza perdere l’arroganza, comico senza diventare macchietta. Ci riesce — lo fa sembrare facile, che è la cosa più difficile.

    Olivia Newton-John era più grande di lui di cinque anni e non si sentiva a proprio agio con l’accento americano — tanto che il personaggio di Sandy fu riscritto come australiana appositamente per lei. La scena finale, in cui Sandy si trasforma per conquistare Danny, è diventata uno dei frame più riconoscibili del cinema del Novecento. Tra i due c’è una chimica che non si costruisce in sala prove: o c’è o non c’è. In Grease c’è, in ogni numero, in ogni sguardo, in ogni momento in cui il film chiede loro di sembrare innamorati persi.


    Le canzoni: il vero motivo per cui siamo ancora qui

    Summer Nights apre con un’energia che non cala mai. Hopelessly Devoted to You è la canzone più onesta del film — quella in cui Sandy smette di fingere e dice quello che pensa, da sola, di notte. You’re the One That I Want è diventata uno degli inni del genere, uno di quei pezzi che riconosci dalle prime due note e che hai cantato almeno una volta in vita tua anche se non te lo ricordi. Greased Lightnin’ è Travolta puro — un numero che sembra progettato per essere rivisto ogni volta che si ha bisogno di ricordare perché il cinema popolare è una cosa seria.


    La longevità: perché Grease non finisce

    Grease uscì nel 1978 con un budget di 6 milioni di dollari e ne incassò 394 nel mondo — il film più visto di quell’anno, in assoluto. Per trent’anni è rimasto il musical più redditizio della storia del cinema, fino a che Mamma Mia non lo sorpassò nel 2008.

    Ci sono generazioni di persone che hanno visto Grease per la prima volta in casa, su VHS, tardi la notte. Generazioni che lo hanno trovato in televisione per caso e non sono riuscite a cambiare canale. La sua longevità non dipende dalla raffinatezza del racconto. Dipende da qualcosa di più irrazionale: Grease ti fa stare bene. Ti ricorda qualcosa che non hai vissuto ma che senti come tuo. È raro. È irripetibile. Ed è il motivo per cui il voto che gli do è più alto di quello che potrei giustificare su un piano puramente tecnico.


    Curiosità per cinefili e appassionati

    Travolta era la terza scelta. Prima di lui, il ruolo di Danny Zuko fu offerto a Henry Winkler — Fonzie di Happy Days — che rifiutò per paura di essere ulteriormente tipizzato. Poi fu contattato Patrick Swayze, che si infortunò. Winkler si pentì per anni della sua decisione.

    Sandy non doveva essere australiana. Nella sceneggiatura originale Sandy Dumbrowski era americana. Quando la produzione scelse Olivia Newton-John, il personaggio fu riscritto come australiana appositamente per lei. Il cognome Olsson sostituì Dumbrowski.

    I pantaloni del finale erano cuciti addosso. I pantaloni neri attillati di Olivia Newton-John erano così stretti che la cerniera si ruppe durante le riprese e dovette essere ricucita sul posto. Newton-John ha raccontato di aver passato quella giornata preoccupata di come avrebbe fatto ad andare in bagno.

    Elvis doveva essere l’Angelo di Frenchie. Per la scena di Beauty School Dropout, la produzione contattò Elvis Presley. Elvis declinò per motivi mai del tutto chiariti. La parte andò a Frank Avalon, icona del pop degli anni ’50.

    La giacca di Danny è un omaggio a James Dean. La giacca rossa che Danny indossa all’inizio del film è un riferimento esplicito a quella che James Dean portava in Gioventù bruciata (1955). Tutta l’estetica dei T-Birds è costruita sull’immaginario del ribelle cinematografico degli anni ’50.

    Fu pensato come cartone animato. Una delle prime idee per adattare il musical di Broadway era realizzarlo in animazione. Dopo diversi ripensamenti si optò per il live action, ma l’idea rimase nei titoli di testa animati.

    La critica lo massacrò, il pubblico lo amò. Gene Shalit lo definì “visual junk food”. Rex Reed scrisse che avrebbe dovuto avere spazio nella pagina dei necrologi. Grease fu il film più visto del 1978 ed è ora nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti come film “culturalmente, storicamente o esteticamente significativo”.


    Perché è impossibile non cantare almeno una delle sue canzoni. Perché Travolta e Newton-John insieme non si sono più visti così. Perché ti fa venire voglia di un’estate che non esiste. E perché, dopo quasi cinquant’anni, è ancora lì, esattamente dove lo hai lasciato.

