Non devi documentare tutto

Pistoia, marzo 2026


Ieri sera ero al concerto di Olly. Palagio di Prato, sold out, luci basse. A un certo punto, a metà del secondo ritornello, ho guardato intorno e ho visto centinaia di telefoni alzati. Tutti a registrare. Poi ho guardato il mio. Era alzato anche il mio.

L’ho abbassato.

Non per principio, non perché avessi deciso di fare qualcosa di significativo. Solo perché mi sono accorto che stavo guardando lo schermo invece del palco. Stavo documentando un’esperienza invece di viverla.


C’è qualcosa di strano che è successo negli ultimi anni. Siamo diventati documentatori compulsivi delle nostre vite. Ogni posto, ogni momento, ogni piatto. Come se l’esperienza non fosse abbastanza reale finché non la trasformiamo in contenuto.

E capisco il perché. Documentare dà una forma alle cose. Condividere è un modo di dire ero qui, ho vissuto questo, conta. Non c’è niente di sbagliato in questo, in sé.

Il problema è quando la documentazione prende il posto dell’esperienza. Quando inizi a vivere i momenti già pensando a come li fotograferai, a che caption ci metterai, a quante persone vedranno quella storia. Quando il concerto diventa uno sfondo per il tuo contenuto invece di essere il motivo per cui sei lì.


Ho finito il concerto senza quasi nessuna foto. E ricordo tutto molto meglio di quanto pensassi.

Ricordo la faccia di Olly quando il pubblico ha cantato più forte di lui. Ricordo il momento in cui le luci si sono spente di colpo e la folla ha trattenuto il respiro. Ricordo com’era stare lì, fisicamente, con il suono che si sentiva nel petto.

Non ho un video da rivedere. Ho solo il ricordo. Ed è strano quanto sia più nitido così.


Non sto dicendo che fotografare è sbagliato. Sto dicendo che forse vale la pena chiedersi, ogni tanto, se stai documentando perché vuoi ricordare o perché hai paura che senza una prova il momento non conti abbastanza.

Alcune cose non hanno bisogno di essere condivise per essere reali. Alcune cose sono più tue se le tieni per te.


Alberto

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