Categoria: Fisica Semplice

Fisica delle particelle e cosmologia spiegata in parole semplici, a partire dalla rivista Asimmetrie di INFN.

  • Asimmetrie n.5 — Le onde gravitazionali

    Fisica Semplice · Asimmetrie n.5 · settembre 2007

    Lo spaziotempo
    che trema

    Costruire macchine per ascoltare qualcosa che non è mai stato sentito. Nel 2007, l’Italia era in prima fila.

    Einstein predisse le onde gravitazionali nel 1916. Poi ci ripensò: passò anni a convincersi che fossero un artefatto matematico, non qualcosa di reale. Morì nel 1955 senza aver risolto il dubbio. Eppure aveva ragione. Il numero 5 di Asimmetrie, uscito nell’autunno del 2007, racconta la storia delle persone che stavano costruendo le macchine per dimostrarlo.

    Articolo 1 — pagine 4–11

    Onde che increspano
    lo spazio stesso.

    La teoria della relatività generale descrive la gravità come una curvatura dello spaziotempo. Immagina un lenzuolo teso: se ci metti sopra una palla pesante, il tessuto si deforma. Un’altra palla più piccola, messa vicino, rotolerà verso la prima — non perché si attraggono direttamente, ma perché seguono la curvatura del tessuto. Così funziona la gravità secondo Einstein.

    Le onde gravitazionali sono increspature di questo tessuto. Quando due oggetti molto massicci — due buchi neri, due stelle di neutroni — orbitano l’uno intorno all’altro e poi si fondono, emettono energia sotto forma di onde che si propagano nello spazio alla velocità della luce. Queste onde comprimono e stirano lo spazio mentre passano: tutto ciò che incontrano — pianeti, atomi, regoli di acciaio — si allunga leggermente in una direzione e si accorcia nell’altra.

    Il problema è quanto leggermente. Per un’onda gravitazionale prodotta dalla fusione di due buchi neri a un miliardo di anni luce di distanza, l’allungamento atteso su un rivelatore di quattro chilometri è dell’ordine di un decimillesimo del diametro di un protone. Luciano Rezzolla, dell’Istituto Albert Einstein di Potsdam, spiega su Asimmetrie come tradurre questo in numeri concreti: l’ampiezza relativa è circa 10−21. Questo significa che una distanza di un anno luce si allunga o accorcia di circa un centesimo di millimetro.

    Non è un segnale debole. È il segnale più debole che la fisica abbia mai provato a misurare. E per farlo serve una tecnica chiamata interferometria laser: dividere un raggio di luce in due, mandarlo lungo due bracci perpendicolari, farlo rimbalzare e ricombinarlo. Se le due traiettorie sono identiche, le onde si cancellano. Se uno dei bracci si allunga anche solo di un decimillesimo di protone, il pattern di interferenza cambia. Quella variazione è l’onda gravitazionale.

    La prova indiretta

    PSR 1913+16 — nel 1974, Russell Hulse e Joseph Taylor scoprono una pulsar binaria: due stelle di neutroni che orbitano l’una intorno all’altra. Il periodo orbitale diminuisce nel tempo esattamente come prevede la relatività generale se le stelle perdono energia emettendo onde gravitazionali.

    Nel 1993 Hulse e Taylor ricevono il Nobel per la fisica. È la prima prova — indiretta, ma precisa — che le onde gravitazionali esistono davvero.

    Articolo 2 — pagine 12–29

    Quattro macchine italiane
    in ascolto.

    Nel 2007 l’Italia era tra i protagonisti mondiali della ricerca sulle onde gravitazionali. Quattro rivelatori, due tecnologie diverse, sparsi tra Pisa, Padova, Frascati e Ginevra.

    Virgo è il più grande: un interferometro con bracci di tre chilometri, costruito vicino a Cascina, in provincia di Pisa, in collaborazione con la Francia. I bracci sono tubi sottovuoto — il vuoto migliore prodotto dall’umanità su quella scala — percorsi da fasci laser che rimbalzano sugli specchi con una riflettività del 99,999%. Gli specchi stessi pesano 21 chili e sono sospesi a una catena di pendoli — i superattenuatori — progettati per isolarli dalle vibrazioni sismiche fino a un miliardesimo. Carlo Bradaschia dell’INFN descrive su Asimmetrie come ogni elemento del sistema sia stato spinto fino al limite di ciò che la tecnologia del 2007 consentiva.

    Accanto a Virgo ci sono i rivelatori a barra risonante: una tecnologia diversa, più antica, altrettanto sofisticata. Invece di misurare la differenza tra due percorsi di luce, le barre risonanti usano cilindri di metallo che vibrano quando un’onda gravitazionale li attraversa, come una campana colpita da un martello invisibile. Il trucco è raffreddare queste barre a temperature vicine allo zero assoluto — tra 0,1 e 0,2 kelvin — per eliminare il rumore termico.

    Auriga — Laboratori Nazionali di Legnaro (Padova). Barra di alluminio superconduttore, 2100 kg, raffreddata a 0,1 K.

    Nautilus — Laboratori Nazionali di Frascati (Roma). Barra raffreddata a 0,1 K, operativa dal 1994.

    Explorer — CERN di Ginevra. Il più longevo della rete italiana, operativo dal 1990.

    I tre rivelatori a barra formano una rete che Eugenio Coccia chiama “sentinella galattica”: coprono un’area abbastanza grande da rilevare segnali da tutta la Via Lattea. Se una stella di neutroni collassasse nella nostra galassia, questi tre rivelatori lo saprebbero.

    Galassia e spazio profondo

    “Ho provato la sensazione vertiginosa di avere l’infinito a portata di mano.”

    Andrea Camilleri, dopo la visita ai Laboratori del Gran Sasso — Asimmetrie n.5

    Articolo 3 — pagine 30–37

    Quando la Terra è troppo rumorosa.

    I rivelatori terrestri come Virgo hanno un limite fisico: la Terra stessa trema. Il vento, il mare, il traffico, le maree — tutto produce rumore sismico che i superattenuatori possono ridurre ma non eliminare del tutto. Per frequenze molto basse — sotto il decimo di hertz — è impossibile costruire rivelatori abbastanza grandi e stabili sul pianeta.

    La soluzione si chiama LISA — Laser Interferometer Space Antenna. Tre satelliti in formazione triangolare, a cinque milioni di chilometri di distanza l’uno dall’altro, in orbita intorno al Sole. Dentro ogni satellite, una massa di oro-platino in caduta libera — isolata completamente da qualsiasi forza non gravitazionale. I laser misurano le distanze tra le tre masse con una precisione di pochi picometri.

    Con LISA si potrebbero ascoltare sorgenti completamente diverse: i buchi neri supermassicci al centro delle galassie che si fondono, i sistemi binari di stelle di neutroni nella Via Lattea, forse persino il rumore di fondo cosmologico — un’eco delle prime frazioni di secondo dopo il Big Bang. Stefano Vitale descrive su Asimmetrie come la missione precursore — Lisa Pathfinder — avrebbe testato la tecnologia chiave: tenere una massa in vera caduta libera nello spazio.

    Satellite in orbita attorno alla Terra Lo spazio come laboratorio — LISA avrebbe bracci cinque milioni di volte più lunghi di Virgo

    Un dettaglio che sorprende

    Le sorgenti di onde gravitazionali più energetiche non emettono luce. I buchi neri non brillano. La fusione di due buchi neri di trenta masse solari produce in un decimo di secondo più energia di tutte le stelle dell’universo osservabile messe insieme — ma tutto sotto forma di onde gravitazionali, invisibili ai telescopi. Le onde gravitazionali sono l’unico modo per “vedere” questi eventi.

    Cosa rimane

    Leggere un numero scritto
    prima che trovassero la risposta.