    IMDb 7.2 / 10
    Rotten Tomatoes critici 78%
    Rotten Tomatoes pubblico 88%
    Metacritic 58 / 100
    Il mio voto ⭐ 9 / 10

    Scheda — Regia: Randal Kleiser  |  Anno: 1978  |  Durata: 110 min.  |  Tratto dal musical di Jim Jacobs e Warren Casey  |  Cast: John Travolta, Olivia Newton-John, Stockard Channing, Jeff Conaway  |  Budget: $6M  |  Incasso: $394M  |  Disponibile su: Disney+, Prime Video

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    Alberto

  • Le pagine della nostra vita — Recensione

    Pistoia, marzo 2026


    di Nick Cassavetes | 2004 | Romantico / Drammatico | 121 min.


    Ci sono film che non pretendono di essere qualcosa di diverso da quello che sono. Le pagine della nostra vita è uno di questi: un melodramma romantico costruito con cura, recitato con convinzione, che non si vergogna di voler farti piangere. E in larga parte ci riesce.

    La critica lo ha sempre guardato con una certa sufficienza — 54% su Rotten Tomatoes, accuse di sentimentalismo eccessivo, di formula applicata con troppa diligenza. Non è del tutto sbagliato. Ma è anche vero che quando un film funziona emotivamente, quando ti prende e non ti lascia andare per due ore, la domanda “ma è originale?” diventa meno urgente di quanto sembri.


    Noah e Allie: la storia dentro la storia

    È l’estate del 1940, Seabrook Island, Sud Carolina. Noah Calhoun è un operaio giovane e appassionato. Allie Hamilton è la figlia di una famiglia ricca in vacanza. Si incontrano, si innamorano con quella velocità tipica dell’estate e dei diciassette anni, e vengono separati dalla famiglia di lei che non accetta la differenza di classe.

    La guerra porta Noah in Europa. Il silenzio porta Allie altrove — verso un fidanzato diverso, verso una vita che sembra quella giusta. Poi, anni dopo, una fotografia su un giornale riapre tutto.

    Questa storia viene letta nel presente da un uomo anziano — James Garner — a una donna che non ricorda più niente — Gena Rowlands — in una casa di cura. È il doppio binario su cui il film corre: il passato pieno di vita e il presente consumato dalla malattia. È una struttura semplice e potente, che usa il contrasto temporale per dare peso a ogni scena del passato. Stai guardando qualcosa di bello sapendo già com’è finita, e questo cambia il modo in cui lo guardi.


    Gosling e McAdams: una chimica costruita nonostante tutto

    La cosa più interessante del film è che Ryan Gosling e Rachel McAdams, sul set, non si sopportavano. Gosling arrivò a chiedere al regista di sostituire McAdams con una controfigura per le sue scene — voleva girare la scena e poi fare il montaggio. Nick Cassavetes li portò da un coach per mediare la tensione. La scena in cui Noah le urla di scegliere, la più celebre del film, fu improvvisata da Gosling sul momento — non era in sceneggiatura.

    Eppure sullo schermo la chimica c’è, e funziona. È una di quelle cose che il cinema ogni tanto produce senza preavviso: due persone che non si trovano nella realtà e che sullo schermo si guardano come se fosse l’unica cosa che sanno fare. Dopo le riprese i due iniziarono una relazione vera, durata due anni. La vita ha i suoi ritmi.

    McAdams è la rivelazione del film. Il suo ruolo di Allie è quello più difficile — un personaggio che deve essere credibile in entrambe le sue versioni, la ragazza innamorata e la donna in conflitto — e lo porta con una naturalezza che non invecchia. Gosling è più irregolare: ci sono momenti in cui è esattamente quello che il film richiede, e altri in cui senti lo sforzo. Non è il suo miglior lavoro, ma non importa molto.

    James Garner e Gena Rowlands nella linea temporale del presente sono la parte più sottile del film. Garner vinse il SAG Award come miglior non protagonista — meritatamente. Rowlands, moglie del grande John Cassavetes, interpreta il ruolo con quella dignità sobria che la contraddistingue. È la Rowlands di Una moglie, invecchiata e ridotta al silenzio della malattia, e vederla così ha qualcosa di malinconico che va oltre il personaggio.


    Il Sud Carolina degli anni ’40: una scenografia da cartolina

    Una delle cose più riuscite del film è la ricostruzione visiva degli anni ’40: le luci calde, le barche sul lago, le case di legno con i porticati. Nick Cassavetes — figlio di John Cassavetes, un cineasta che faceva cinema esattamente all’opposto, grezzo e scomodo — qui sceglie il bello senza riserve. Le inquadrature sono classiche, la fotografia è morbida, l’estetica è quella del melodramma di fascia alta.

