Categoria: Saggistica

  • 21 Lezioni per il XXI Secolo — Recensione

    di Yuval Noah Harari


    Harari ha scritto tre libri sul tempo. Il primo sull’origine, il secondo sul futuro, il terzo — questo — sul presente. E’ la scommessa piu’ rischiosa: il presente non aspetta.

    21 Lezioni per il XXI Secolo arriva nel 2018, quattro anni dopo Sapiens. Non e’ la conclusione di una trilogia — e’ un tentativo di applicare la stessa macchina analitica a cio’ che sta succedendo adesso. Ventuno problemi, ventuno capitoli, una diagnosi condivisa: nessuna delle grandi narrazioni del Novecento regge le sfide di questo secolo.

    Un catalogo, non un argomento

    Il rischio di un libro costruito cosi’ e’ evidente. In parte si realizza.

    Alcuni capitoli sono memorabili. Altri sembrano articoli gia’ scritti altrove, riassemblati per l’occasione. Nei tratti peggiori il libro ha il ritmo del TED talk: paradosso brillante, sviluppo rapido, punto successivo. Si legge in poche ore. Alcune parti si dimenticano quasi subito.

    Il problema non e’ la qualita’ della scrittura — Harari e’ tra i saggisti piu’ chiari della sua generazione. Il problema e’ che ventuno argomenti non fanno necessariamente un ragionamento.

    L’idea che non si dimentica

    La tesi piu’ convincente e’ sulla fusione tra tecnologia dell’informazione e biotecnologia. Non e’ originale in assoluto, ma Harari la porta fino in fondo.

    Non si tratta solo di automazione, di perdere lavori. Si tratta di perdere opacita’. Finche’ le istituzioni non riuscivano a capire come funzioniamo meglio di quanto capissimo noi stessi, esisteva una zona di liberta’ nel mezzo. Quella zona si sta restringendo. I sensori biometrici, i dati comportamentali, i modelli predittivi sull’umore — non sono strumenti per controllarci meglio. Sono strumenti per capirci meglio di quanto riusciamo a fare da soli.

    Il passaggio dalla “classe sfruttata” alla “classe inutile” e’ il colpo piu’ preciso del libro. Il Novecento parlava di sfruttamento: lavoratori necessari, mal pagati, controllati. Il XXI secolo parla di irrilevanza: persone di cui il sistema non ha piu’ bisogno. Non e’ un miglioramento. E’ qualcosa di piu’ difficile da contrastare, perche’ non c’e’ nemmeno un antagonista chiaramente identificabile.

    Dove e’ piu’ prevedibile

    I capitoli su nazionalismo e religione sono i piu’ deboli. Non perche’ sbagliati — la diagnosi di Harari sul nazionalismo come risposta inadeguata ai problemi globali e’ corretta. Ma sono anche i capitoli dove si sente di piu’ la formula. Harari sa costruire argomenti, sa trovare l’aneddoto che apre un ragionamento. Qui il meccanismo gira a vuoto.

    La stessa cosa vale per i capitoli sull’immigrazione e sulla comunita’. Le analisi sono ragionevoli. Ma ragionevole non e’ abbastanza quando si parla di fenomeni che continuano a sorprendere.

    La fine che non mi aspettavo

    L’ultimo capitolo e’ sulla meditazione vipassana. Harari pratica — dieci giorni di ritiro in silenzio ogni anno, da anni — e si sente. Non e’ un capitolo accademico. E’ personale.

    La tesi e’ semplice: per capire come funziona la nostra mente, bisogna osservarla direttamente, non attraverso storie o teorie. In un libro sull’intelligenza artificiale, sulla manipolazione digitale e sul collasso delle grandi narrazioni, chiuderlo con una pratica di osservazione interiore e’ una scelta strana. Forse per questo funziona.

    Il libro che descrive come gli algoritmi possono capirci meglio di noi stessi finisce suggerendo di tornare all’unica fonte che gli algoritmi non possono toccare: l’esperienza diretta di cio’ che accade nella propria mente. Non so se e’ la risposta giusta. So che e’ una risposta onesta.

    21 Lezioni e’ il libro piu’ diseguale della trilogia. E’ anche il piu’ urgente. Il paradosso e’ che i libri sul presente invecchiano piu’ in fretta di quelli sul passato — e alcune delle cose che Harari descriveva come rischi futuri sono gia’ diventate realta’ ordinaria. Questo non e’ un difetto del libro. E’ la condizione in cui siamo tutti.

    Leggi anche: Lo Straniero  ·  Il Condominio

    Alberto

  • Mistero Buffo — Recensione

    di Dario Fo


    Questo libro è arrivato tra le mie mani a Natale, avvolto nella carta regalo di mia cugina. Lei lavora come tecnico delle luci nei teatri — sa cosa vuol dire stare nell’ombra per far brillare qualcun altro sul palco, conosce il silenzio che precede l’entrata in scena, l’adrenalina che si taglia con un coltello quando le luci si accendono. E forse è proprio per questo che ha scelto Mistero Buffo per me: perché sapeva che, in qualche modo, avrei capito qualcosa del teatro che non si impara sui libri, ma che in questo libro — paradossalmente — c’è tutto.