    Asimmetrie n.5 è del settembre 2007. È scritto interamente al futuro: quando rileveremo, se riusciremo a misurare, i prossimi anni ci diranno. La sensazione, leggendolo oggi, è quella di leggere i quaderni di qualcuno che stava cercando qualcosa e non sapeva ancora di essere sulla strada giusta.

    Il 14 settembre 2015, alle 5:51 di mattina ora italiana, i rivelatori LIGO di Livingston e Hanford percepirono uno spostamento di un millesimo del diametro di un protone. Erano due buchi neri di 36 e 29 masse solari che si fondevano a 1,3 miliardi di anni luce di distanza. L’evento si chiama GW150914. Fu il segnale che tutti i fisici di questo numero avevano passato la carriera ad aspettare.

    Due anni dopo, nel 2017, Virgo — il rivelatore vicino a Pisa, quello descritto su queste pagine, con i suoi superattenuatori e gli specchi da 21 chili — contribuì a localizzare la sorgente di GW170817: due stelle di neutroni che si fondevano a 130 milioni di anni luce. Per la prima volta nella storia, lo stesso evento cosmico veniva osservato con le onde gravitazionali e con la luce — dai telescopi di mezzo mondo puntati nella stessa direzione.

    Quello che mi colpisce, rileggendo Asimmetrie n.5 oggi, è il tono: nessuna certezza, ma nessuna disperazione. I fisici che descrivono le loro macchine parlano di un lavoro in corso, di un segnale che può arrivare domani o tra vent’anni. Non sanno che arriverà tra otto. E scrivono comunque con la stessa precisione, la stessa cura, come se sapere la risposta fosse meno importante del fatto di stare guardando nel posto giusto.

    Leggi la fonte

    Asimmetrie —
    gratuita, due volte l’anno.

    La rivista dell’INFN è disponibile gratis in formato digitale e cartaceo. Questo è il numero 5: scaricalo e leggi gli originali — i fisici scrivono meglio di quanto pensi.

    Andrea Camilleri visitò i Laboratori del Gran Sasso e scrisse che aveva provato “la sensazione vertiginosa di avere l’infinito a portata di mano.” Morì nel luglio del 2019, tre anni dopo che LIGO aveva annunciato GW150914. Aveva fatto in tempo a sapere che avevano sentito qualcosa. Non so se l’abbia saputo.

    Alberto

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  • Asimmetrie n.4 — L’eredità del silenzio

    Fisica Semplice · Asimmetrie Anno III n.4 · maggio 2007

    L’eredità

    del silenzio

    Majorana sparisce nel 1938. L’80% della massa dell’Universo non emette un fotone. Due invisibilità distanti settant’anni che questo numero di Asimmetrie mette sullo stesso tavolo.

    I primi tre numeri di Asimmetrie costruivano cataloghi: acceleratori, raggi cosmici, neutrini. Questo quarto numero fa una cosa diversa. Apre con un fisico siciliano scomparso nel 1938 — traghetto Napoli-Palermo, nessuna traccia — e poi ti porta a 1.400 metri sotto le montagne d’Abruzzo, a 3.500 metri sotto il Mediterraneo, all’acceleratore del CERN, e infine su un borgo medievale della Sicilia dove ogni estate dal 1963 i fisici di tutto il mondo si siedono attorno allo stesso tavolo senza protocollo. Il filo che tiene insieme tutto questo è l’invisibile: la materia che non emette luce, il genio che sceglie l’ombra, la logica fondamentale che nessuno ha ancora fotografato.

    1938

    Articolo 1 — Il genio che si fece ombra

    Ettore Majorana:
    il fisico che vale
    un Nobel mai assegnato.

    Nella primavera del 1938 Ettore Majorana sale su un traghetto a Napoli diretto a Palermo. Ha trentuno anni. È già entrato nella storia della fisica. Non arriverà. Non verrà trovato. La sua scomparsa resta uno dei misteri irrisolti della scienza italiana del Novecento.

    Enrico Fermi, che lo aveva avuto nel gruppo della via Panisperna — il nucleo della fisica italiana degli anni Trenta — disse di lui: “Al mondo ci sono varie categorie di scienziati. C’è la prima categoria, quelli che fanno scoperte di grande importanza. E poi c’è Majorana: quello era un genio come Galileo e Newton.” Non è retorica. Heisenberg, incontrato a Lipsia nel 1933, gli disse la stessa cosa con parole diverse.

    Il contributo più rilevante per questo numero di Asimmetrie è un articolo del 1937 pubblicato su Il Nuovo Cimento: la teoria simmetrica dell’elettrone e del positrone. Majorana propone un tipo nuovo di fermione — i fermioni di Majorana — che sono la propria antiparticella. Una particella che non ha un contrario separato: è già il proprio contrario.

    Il neutrino è il candidato naturale. Privo di carica elettrica, quasi privo di massa, potrebbe essere la propria antiparticella senza che nulla nella fisica nota lo escluda. La firma sperimentale cercata è il doppio decadimento beta senza neutrino: un nucleo atomico che emette due elettroni senza alcun neutrino, perché i due neutrini si annichiliscono tra loro nel processo. Un segnale talmente raro che il suo tempo medio supera l’età dell’Universo di molti ordini di grandezza.

    Asimmetrie dedica spazio a questa caccia nel 2007 perché al Gran Sasso è in funzione CUORICINO — quaranta cristalli di biossido di tellurio raffreddati a 10 millikelvin, più freddi del fondo cosmico a microonde — e il suo successore CUORE è già in progettazione. Nel 2026 il segnale non è ancora arrivato. La macchina è lì, silenziosa, in attesa. Come Majorana, in un certo senso.

    Cronologia

    1906

    Nasce a Catania. Famiglia di ingegneri e fisici.

    1933

    Incontra Heisenberg a Lipsia. “Un fisico di prima grandezza.”

    1937

    Pubblica i fermioni di Majorana su Il Nuovo Cimento.

    1938

    Scompare. Traghetto Napoli–Palermo. Nessuna traccia.

    2026

    Il doppio decadimento beta senza neutrino non è stato osservato.


    Articolo 2 — La massa mancante

    Zwicky, Rubin e il problema
    che nessuno voleva ascoltare.

    Nel 1933 Fritz Zwicky studia l’ammasso della Chioma: circa mille galassie legate insieme dalla gravità. Misura le velocità orbitali e calcola la massa necessaria a tenerle insieme. Il risultato non torna: le galassie si muovono troppo velocemente. La massa visibile — stelle, gas, polvere — non basta. Ne servirebbe 400 volte di più. Zwicky chiama questa componente invisibile dunkle Materie — materia oscura — e viene ignorato per quarant’anni.

    La conferma arriva negli anni Settanta. Vera Rubin, lavorando con Kent Ford all’osservatorio Carnegie, misura le curve di rotazione delle galassie spirali: la velocità con cui le stelle orbitano attorno al centro galattico. Per la legge di gravitazione, dovrebbe calare con la distanza, come i pianeti nel Sistema Solare. Non cala. Rimane costante fino ai bordi della galassia e oltre. L’unica spiegazione è un alone di materia invisibile che si estende molto oltre la parte luminosa.

    Nel 2006 — pochi mesi prima che esca questo numero di Asimmetrie — arriva la prova più diretta mai ottenuta. Il sistema 1E 0657-558, noto come Bullet Cluster, mostra lo scontro tra due ammassi galattici a circa 10 milioni di chilometri all’ora. Nell’urto, il gas ionizzato — la componente più massiva della materia ordinaria — rallenta per attrito elettromagnetico e rimane al centro, rilevabile in banda X (appare rosso nelle immagini). La materia oscura, che non interagisce elettromagneticamente, attraversa indisturbata e forma due lobi separati ai lati, rilevabili per lente gravitazionale (appare blu).