    Non è cinema che ti sorprende con una scelta di regia inaspettata. Ma è cinema che serve la storia che racconta — e in questo senso è esattamente quello che deve essere.


    Curiosità per cinefili e appassionati

    Spielberg, Tom Cruise e una sceneggiatura che ha aspettato otto anni. I diritti cinematografici del romanzo di Nicholas Sparks furono acquisiti nel 1996. Nel 1998 la sceneggiatura attirò l’attenzione di Steven Spielberg, che pensò di girarlo con Tom Cruise nei panni di Noah. Il progetto passò poi a Jim Sheridan e Martin Campbell prima di arrivare a Nick Cassavetes nel 2003. Sono passati sette anni tra l’acquisto dei diritti e la macchina da presa.

    Britney Spears fece il provino e perse il ruolo. Nella sua autobiografia Britney Spears ha raccontato di aver fatto il provino per il ruolo di Allie e di averlo perso in favore di Rachel McAdams. Il video dell’audizione è diventato virale online anni dopo. Tra le altre candidate per il ruolo c’era anche Jessica Biel.

    Gosling voleva un’altra al posto di McAdams. Durante le riprese, Gosling chiese a Cassavetes di sostituire McAdams con una controfigura per le sue scene, dichiarando che i due “ispiravano il peggio l’uno nell’altro”. Cassavetes li portò da un mediatore. Alla fine della lavorazione i due si misero insieme e stettero in coppia per quasi due anni.

    La scena del litigio fu improvvisata. La scena più memorabile del film — Noah che urla ad Allie di scegliere — non era scritta in sceneggiatura. Gosling l’improvvisò sul momento, e Cassavetes la tenne in montaggio.

    Il film fu girato al contrario. Le scene ambientate dopo il ritorno di Noah dalla guerra furono girate per prime, in modo da mantenere la barba e i capelli lunghi di Gosling. Le scene dell’inizio della storia d’amore — quelle che vediamo per prime — furono girate più tardi.

    Le lenti a contatto di Gosling. Il regista voleva che gli occhi del giovane Noah corrispondessero esattamente a quelli del vecchio Noah interpretato da James Garner. Per questo Gosling fu costretto a indossare lenti a contatto marroni per tutta la durata delle riprese del giovane Noah — anche nelle scene più difficili.

    Il musical a Broadway. Nel 2022 è stato prodotto un adattamento teatrale del film a Chicago, con musiche di Ingrid Michaelson. Nella primavera del 2024 è arrivato a Broadway, riscuotendo un buon successo. È uno dei pochi film romantici degli anni 2000 ad aver generato un adattamento teatrale di successo.

    Il maggiore incasso romantico della carriera di Gosling. Con 118 milioni di dollari incassati a fronte di un budget di 29 milioni, Le pagine della nostra vita è tuttora il film con cui Ryan Gosling ha guadagnato di più. Nonostante una carriera piena di film molto più premiati dalla critica, questo rimane il suo massimo commerciale.


    Perché vale la pena vederlo

    Le pagine della nostra vita non è un film per tutti — richiede una certa disponibilità ad affidarsi all’emozione senza troppa difesa critica. Se ti spaventa il melodramma, se il sentimentalismo ti innervosisce, non è il film giusto per te. Ma se hai voglia di una storia d’amore raccontata con serietà, con due interpreti che ci credono davvero, ambientata in un’epoca e in un paesaggio che sembrano fatti apposta per questo tipo di storia, allora è una delle cose migliori che il genere romantico abbia prodotto negli ultimi vent’anni.

    Non è un film che cambia il modo in cui guardi il cinema. È un film che — se lo lasci fare — ti fa venire gli occhi lucidi verso la fine. E a volte è abbastanza.

    IMDb 7.8 / 10
    Rotten Tomatoes critici 54%
    Rotten Tomatoes pubblico 84%
    Metacritic 53 / 100
    Il mio voto ⭐ 8 / 10

    Scheda — Regia: Nick Cassavetes  |  Anno: 2004  |  Durata: 121 min.  |  Tratto da: Nicholas Sparks  |  Cast: Ryan Gosling, Rachel McAdams, James Garner, Gena Rowlands, James Marsden, Joan Allen  |  Disponibile su: Netflix, Prime Video

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    Alberto