    Non avevo mai letto Dario Fo. Lo conoscevo come lo conoscono tutti: Nobel per la Letteratura nel 1997, figura scomoda, genio istrionico. Ma leggere è diverso dal sapere. E questo libro me lo ha dimostrato fin dalle prime pagine.

    L’essenza dell’opera:

    Mistero Buffo nasce come spettacolo teatrale nel 1969, all’Università di Milano, ed è di fatto una raccolta di monologhi — giullarate, le chiama Fo — che rileggono episodi del Vangelo e della tradizione medievale popolare in chiave grottesca e satirica. Non è un romanzo, non è un saggio: è un copione che respira. È scritto in una lingua inventata, il grammelot, un ibrido di dialetti padani, suoni onomatopeici, gesti codificati che compongono una comunicazione totale, dove il corpo conta quanto le parole — o forse più.

    Il punto di partenza è rivoluzionario: Fo racconta i Vangeli non dal punto di vista della Chiesa, non dalla storiografia ufficiale, ma dalla prospettiva del popolo. Del villano, del cieco, dello zanni affamato. Di chi assiste ai miracoli di Cristo come se fossero spettacoli di piazza e non atti divini. In questo rovesciamento di prospettiva sta tutta la potenza dell’opera: il sacro diventa umano, l’umano diventa universale, e il riso diventa — come Fo stesso sosteneva — lo strumento più affilato contro il potere.

    La scrittura di Fo:

    Leggere Fo è un’esperienza strana, quasi frustrante all’inizio. Perché la sua scrittura non è fatta per la pagina: è fatta per il corpo, per la voce, per il palcoscenico. Le didascalie descrivono gesti, movimenti, variazioni di tono. Il testo è un canovaccio, non un romanzo rifinito. E questa imperfezione apparente è in realtà la sua forza più autentica.

    Il grammelot è geniale proprio perché non appartiene a nessuna lingua — e quindi appartiene a tutti. Fo costruisce significato attraverso il ritmo, l’intonazione, la fisicità delle parole più che attraverso il loro contenuto semantico. È un teatro di pelle prima che di mente. E anche solo leggendolo, sentendo quelle sillabe strane sul palato, capisci che stai di fronte a qualcosa di radicalmente diverso da tutto il resto della letteratura italiana del Novecento.

    Riflessioni personali:

    Quando ho aperto questo libro la sera di Natale, dopo cena, non sapevo cosa aspettarmi. Ho letto le prime pagine e mi sono fermato, un po’ spaesato. Non è una lettura che ti prende per mano: ti prende per il bavero e ti trascina. Ho pensato a mia cugina, alle serate che passa in teatro con la cuffia in testa a coordinare luci e scene, e ho capito perché me lo ha regalato. Lei vive in un mondo dove il testo stampato è solo l’inizio — dove quello che conta è come quella parola viene portata in vita da un corpo, da una luce, da un silenzio.

    Leggere Mistero Buffo con questo filtro ha cambiato tutto. Non cercavo più la storia: cercavo l’intenzione dietro ogni riga. E la trovavo — nell’irriverenza verso Bonifacio VIII agghindato come un pavone, nella ribellione silenziosa di Maria sotto la Croce, nella fame disperata e comica dello Zanni. Fo non racconta: accusa. E lo fa ridendo, che è la cosa più difficile e più coraggiosa che si possa fare.

    L’attualità del messaggio:

    Scritto nel 1969, Mistero Buffo parla ancora — e parla forte. La critica al potere che si ammanta di sacralità per legittimarsi, la voce del popolo sistematicamente cancellata dalla storia ufficiale, il riso come atto politico: sono temi che non hanno perso un grammo di peso. Se Fo fosse vivo oggi, troverebbe materiale nuovo ad ogni apertura di giornale. Il giullare medievale che lui ha resuscitato è ancora qui, tra noi — solo che adesso si chiama satira politica, stand-up comedy, teatro di narrazione. Fo ha inventato un genere senza saperlo, o forse sapendolo benissimo.

    E c’è qualcosa di commovente nel rendersi conto che questo libro — nato da anni di ricerca su documenti medievali censurati, su vangeli apocrifi, su testi popolari sepolti dall’accademia — sia stato recitato in oltre cinquemila allestimenti nel mondo, perfino negli stadi. Il popolo, alla fine, si riconosce sempre nella propria storia quando qualcuno ha il coraggio di raccontarla.

    Conclusione:

    Mistero Buffo è un libro difficile da consigliare e impossibile da non consigliare. Difficile, perché leggerlo senza vederlo è come ascoltare una partitura senza sentirla suonare — intuisci la grandezza, ma non la vivi del tutto. Impossibile da non consigliare, perché anche in questa forma incompleta, anche solo sulla carta, c’è dentro qualcosa di raro: la sensazione di essere di fronte a un artista che ha usato il teatro come altri usano una spada. Con precisione, con rabbia, con amore. Se avete qualcuno vicino che conosce i teatri dall’interno — un tecnico, un regista, un attore — chiedetegli di leggerlo con voi. O meglio: fategli recitare qualche riga. Fidatevi.

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    Alberto