    Le due componenti si sono fisicamente separate. Non è più solo un’inferenza da velocità e rotazioni. È una mappa. La materia oscura esiste separata dalla materia ordinaria — in forma, posizione e comportamento.

    Le lenti gravitazionali

    La massa curva la luce — previsto da Einstein nel 1915, verificato da Eddington nel 1919. Una massa invisibile frapposta tra noi e una galassia distante ne distorce l’immagine in archi luminosi o anelli. Hubble ne ha fotografati centinaia. La quantità di distorsione permette di misurare la massa — anche se quella massa non emette luce.

    27%
    Materia oscura

    Presente ovunque nell’Universo. Modella le galassie. Non rilevata direttamente.

    5%
    Materia ordinaria

    Stelle, gas, polvere. Tutto ciò che abbiamo studiato finora.

    68%
    Energia oscura

    Accelera l’espansione dell’Universo. Ancora più misteriosa della materia oscura.

    Gas caldo — raggi X

    Il plasma ionizzato interagisce elettromagneticamente. Nello scontro rallenta e rimane al centro. Temperatura: 160 milioni di gradi. Rilevato da Chandra in banda X.

    Materia oscura — lenti grav.

    Non interagisce elettromagneticamente. Attraversa l’altro ammasso senza rallentare. Forma due lobi separati ai lati. Traccia invisibile, ma misurabile per distorsione della luce.

    1E 0657-558 (Bullet Cluster) — scontro a ~10 milioni km/h — 2006 — prova diretta della separazione fisica tra materia oscura e materia ordinaria.

    Universo profondo — materia oscura

    “La materia oscura non emette luce, non riflette luce, non assorbe luce. Ne conosciamo l’esistenza solo perché piega lo spazio intorno a sé. È la forma del vuoto che ci dice che l’Universo non è vuoto.”

    Asimmetrie n.4 — maggio 2007


    Articolo 3 — Il seme del cosmo

    Senza materia oscura,
    non ci saremmo.

    Trecentottantamila anni dopo il Big Bang, l’Universo si raffredda abbastanza da permettere agli elettroni di legarsi ai protoni. La radiazione si disaccoppia dalla materia e viaggia libera per tredici miliardi di anni. È la Radiazione Cosmica di Fondo — CMB — fotografata dalla sonda WMAP e dall’esperimento Boomerang con precisione crescente. Quello che vedono è un Universo quasi perfettamente uniforme. Quasi: ci sono fluttuazioni di temperatura di una parte su centomila.

    Quelle fluttuazioni sono il punto di partenza di tutto quello che esiste. Le piccole disomogeneità nella distribuzione della materia si amplificano nel tempo per gravità: dove c’è più densità, arriva altra materia; dove c’è meno, si svuota. Le regioni più dense diventano filamenti, poi ammassi galattici, poi galassie, poi stelle.

    Il problema è che la materia ordinaria da sola non basta. I fotoni del plasma primordiale esercitano una pressione di radiazione che si oppone all’aggregazione. Prima del disaccoppiamento, ogni perturbazione nella materia ordinaria genera un’onda di pressione — un’oscillazione acustica — che tende a livellare le disomogeneità. Il risultato sarebbe un Universo troppo liscio per formare strutture nei 13 miliardi di anni disponibili.

    La materia oscura risolve il problema perché non interagisce con i fotoni. Non sente la pressione di radiazione. Può cominciare ad aggregarsi prima del disaccoppiamento, costruendo già i pozzi gravitazionali in cui la materia ordinaria cadrà una volta liberata. Quando arriva il disaccoppiamento, la struttura è già abbozzata. Le galassie si formano in tempo.

    Senza materia oscura, l’Universo sarebbe quasi perfettamente uniforme. Un gas diluitissimo di idrogeno ed elio che si espande nel vuoto, senza aggregazioni, senza reazioni nucleari stellari, senza carbonio, senza ossigeno. La materia oscura è il prerequisito silenzioso della nostra esistenza.

    WMAP — la fotografia dell’Universo a 380.000 anni

    La sonda WMAP (2001–2010) e l’esperimento Boomerang hanno mappato le fluttuazioni della CMB con risoluzione angolare sempre più fine. I risultati mostrano un Universo composto per il 4% da materia ordinaria, il 23% da materia oscura fredda, il 73% da energia oscura. Tre componenti, di cui comprendiamo a fondo solo la prima.


    Articolo 4 — La caccia al buio

    Tre strategie,
    un solo obiettivo.

    Il candidato più studiato nel 2007 è la WIMP — Weakly Interacting Massive Particle: una particella massiva che interagisce solo attraverso la forza debole e la gravità. Il candidato teorico più naturale viene dalla Supersimmetria: il neutralino, la particella supersimmetrica più leggera e quindi stabile, con massa probabile tra 10 e 1.000 GeV. Praticamente un proiettile cosmico invisibile che attraversa tutto.

    01 — Rivelazione diretta
    Gran Sasso:
    DAMA/LIBRA e WARP

    DAMA/LIBRA cerca la modulazione annuale: il flusso di WIMPs che investe la Terra varia con il moto della Terra attorno al Sole (massimo a giugno, minimo a dicembre). DAMA ha visto questa modulazione. La controversia è aperta: altri esperimenti non la confermano.

    WARP usa argon liquido a −186°C. Un rincul nucleare prodotto da una WIMP lascia una traccia distinta dalla radioattività ordinaria. Il prototipo è attivo al Gran Sasso dal 2007.

    02 — Produzione diretta
    CERN:
    ATLAS e CMS all’LHC

    L’LHC si sta ancora costruendo nel 2007. L’accensione è prevista nel 2008. Quando due protoni collidono ad alta energia, se una WIMP viene prodotta non lascia traccia nel rivelatore: sparisce. La si vede “in negativo”: se dopo l’urto manca energia, è uscita come qualcosa di non rilevato. Nel 2012 l’LHC troverà il bosone di Higgs. Il neutralino non lo troverà.

    03 — Rivelazione indiretta
    IceCube, ANTARES
    e i neutrini dell’annichilazione

    Le WIMPs catturate per gravità nel cuore del Sole o della Terra si accumulano e si annichiliscono tra loro, producendo neutrini ad alta energia. IceCube al Polo Sud (ghiaccio antartico) e ANTARES nel Mediterraneo cercano questi neutrini. Nessuna traccia convincente nel 2007. Nessuna nel 2026. I limiti si sono abbassati di ordini di grandezza, ma la preda sfugge ancora.


    Articolo 5 — Il Geist di Erice

    La scuola che porta
    il nome di chi non
    si è fatto trovare.

    Erice è un borgo medievale sulla punta occidentale della Sicilia, a 750 metri sul mare. Nel 1963 il fisico Antonino Zichichi ci fonda la Scuola Internazionale di Scienze Fisiche Ettore Majorana. Il nome non è casuale: il luogo dell’impossibilità — un borgo isolato, nel sud di un paese periferico nella fisica mondiale — porta il nome del fisico che aveva scelto l’invisibilità.

    L’idea fondante è semplice: non un convegno, non una conferenza, ma un luogo dove studenti e Nobel si incontrano senza protocollo. Dove non ci sono domande stupide. Dove Bell, Weisskopf, Cabibbo, Rubbia condividono le stesse tavole. Negli anni della Guerra Fredda, fisici americani e sovietici si trovano a Erice prima che i loro governi si parlino.

    Il legame con la ricerca sulla materia oscura non è solo simbolico. La caccia alle WIMPs al Gran Sasso, i rivelatori di neutrini nel Mediterraneo, le simulazioni cosmologiche dell’LHC: tutti progetti che richiedono collaborazioni tra decine di paesi, condivisione di dati, standard comuni. Il modello di Erice — scienza aperta, senza barriere — è la condizione strutturale per cui quella ricerca esiste.

