di Patrick McGrath

Ci sono libri che ti lasciano a disagio per settimane, non perché siano disturbanti nel senso convenzionale del termine, ma perché ti fanno dubitare di qualcosa che credevi solido: la tua capacità di distinguere chi sta raccontando la verità. Follia di Patrick McGrath è uno di questi. L’ho aperto pensando di leggere un romanzo gotico sulla pazzia, e mi sono ritrovato a interrogarmi sulla sanità di chi la diagnostica. Un libro che si rivela lentamente, strato dopo strato, come uno di quei sogni che sembrano normalissimi finché non ti svegli e realizzi che qualcosa non tornava fin dall’inizio.
Il manicomio come specchio:
Siamo nell’Inghilterra di fine anni Cinquanta. Un grande ospedale psichiatrico nella campagna inglese, muri spessi, corridoi silenziosi, regole non scritte che pesano più di quelle scritte. McGrath conosce quel mondo dall’interno — suo padre era direttore del Broadmoor Hospital — e si vede. La descrizione dell’istituto non è mai caricaturale, mai horror da quattro soldi. È piuttosto una burocrazia del dolore: gerarchie rigide, piccole umiliazioni quotidiane, e sotto tutto questo, la sensazione costante che il confine tra chi cura e chi viene curato sia molto più poroso di quanto si voglia ammettere. L’atmosfera che McGrath costruisce è claustrofobica senza mai ricorrere all’eccesso. La follia qui non urla — mormora. Ed è molto più inquietante così.
Stella:
Al centro del romanzo c’è Stella Raphael, moglie del vicedirettore dell’istituto, una donna intelligente, repressa, intrappolata in un matrimonio che non la vede. Poi incontra Edgar Stark, un paziente internato per aver ucciso e mutilato la moglie in un momento di gelosia ossessiva. Ed è da qui che tutto precipita, con una logica che McGrath rende terribilmente convincente. L’attrazione di Stella per Edgar non è insensatezza — è il risultato di anni di asfissia emotiva che esplodono a contatto con l’unica persona in quel mondo che la tratta come un essere umano complesso. La cosa più riuscita del romanzo è che McGrath non giudica Stella. Non la giustifica neanche. La osserva, con la stessa precisione clinica con cui i medici osservano i pazienti, e ti lascia fare i tuoi conti. Quello che le capita — la traiettoria della sua vita dopo quella scelta — è devastante. Ma mai gratuito.
Peter Cleave — il narratore che mente:
Qui sta il vero cuore del libro, e il motivo per cui rimane sotto pelle a lungo. Chi racconta la storia è il dottor Peter Cleave, psichiatra dell’istituto, collega del marito di Stella, figura autorevole e apparentemente equilibrata. Il suo tono è misurato, quasi accademico. Analizza Stella con la distanza professionale di chi sa leggere la mente altrui. Solo che a un certo punto, lentamente, inevitabilmente, capisci che anche Cleave è ossessionato da Stella. Che la sua narrazione non è uno sguardo clinico — è uno sguardo innamorato e geloso travestito da diagnosi. Ogni giudizio che dà su di lei è contaminato. Ogni scelta che fa nei suoi confronti serve prima di tutto a lui stesso. McGrath costruisce uno degli esempi più riusciti di narratore inattendibile che abbia mai letto, perché non lo svela con un colpo di scena — lo lascia emergere gradualmente, e quando realizzi pienamente cosa sta succedendo, devi tornare indietro a rileggere le pagine precedenti con occhi diversi. Tutto cambia. Tutto si ribalta.
La prosa di McGrath:
McGrath scrive con una precisione che fa quasi paura. La sua prosa è chirurgica — poche parole di troppo, nessuna concessione al sentimentalismo — eppure genera un’intensità emotiva che non ti aspetti. È lo stile di chi conosce la differenza tra descrivere un’emozione e farla sentire. Non dice mai che Stella soffre: costruisce la sua sofferenza mattone per mattone, con dettagli scelti con cura, finché non senti il peso da sola. Questo approccio freddo, quasi distaccato, è perfettamente coerente con il narratore che ha scelto: Cleave è un clinico, parla come un clinico, e questa voce presta al romanzo una stranezza sottile, come guardare qualcosa di molto umano attraverso un vetro. La traduzione italiana rende abbastanza bene questo equilibrio, anche se in certi passaggi si perde qualcosa della secchezza originale.
Follia vera, follia costruita:
Il tema centrale del romanzo — quello che McGrath esplora con più profondità — non è la pazzia in sé, ma chi ha il potere di definirla. In un sistema come quello raccontato nel libro, la diagnosi non è neutra: è uno strumento. Stella viene progressivamente definita, inquadrata, ridotta da chi la circonda, e il momento in cui perde ogni controllo sulla propria storia è il momento più agghiacciante del libro — non perché succeda qualcosa di violento, ma perché avviene in modo perfettamente ordinato, burocratico, quasi gentile. McGrath sembra chiedersi: quanta differenza c’è tra essere malati e essere scomodi? E la risposta implicita è sufficientemente disturbante da non abbandonarti. Edgar Stark, il paziente-assassino che Stella ama, è in un certo senso il personaggio più onesto del romanzo — il solo che non nasconde cosa è, anche se quello che è fa orrore. Accanto a Cleave, la sua trasparenza risulta quasi rassicurante. Quasi.
Quello che rimane:
Follia è un romanzo che si porta appresso. Non per la trama in sé, che pure è costruita con grande mestiere, ma per quello che lascia irrisolto — deliberatamente. McGrath non spiega, non risolve, non consola. Finisce il libro e ti restituisce le domande più ingombranti intatte: chi era davvero Stella? Cosa ha vissuto, al di là di quello che Cleave ci ha permesso di vedere? Quanto della sua storia abbiamo perso dietro la sua voce interessata? La scena finale — che non anticipo — ha la qualità dei finali che non si dimenticano: non spettacolare, non urlata, semplicemente inevitabile. Come se non potesse finire altrimenti. Come se fosse sempre finita così, e noi fossimo gli ultimi a saperlo. L’ho chiuso con la sensazione di aver letto qualcosa di importante, scritto da qualcuno che capisce le persone meglio di quanto le persone capiscano se stesse.
Alberto