    La scuola identifica 63 emergenze planetarie a cui la scienza dovrebbe rispondere: dai cambiamenti climatici alla difesa da oggetti cosmici, dall’inquinamento alle malattie infettive. La materia oscura non è su quella lista — è troppo fondamentale per essere un’emergenza. È il tipo di domanda che giustifica l’esistenza della scienza stessa.

    Il Geist

    “Fare Scienza vuol dire scoprire la Logica Fondamentale della Natura. Non un metodo, non un protocollo. Una postura: la certezza che ogni domanda, anche la più banale, merita di essere fatta.”


    Cosa rimane

    Due invisibilità che non si fanno trovare. E una scuola che ci prova.

    Nessun numero di Asimmetrie che ho letto ha questo carattere. I precedenti esploravano un territorio: acceleratori, raggi cosmici, neutrini. Questo va nel vuoto. Prende la componente più abbondante della materia nell’Universo — il 27% di tutto — e documenta con precisione il fatto che non sappiamo cosa sia. Non è un fallimento. È una mappa dell’ignoranza, il che è qualcosa di diverso.

    Quello che mi ha colpito di più è il collegamento tra Majorana e la materia oscura. Non è un parallelismo retorico: il fermione di Majorana è ancora oggi tra i candidati teorici alla natura della materia oscura. Ci sono modelli in cui alcune WIMPs leggere, o i neutrini sterili, sarebbero fermioni di Majorana. Un fisico che sparisce nel 1938, la cui matematica potrebbe descrivere l’80% della massa dell’Universo: c’è qualcosa di vertiginoso in questo che non è retorico.

    Dal 2007 a oggi la situazione è peggiorata nel senso migliore possibile. XENON, PandaX, LUX hanno abbassato i limiti di sensibilità di fattori milioni rispetto al 2007. L’LHC non ha trovato supersimmetria. I parametri più naturali per il neutralino sono stati esclusi. Questo significa che o siamo nella regione sbagliata dello spazio dei parametri, o la materia oscura è qualcosa di diverso dalla WIMP supersimmetrica che sembrava così ovvia nel 2007. La caccia è enormemente più precisa. La preda non si trova ancora.


    Leggi la fonte

    Asimmetrie —
    gratuita, due volte l’anno.

    La rivista dell’INFN è disponibile gratis in formato digitale e cartaceo. Se questi temi ti interessano, è il punto di partenza più onesto che esista: scritta da fisici, pensata per tutti.

    Ogni numero di Asimmetrie ti lascia con qualcosa. Questo ti lascia con la strana sensazione che l’invisibile abbia una forma — precisa, misurabile, quasi afferrabile — ma che ogni volta che ci avviciniamo, si sposti un po’ più in là. Non è sconfortante. È il senso esatto di cosa vuol dire fare fisica.

    Alberto

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  • Asimmetrie n.3 — Il fantasma con la massa

    Fisica Semplice · Asimmetrie Anno II n.3 · dicembre 2006

    Il fantasma
    con la massa

    Cinque articoli, una sola particella. Il terzo numero di Asimmetrie è tutto sul neutrino — quello che sappiamo, quello che non sappiamo ancora, e le macchine che abbiamo costruito per scoprirlo.

    Il terzo numero di Asimmetrie fa una scelta insolita rispetto ai precedenti. Non spazia. Non cerca la varietà per sorprendere. Prende una sola particella e la gira e rigira da cinque angolazioni diverse: la massa che non riusciamo a misurare, le interazioni che spiegano perché esiste la materia, il fascio che sparano da Ginevra verso le montagne d’Abruzzo, il telescopio che stanno costruendo a 3.500 metri sotto il Mediterraneo, il fisico siciliano che aveva previsto tutto questo nel 1937 e poi era sparito. Il neutrino è ovunque in questo numero. E quello che rimane alla fine è soprattutto una lista di cose che non sappiamo.


    Articolo 1 — La lunga caccia al neutrino

    Trent’anni di esperimenti
    per pesare qualcosa di invisibile.

    Il neutrino è la particella più diffusa dell’Universo dopo i fotoni: ogni secondo, attraverso il palmo della tua mano, passano circa 70 miliardi di neutrini provenienti dal Sole. Non li senti. Non ti fanno nulla. Il neutrino interagisce con la materia solo attraverso la forza debole — la più debole delle forze fondamentali — e attraverso la gravità. Per rivelarlo, servono rivelatori enormi, spesso sepolti nel sottosuolo per schermarsi dal rumore cosmico di fondo.

    Per decenni, il Modello Standard aveva assunto che il neutrino fosse privo di massa. Ma dagli anni Novanta qualcosa aveva cominciato a non tornare. I neutrini solari che arrivavano sulla Terra erano meno del previsto — circa un terzo. Era il problema dei neutrini solari, aperto dal 1968 con l’esperimento di Raymond Davis Jr. nel Homestake Mine.

    La risposta era l’oscillazione. Se il neutrino ha una massa, anche piccola, può trasformarsi da un tipo all’altro mentre viaggia: un neutrino elettronico prodotto nel Sole può diventare un neutrino muonico o tauonico prima di arrivare al rivelatore. E i rivelatori degli anni Novanta erano sensibili solo ai neutrini elettronici. Gli altri erano semplicemente in forma diversa.

    La conferma arrivò nel 1998 con Super-Kamiokande — un serbatoio di 50.000 tonnellate di acqua ultra-purificata a 1.000 metri di profondità in Giappone, tappezzato di fotomoltiplicatori. Poi nel 2001–2002 con SNO in Canada, che usava acqua pesante e riusciva a distinguere i neutrini elettronici da tutti gli altri. Il risultato fu definitivo: i neutrini solari non sparivano, si trasformavano.

    Gianluigi Fogli ed Eligio Lisi dell’INFN di Bari lavorano da anni su quella che si chiama global fit: raccolgono i risultati di tutti gli esperimenti al mondo e li analizzano insieme per estrarre i valori più precisi possibili dei parametri di oscillazione. Nel 2006, quei parametri dicono che conosciamo due differenze di massa al quadrato tra i tipi di neutrino e tre angoli di mescolamento. Ma non sappiamo ancora: la massa assoluta, l’ordinamento delle masse, e se i neutrini violano la simmetria CP.

    Borexino a Gran Sasso

    Neutrini solari — Borexino è un rivelatore a scintillazione liquida nelle gallerie del Gran Sasso. Studia i neutrini prodotti dalle reazioni nucleari del Sole, separando le diverse catene: pp, 7Be, pep, CNO.

    Purezza record — il liquido scintillante deve essere il più puro mai prodotto al mondo. La radioattività di fondo deve essere un milione di volte inferiore a quella dell’acqua di sorgente più pulita.

    Progetto INFN — internazionale, con la sfera interna da 8 metri di diametro che contiene 300 tonnellate di pseudocumene. Le operazioni complete iniziano nel 2007.

    Galassia e spazio profondo

    “La particella più diffusa dell’Universo è anche quella che capiamo meno. Il neutrino è ovunque, non interagisce con quasi niente, e porta iscritti nella sua massa i segreti delle prime frazioni di secondo dopo il Big Bang.”

    Asimmetrie n.3 — dicembre 2006


    Articolo 2 — Le interazioni deboli

    L’angolo di 13 gradi
    che spiega perché esiste la materia.

    Nel 1963 un fisico italiano di 25 anni pubblica un articolo di quattro pagine che risolve un problema aperto da anni. Nicola Cabibbo, allora all’Università La Sapienza, capisce perché alcune reazioni della forza debole — quelle che trasformano i quark cambiando il “sapore” delle particelle — avvengono con frequenze diverse da quanto previsto dalla teoria.

    La risposta è geometrica: c’è una rotazione — un angolo, oggi chiamato angolo di Cabibbo, di circa 13 gradi — che mescola i quark della prima generazione con quelli della seconda. Questo angolo spiega le differenze osservate nelle velocità di decadimento.

    Dieci anni dopo, Kobayashi e Maskawa dimostrano che, generalizzando quella matrice a tre generazioni di quark, si ottiene naturalmente la violazione CP — l’asimmetria tra materia e antimateria che spiega perché l’Universo è fatto di materia e non è vuoto. Kobayashi e Maskawa riceveranno il Nobel nel 2008. Cabibbo no: muore nel 2010 senza averlo ricevuto, nonostante il suo contributo fosse il fondamento dell’intera costruzione.

    La stessa matematica che descrive la matrice CKM per i quark viene usata per i neutrini. Si chiama matrice PMNS — da Pontecorvo, Maki, Nakagawa e Sakata — e contiene tre angoli di mescolamento e, potenzialmente, una fase CP. C’è però una differenza sorprendente: gli angoli di CKM per i quark sono piccoli (13 gradi, 2 gradi, meno di un grado). Quelli per i neutrini sono enormi: 34 gradi, 45 gradi, e il terzo ancora mal misurato nel 2006.

    I neutrini si mescolano enormemente più dei quark. Nessuno sa ancora perché. Il collegamento tra Cabibbo e il neutrino non è solo matematico: è il filo che attraversa tutto questo numero.

    Se i neutrini violano CP

    Se la matrice PMNS contiene una fase CP diversa da zero, i neutrini si comporterebbero diversamente dalle rispettive antiparticelle durante le oscillazioni. Questo potrebbe aver generato, nei primissimi istanti dopo il Big Bang, una leggera asimmetria tra materia e antimateria — abbastanza da spiegare perché è rimasta la materia. La risposta richiede esperimenti molto più precisi di quelli esistenti nel 2006.


    Articolo 3 — L’avventura di CNGS

    Dal CERN a Gran Sasso:
    730 chilometri attraverso la roccia.

    Per dimostrare che i neutrini si trasformano davvero — non solo inferirlo dai dati — occorre sparare neutrini di un tipo noto e aspettarsi di trovarne di un tipo diverso all’arrivo. È quello che fa il progetto CNGS: Cern Neutrinos to Gran Sasso.

    L’acceleratore SPS del CERN produce fasci di protoni ad alta energia che colpiscono un bersaglio di grafite, generando pioni e kaoni. Questi decadono producendo neutrini muonici. Il fascio viene diretto verso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso, 730 chilometri più a est, attraverso la crosta terrestre. I neutrini attraversano la roccia come se non ci fosse. Quasi tutti arrivano dall’altra parte. Quasi.

    Se le oscillazioni funzionano come previsto, una piccola frazione di quei neutrini muonici si sarà trasformata in neutrini tauonici durante il viaggio. Il rivelatore OPERA — 150.000 mattoni di piombo e pellicola fotografica, 1.800 tonnellate totali — è progettato per vedere il leptone tau prodotto quando un neutrino tauonico interagisce nella materia. Una traccia di pochi millimetri nella pellicola, che dura meno di un picosecondo.

    CNGS ha acceso il fascio nel 2006. OPERA ha cominciato a raccogliere dati. Servono anni di accumulo prima di avere abbastanza eventi. La prima prova diretta arriverà nel 2010.

    Intervista a Luciano Maiani

    Luciano Maiani — ex Direttore Generale del CERN (1999–2003), professore a La Sapienza — racconta in Asimmetrie n.3 l’avventura di CNGS: anni di negoziazioni tra CERN e INFN, le sfide ingegneristiche di un fascio che deve puntare con precisione millimetrica a un rivelatore a 730 km di distanza e a 10 chilometri sotto le montagne abruzzesi.

    Maiani è anche il fisico teorico che aveva co-inventato il meccanismo GIM — la previsione del quark charm per correggere le discrepanze nella teoria di Cabibbo. Il filo tra Cabibbo (articolo 2) e questo esperimento è diretto.

    OPERA: come funziona

    150.000 mattoni di piombo e pellicola fotografica, disposti in due sezioni. Ogni mattone pesa 8 chili. Quando un neutrino tauonico interagisce nel piombo, produce un leptone tau che percorre pochi millimetri, poi decade. La pellicola registra i vertici di decadimento con risoluzione micrometrica. I mattoni vengono sviluppati e analizzati uno a uno — un lavoro che dura anni.


    Articolo 4 — NEMO e il centenario di Majorana

    Sul fondo del Mediterraneo,
    in ascolto dell’Universo.

    I neutrini del Sole, i neutrini di CNGS, i neutrini atmosferici: tutte sorgenti studiate in laboratorio. Ma esistono anche neutrini cosmici di altissima energia, prodotti da eventi catastrofici come esplosioni di supernove, nuclei galattici attivi o fusioni di stelle di neutroni. Questi neutrini potrebbero portare informazioni su eventi che nessun altro strumento può vedere. Per rivelarli serve un rivelatore enorme.

    Il progetto NEMO — Neutrino Mediterranean Observatory — vuole costruire un telescopio di neutrini ad alta energia sul fondo del Mediterraneo. Il principio è lo stesso di Super-Kamiokande: quando un neutrino interagisce nell’acqua, produce un muone che emette luce Cherenkov. Rilevando quella luce con fotomoltiplicatori si ricostruisce la direzione del neutrino originale.

    Il sito scelto è a 3.500 metri di profondità, a 80 chilometri da Capo Passero, al largo della Sicilia. Nel 2006 il prototipo di stazione di fondo è già stato testato in mare. Emilio Migneco dell’INFN di Catania guida il progetto. L’obiettivo finale è KM3NeT — un rivelatore di un chilometro cubo, che entrerà in operazione negli anni 2020. Il vantaggio del Mediterraneo rispetto al Polo Sud — dove opera IceCube nel ghiaccio antartico — è la visuale: da sotto il Mediterraneo si vede il centro galattico.

    Cent’anni da Ettore Majorana

    Il 1906 è anche l’anno di nascita di Ettore Majorana, fisico siciliano scomparso nel 1938 durante un traghetto Napoli-Palermo. Il contributo principale di Majorana è un articolo del 1937 sulla teoria simmetrica dell’elettrone e del positrone: propone l’esistenza di fermioni che sono la propria antiparticella.

    Il neutrino — privo di carica elettrica — potrebbe essere un fermione di Majorana. Se lo fosse, sarebbe possibile il doppio decadimento beta senza neutrino. Trovarlo significherebbe confermare la natura di Majorana del neutrino — e spiegare, di riflesso, anche l’asimmetria materia-antimateria.

    CUORICINO al Gran Sasso

    40 cristalli di biossido di tellurio raffreddati a 10 millikelvin. CUORICINO cerca il doppio decadimento beta senza neutrino: un segnale che confermerebbe che il neutrino è la propria antiparticella, come Majorana aveva immaginato ottant’anni prima.


    Cosa rimane

    Cinque articoli, cinque domande senza risposta.

    Nessun numero di Asimmetrie che ho letto finora ha questo carattere. Gli altri esplorano un territorio: ALICE, ApeNext, Auger; GLAST, adroterapia, CLIC. Questo scava. Prende una sola particella e la aggredisce da ogni direzione possibile — sperimentale, teorica, storica, ingegneristica — e ogni volta che sembra di essere vicini a qualcosa, il pavimento cede un po’ più in basso.

    Non sappiamo quanto pesa il neutrino. Non sappiamo se viola la simmetria CP. Non sappiamo se è la propria antiparticella. Tre domande enormi su una particella che attraversa il tuo corpo settanta miliardi di volte al secondo. Quello che mi ha colpito, leggendo questo numero, è che ogni articolo è in realtà un rapporto sullo stato dell’ignoranza. Non nel senso negativo — nel senso che è un documento preciso di dove siamo arrivati e dove non arriviamo ancora.

    OPERA troverà il primo neutrino tauonico nel 2010. Borexino misurerà i neutrini del Sole con precisione record. KM3NeT è in costruzione. Il fermione di Majorana — il doppio decadimento beta senza neutrino — non è ancora stato trovato nel 2026. La caccia è più precisa di vent’anni fa, ma la preda sfugge ancora.


    Leggi la fonte

    Asimmetrie —
    gratuita, due volte l’anno.

    La rivista dell’INFN è disponibile gratis in formato digitale e cartaceo. Se questi temi ti interessano, è il posto migliore da cui cominciare: scritta da fisici, pensata per tutti.

    Capita di leggere un numero di Asimmetrie e uscirne con la sensazione di avere capito qualcosa. Questo fa il contrario: esci con la forma precisa di quello che non sai. Vent’anni dopo, il neutrino è ancora lì — ovunque e da nessuna parte, leggero e quasi imprendibile, con una massa che non riusciamo ancora a misurare direttamente. C’è qualcosa di vertiginoso in questo.

    Alberto

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  • Asimmetrie n.2 — GLAST, adroterapia e l’acceleratore che verrà

    Fisica Semplice · Asimmetrie n.2 · maggio 2006

    L’acceleratore
    che verrà.

    E un telescopio spaziale per i raggi gamma. E le particelle che curano i tumori. Questo è il numero 2 di Asimmetrie.

    Nel maggio 2006 l’INFN pubblica il secondo numero di Asimmetrie. Tre articoli principali, tre domande. Come si costruisce un acceleratore lineare lungo 40 chilometri che non esiste ancora? Come si usa un fascio di particelle per curare un tumore senza toccare i tessuti circostanti? Come si rileva un raggio gamma arrivato da miliardi di anni luce dallo spazio?

    Articolo 1 — pagine 4–11

    Un telescopio in orbita
    per vedere ciò che l’occhio
    non può vedere.

    Immagina di voler guardare l’Universo nella luce che non vedi. Non la luce visibile — quella che registrano le fotografie astronomiche — ma i raggi gamma: radiazione elettromagnetica ad altissima energia, prodotta dagli eventi più violenti dell’Universo. Esplosioni stellari. Buchi neri in fase di accrescimento. Materia e antimateria che si annichiliscono. Nessuno di questi fenomeni è osservabile dalla Terra: l’atmosfera blocca i raggi gamma prima che raggiungano il suolo. Bisogna andare nello spazio.

    Questo è il compito di GLAST — Gamma-ray Large Area Space Telescope. Un satellite della NASA con partecipazione italiana significativa, progettato per orbitare a 550 chilometri di altitudine e osservare il cielo in raggi gamma con una sensibilità dieci volte superiore ai telescopi precedenti. Doveva essere lanciato nel 2007. Il cuore dello strumento è il Large Area Telescope (LAT): un tracciatore di particelle che registra ogni fotone gamma con direzione, energia e istante di arrivo.

    L’Italia è coinvolta attraverso l’INFN e l’ASI (Agenzia Spaziale Italiana), con una contribuzione diretta alla costruzione del tracciatore. Il principio di funzionamento è analogo a quello dei grandi rivelatori terrestri: quando un fotone gamma entra nel LAT, interagisce con strati di tungsteno e produce una coppia elettrone-positrone, le cui tracce vengono ricostruite con rivelatori al silicio. La direzione originale del fotone gamma viene così calcolata con precisione sub-arcominuto.

    Tra i bersagli più importanti: le sorgenti di raggi gamma non identificate che costituiscono una percentuale significativa di tutti i fenomeni catalogati. Forse pulsar, forse resti di supernova, forse qualcosa che non abbiamo ancora classificato. Ogni fotone catturato da GLAST è un messaggero che ha viaggiato per miliardi di anni.

    La tecnologia al silicio

    Tracciatore a microstrip — rivelatori al silicio sottili come un foglio, capaci di localizzare una particella con precisione di pochi micrometri.

    Calorimetro CsI — cristalli di ioduro di cesio che misurano l’energia del fotone gamma con altissima precisione.

    Scudo anticoincidenza — distingue i fotoni gamma dai raggi cosmici carichi, riducendo il rumore di fondo di un fattore mille.

    Spazio profondo e galassie

    “Ogni fotone gamma che catturiamo è un messaggero di eventi accaduti miliardi di anni fa, in angoli dell’Universo che non raggiungeremo mai fisicamente. È la fisica delle particelle che ci permette di leggerli.”

    INFN — Asimmetrie n.2

    Articolo 2 — pagine 12–19

    Una particella
    che colpisce il tumore
    senza toccare il resto.

    C’è un problema fisico alla base della radioterapia tradizionale: quando un fascio di raggi X attraversa il corpo per raggiungere un tumore, rilascia energia anche nei tessuti sani che incontra prima e dopo. Il tumore viene colpito, ma a un costo.

    Gli adroni — protoni e ioni di carbonio — si comportano in modo radicalmente diverso. Mentre i raggi X rilasciano la maggior parte dell’energia all’ingresso nel tessuto, un fascio di protoni viaggia quasi indisturbato fino a una profondità calcolata con precisione, poi deposita tutta la sua energia in un picco strettissimo — il picco di Bragg — e si ferma. Il tessuto davanti: intatto. Il tessuto dietro: risparmiato. Il tumore: irradiato con precisione millimetrica.

    Questa è l’adroterapia. Robert Wilson ne descrisse il principio nel 1946. Ma la sua applicazione clinica richiede acceleratori di particelle di precisione — strutture enormi e costose. Costruire ospedali con ciclotron incorporati non è banale.

    In Italia, la risposta è arrivata da Catania. Il Progetto CATANA — Centro di AdroTerapia e Applicazioni Nucleari Avanzate — ai Laboratori Nazionali del Sud dell’INFN ha trattato i primi pazienti nel 2002. Al 2006, novantanove pazienti hanno ricevuto il trattamento per melanoma della coroide: il tumore dell’uvea, la parte pigmentata dell’occhio. L’alternativa chirurgica era spesso l’enucleazione — la rimozione dell’occhio. L’adroterapia conserva l’organo nel 90% dei casi.

    🏗

    LNS Catania — Il ciclotrone superconduttore da 62 MeV produce il fascio di protoni usato in CATANA. È lo stesso acceleratore impiegato nella ricerca in fisica nucleare.

    🏥

    CNAO — Pavia — In costruzione nel 2006, il Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica ha aperto nel 2011. Tratta tumori con protoni e ioni carbonio, profondi e vicini a strutture critiche.

    🧬

    Ioni di carbonio — ancora più precisi dei protoni, producono un picco di Bragg ancora più netto. Particolarmente efficaci contro tumori radioresistenti.

    CATANA dimostra una cosa che la ricerca di base dimostra spesso: la stessa macchina costruita per studiare il nucleo atomico diventa uno strumento terapeutico. La distanza tra un acceleratore per la fisica nucleare e un acceleratore per la medicina oncologica è molto più breve di quanto sembri.

    Articolo 3 — pagine 22–31

    Quaranta chilometri
    di acceleratore lineare
    che non esiste ancora.

    Mentre l’LHC al CERN non è ancora in funzione, la comunità internazionale dei fisici discute già di ciò che verrà dopo — o meglio, di ciò che verrà insieme: l’International Linear Collider. Un acceleratore lineare lungo 40 chilometri che non esiste ancora, ma di cui si conosce quasi tutto: posizione ipotetica in Giappone, tecnologia (cavità superconduttrici al niobio raffreddate a 2 Kelvin), particelle accelerate (elettroni e positroni), energia di collisione (500 GeV, espandibile a 1 TeV).

    La domanda logica è: perché costruire un secondo grande acceleratore se LHC non ha ancora prodotto un risultato? La risposta sta nel complemento dei due strumenti. LHC collide protoni: le collisioni sono “sporche”, producono migliaia di detriti, richiedono enormi filtri statistici per isolare eventi rari. Produrrà scoperte ad ampio spettro. ILC collide elettroni e positroni: le collisioni sono pulite, l’energia iniziale è perfettamente nota, ogni evento è misurabile con precisione. Permetterà di misurare con esattezza quello che LHC avrà scoperto.

    Il confronto classico: se LHC è il cannocchiale che individua un nuovo pianeta, ILC è il telescopio che ne studia l’atmosfera.

    L’ILC è anche una storia italiana. Non perché verrà costruito in Italia — non è così — ma perché il principio su cui è basato risale a un fisico italiano che lavorava ai Laboratori Nazionali di Frascati: Bruno Touschek.

    Nel 1960, Touschek propose e realizzò AdA — l’Anello di Accumulazione — il primo collisore materia-antimateria della storia. L’idea era radicale: invece di sparare particelle su un bersaglio fisso, fai circolare due fasci in senso opposto — uno di materia, uno di antimateria — e lasciali collidere a testa contro testa. L’energia disponibile per la collisione raddoppia. AdA era lungo qualche metro. Sessant’anni dopo, ILC è lungo 40 chilometri. La fisica è la stessa.

    Fisica quantistica, particelle subatomiche La fisica delle collisioni · Dal piccolo AdA di Frascati all’idea di ILC

    L’architettura di ILC

    Due linee parallele, una per elettroni e una per positroni. Ogni linea lunga circa 11 km, con una sezione sorgente e una sezione di pre-accelerazione.

    9300 cavità superconduttrici al niobio, raffreddate a 2 Kelvin (-271°C), più fredde dello spazio profondo. Producono campi elettrici che accelerano le particelle al 99,9999…% della velocità della luce.

    Un rivelatore centrale nel punto di collisione — in realtà due intercambiabili. L’energia del fascio è nota a meno di 0,1%: ogni collisione è misurabile con precisione assoluta.

    Cosa rimane

    La fisica si costruisce
    su decenni, non su anni.

    Il secondo numero di Asimmetrie esce nel 2006. GLAST viene lanciato nel 2008 e si chiamerà Fermi Gamma-ray Space Telescope: ha scoperto migliaia di nuove sorgenti gamma, tra cui pulsar millisecondo, blazar, e la prima evidenza di emissione gamma da lampi brevissimi. Il CNAO di Pavia apre nel 2011 e tratta pazienti ogni anno. ILC nel 2026 non esiste ancora, ma il Giappone ha offerto di ospitarlo, la tecnologia è matura, e la comunità internazionale ci lavora da vent’anni.

    Ci sono cose che si decidono in un laboratorio e si vedono in una sala operatoria vent’anni dopo. C’è una linea che collega il ciclotrone dei LNS di Catania all’occhio conservato di novantanove pazienti con melanoma. C’è una linea che collega AdA di Touschek a Frascati nel 1960 al progetto ILC discusso da trenta Paesi nel 2006. C’è una linea che collega i rivelatori al silicio costruiti per GLAST ai sensori di imaging medico che usano la stessa tecnologia.

    Queste linee non erano visibili quando sono state tracciate. Lo sono adesso, guardando indietro. È per questo che vale la pena guardarle: non per nostalgia, ma per capire cosa significa investire in conoscenza quando non sai ancora dove ti porterà.

    Il prossimo numero

    Asimmetrie esce ogni sei mesi. Quando uscirà il prossimo numero, lo leggo, lo studio e lo racconto qui — con lo stesso approccio: niente gergo, niente semplificazioni che svuotano, nessun fenomeno straordinario presentato come magia. Solo fisica, spiegata come si spiega qualcosa a un amico curioso.

    Leggi la fonte

    Asimmetrie —
    gratuita, due volte l’anno.

    La rivista dell’INFN è disponibile gratis in formato digitale e cartaceo. Se questi temi ti interessano, è il posto migliore da cui cominciare: scritta da fisici, pensata per tutti.

    Il numero 2 di Asimmetrie è del 2006. Vent’anni dopo, GLAST si chiama Fermi e ha mappato il cielo in raggi gamma come nessuno aveva fatto prima. Il CNAO tratta pazienti ogni giorno. ILC è ancora un progetto, ma i fisici che ci lavorano continuano a crederci. E penso che abbiano ragione.

    Alberto

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  • Asimmetrie n.1 — Big Bang, raggi cosmici e acqua alta

    Fisica Semplice · Asimmetrie n.1 · novembre 2005

    Il Big Bang
    sotto la Svizzera

    E dall’Argentina fissano i raggi cosmici. E un supercomputer italiano calcola l’acqua alta a Venezia. Questo è il numero 1 di Asimmetrie.

    Nel novembre 2005 l’INFN pubblica il primo numero di Asimmetrie: 40 pagine di fisica delle particelle per chiunque abbia voglia di capire. Tre articoli principali, tre storie che sembrano lontane dalla vita quotidiana. E invece riguardano le macchine con cui ti diagnosticano i tumori, i computer che prevedono le alluvioni e i satelliti che studiano i terremoti.

    Articolo 1 — pagine 4–11

    Un miliardesimo di secondo
    dopo il Big Bang.

    Torna indietro nel tempo. Non all’infanzia. Non ai dinosauri. Torna a 13,8 miliardi di anni fa, nei primissimi istanti dopo il Big Bang. L’Universo era allora una bolla di plasma a temperature che superavano i mille miliardi di gradi. In quelle condizioni, i mattoni fondamentali della materia — i quark — erano liberi di muoversi come gas: non erano ancora “incollati” l’uno all’altro a formare protoni e neutroni come li conosciamo oggi. Questo stato di materia si chiama plasma di quark e gluoni.

    Pochi milionesimi di secondo dopo, l’Universo si espanse e si rafreddò abbastanza da far “congelare” i quark dentro le particelle più pesanti che costituiscono i nuclei degli atomi. Da quel momento in poi, nell’Universo ordinario, il plasma di quark e gluoni non esiste più. Eccetto dentro un apparato enorme, costruito sotto le montagne del Giura, in Svizzera. Si chiama ALICE.

    ALICE è uno dei quattro esperimenti collegati all’acceleratore LHC al CERN di Ginevra. Il suo compito è far collidere nuclei di piombo a velocità vicine a quella della luce: nell’impatto si libera così tanta energia che i protoni e i neutroni si “sciolgono” e per un miliardesimo di secondo i quark tornano liberi, come erano pochi istanti dopo il Big Bang. Si forma una sfera di fuoco a 2000 miliardi di gradi — centomila volte la temperatura del nucleo del Sole — che dura un miliardesimo di secondo e produce decine di migliaia di particelle secondarie che l’esperimento cattura e analizza.

    L’apparato è grande come una casa di cinque piani: 15 metri di altezza, 25 di lunghezza, costruito come una matrioska di rivelatori concentrici. E l’Italia? È il Paese con il maggior numero di ricercatori coinvolti in ALICE: oltre 160 scienziati INFN da Bari, Bologna, Catania, Padova, Roma, Torino, Trieste. L’Italia paga il 30% dei costi di costruzione e guida quattro sistemi di rivelazione, tra cui il più grande rivelatore a gas mai costruito al mondo.

    Dalle particelle alla medicina

    Mammografia digitale — i sensori al silicio sviluppati per il tracciatore di particelle di ALICE sono ora usati in nuove tecniche di imaging medico.

    PET di nuova generazione — apparati per la diagnostica tumorale basati sugli stessi principi dei rivelatori di ALICE, in via di sviluppo.

    Tecnologie spaziali — la miniaturizzazione elettronica sviluppata per catturare migliaia di particelle al secondo ora trova applicazioni nelle missioni spaziali.

    Galassia e spazio profondo

    “Il fisico usa il calcolatore soprattutto in quei casi nei quali si sa di cosa sono fatti gli oggetti dello studio, ma è assolutamente proibitivo prevederne il comportamento attraverso calcoli matematici. Ma questo non vuol dire rinunciare a pensare.”

    Guido Martinelli, Università La Sapienza — Asimmetrie n.1

    Articolo 2 — pagine 12–19

    Diecimila miliardi
    di operazioni al secondo.
    Tutto italiano.

    Mentre ALICE cerca il plasma di quark, chi fa i calcoli? Nel 2005, una parte della risposta è un supercomputer costruito interamente in Italia: ApeNext. Progetto INFN, in collaborazione con l’azienda Eurotech. Quattrocentocinquantasei processori specializzati, collegati in un reticolo tridimensionale a struttura di cristallo, capaci di eseguire 10 teraflops — cioè diecimila miliardi di operazioni al secondo.

    Non è il più potente supercomputer del mondo (il primato, in quel momento, spetta all’americano Blue Gene/L con 185 teraflops). Ma è probabilmente il più efficiente per il suo scopo: un calcolatore “dedicato”, ottimizzato per un tipo preciso di problema fisico. Come la differenza tra una pinza da chirurgo e un paio di tenaglie: la prima pesa meno, occupa meno spazio, consuma meno energia, ed è infinitamente più precisa nel compito per cui è stata costruita.

    Il compito, in questo caso, è simulare il comportamento dei quark — particelle che interagiscono tra loro con una forza così intensa da rendere quasi impossibili i calcoli tradizionali. Ma la struttura tridimensionale di ApeNext, ottimizzata per il problema fisico dei quark, si rivela adatta anche per tutta una serie di problemi che hanno la stessa forma matematica.

    Ed è qui che la storia diventa interessante per chi non si occupa di fisica. Lo stesso calcolatore viene usato:

    🌳

    A Venezia, per prevedere il livello dell’acqua e l’acqua alta nell’Adriatico. I Servizi tecnici dello Stato si avvalgono di Ape per le previsioni meteo-marine.

    🏇

    A Maranello, per simulare la dinamica dei fluidi e migliorare l’aerodinamica delle vetture Ferrari di Formula 1.

    🏭

    All’ENEA, per simulare la chimica di molecole complesse, con applicazioni in farmacologia e scienza dei materiali.

    🎬

    Nel cinema di animazione: uno dei ricercatori che aveva lavorato ad Ape ha sviluppato il software Toonz, usato per animare film come Anastasia e Balto.

    Dal progetto Ape sono nate anche aziende private: Nergal (telecomunicazioni e media, circa cento dipendenti), Ipitec (tecnologia audio). Nessuno di questi esiti era stato pianificato. È così che funziona la ricerca di base: semina in modo imprevedibile e raccoglie in modo sorprendente.

    Articolo 3 — pagine 22–29

    In Argentina, nel cuore della Pampa, su 3000 km² di deserto.

    Ogni secondo, ogni metro quadrato della superficie terrestre viene colpito da circa 100 particelle provenienti dallo spazio. Si chiamano raggi cosmici — non sono raggi di luce, sono particelle cariche: soprattutto protoni e nuclei atomici — e ci bombardano incessantemente, giorno e notte, da miliardi di anni. L’atmosfera ci protegge: rallenta e assorbe la maggior parte di queste particelle prima che raggiungano il suolo.

    Ma alcune di queste particelle arrivano dallo spazio con un’energia straordinaria: l’equivalente di una palla da tennis tirata da un campione, concentrata in una singola particella subatomica. Circa un raggio cosmico di altissima energia per chilometro quadrato per secolo. Rarissimi, quindi, ma enormemente energetici. Da dove vengono? Probabilmente da esplosioni di supernove. Ma non lo sappiamo con certezza — ed è questo mistero che ha spinto a costruire l’Osservatorio Auger.

    Auger copre 3000 km² nella Pampa argentina, a 1400 metri di altitudine. È composto da 1600 rivelatori di superficie, distribuiti a 1500 metri l’uno dall’altro, alimentati da pannelli solari, collegati via radio a un laboratorio centrale. Quando uno sciame di particelle cosmiche raggiunge il suolo, decine di rivelatori si attivano in sincrono, e l’esperimento ricostruisce l’energia e la direzione di provenienza del raggio cosmico originale.

    È un esperimento di 15 Paesi, con l’Italia rappresentata dall’INFN. La cooperazione internazionale non è un dettaglio: è la struttura necessaria. Nessun Paese, da solo, avrebbe le risorse per costruire e gestire un osservatorio di quella scala.

    Cielo stellato di notte in un deserto montano Pampa argentina · L’osservatorio Auger studia i raggi cosmici di altissima energia

    Un dettaglio che sorprende

    A bordo degli aerei ad alta quota, la protezione dell’atmosfera è minore. L’INFN ha costruito un fantoccio — chiamato “Jimmy” — che simula la composizione del corpo umano, con dosimetri al suo interno. Jimmy ha volato sulle rotte intercontinentali di Alitalia per misurare la dose di raggi cosmici ricevuta dagli equipaggi. Risultato: le rotte polari espongono quasi il doppio rispetto a quelle equatoriali. Una ricerca che riguarda direttamente la salute di chi vola spesso.

    Cosa rimane

    Perché leggere di fisica
    non è un lusso.

    Il primo numero di Asimmetrie esce nel 2005, nell’Anno Internazionale della Fisica dichiarato dall’ONU, cent’anni dopo i lavori rivoluzionari di Einstein. L’editoriale del presidente INFN Roberto Petronzio è esplicito: la rivista non vuole convincere nessuno di niente, vuole comunicare le sfide scientifiche a chi non è fisico, cercando un equilibrio “tra linguaggio comprensibile e contenuti concettuali che non vanno persi nel desiderio di renderli accessibili”.

    È un equilibrio difficile. Ed è esattamente quello che questa rubrica prova a cercare anch’essa, partendo dagli stessi materiali.

    I sensori al silicio di ALICE sono oggi nelle macchine per la mammografia. ApeNext ha aiutato a prevedere l’acqua alta a Venezia e a migliorare l’aerodinamica della Ferrari. I fisici che hanno sviluppato Ape hanno fondato aziende nel cinema e nelle telecomunicazioni. I rivelatori costruiti per Auger vengono poi usati in esperimenti in Tibet e su satelliti per la ricerca dell’antimateria e la previsione dei terremoti.

    Nessuno di questi risultati era stato pianificato. È così che funziona la ricerca di base: non produce tecnologie, produce conoscenza. E la conoscenza produce tecnologie, in modi che non si possono prevedere, in tempi che non si possono pianificare. L’unico modo per non raccogliere è smettere di seminare.

    Il prossimo numero

    Asimmetrie esce ogni sei mesi. Quando uscirà il prossimo numero, lo leggo, lo studio e lo racconto qui — con lo stesso approccio: niente gergo, niente semplificazioni che svuotano, nessun fenomeno straordinario presentato come magia. Solo fisica, spiegata come si spiega qualcosa a un amico curioso.

    Leggi la fonte

    Asimmetrie —
    gratuita, due volte l’anno.

    La rivista dell’INFN è disponibile gratis in formato digitale e cartaceo. Se questi temi ti interessano, è il posto migliore da cui cominciare: scritta da fisici, pensata per tutti.

    Il numero 1 di Asimmetrie è del 2005. Vent’anni dopo, LHC ha prodotto in laboratorio il plasma di quark e gluoni, ha trovato il bosone di Higgs, ha generato migliaia di pubblicazioni e centinaia di applicazioni industriali. E molte delle tecnologie che usi oggi portano tracce di quel lavoro.

    Alberto

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