Categoria: Azione

  • Tenet — Recensione

    di Christopher Nolan   |   2020   |   Azione / Fantascienza / Thriller   |   150 min


    Prima impressione

    Tenet è il film di Nolan più difficile da amare. Non perché sia brutto — non lo è. È difficile da amare perché non te lo chiede. Non vuole la tua empatia, vuole la tua attenzione. Ha costruito un labirinto narrativo in cui ogni pezzo si incastra con precisione ingegneristica, e si aspetta che tu stia al gioco senza fermarti a chiedere perché dovrebbe importarti qualcuno in quel labirinto.

    Il rispetto te lo guadagna. L’amore no.


    Trama e temi

    Un agente della CIA senza nome — nei titoli di coda accreditato come “the Protagonist” — sopravvive a un’operazione in un teatro dell’opera a Kiev e viene reclutato da un’organizzazione segreta chiamata Tenet. Scopre l’esistenza dell’inversione: una tecnologia che permette a oggetti e persone di muoversi all’indietro nel tempo invertendo la loro entropia. Qualcuno nel futuro sta assemblando un algoritmo che, completato nel passato, distruggerebbe il presente. Il villain è Andrei Sator, oligarca russo con accesso a materiali invertiti, che tiene in ostaggio la moglie Kat — l’unico personaggio del film per cui Nolan ci chieda esplicitamente di preoccuparci.

    Il tema centrale è l’entropia — la freccia del tempo. “What’s happened, happened” è il mantra del film, il suo ancoraggio filosofico: il futuro è già scritto, e le azioni nel passato non cambiano il presente perché il presente è già la conseguenza di quelle azioni. È una forma di determinismo assoluto, e Nolan la usa per costruire una struttura narrativa circolare in cui causa ed effetto si confondono.

    È un’idea affascinante. Il problema è che Nolan è così concentrato sulla meccanica di quell’idea che dimentica di darle un peso emotivo.


    Regia

    Le sequenze di inversione sono tra le cose più originali viste al cinema negli ultimi vent’anni. Nolan ha costruito scene in cui due eserciti combattono simultaneamente — uno che avanza nel tempo normale, uno che retrocede — e ha girato tutto con macchine da presa reali, senza effetti digitali. Il coordinamento logistico richiesto è quasi impossibile da immaginare.

    C’è però un problema di ritmo. Tenet non respira mai. Nolan passa da un’informazione all’altra con una velocità che non lascia allo spettatore il tempo di capire cosa sta guardando, tantomeno di sentirlo. La macchina narrativa gira a pieno regime dall’inizio alla fine — ed è esattamente questo il limite: un motore che non si ferma mai è anche un motore su cui non sali davvero.


    Aspetti tecnici

    La fotografia di Hoyte van Hoytema è impeccabile — come sempre nelle sue collaborazioni con Nolan. Le sequenze in Amalfi, in Estonia, in Norvegia sono visivamente straordinarie. Il film è girato in sette paesi e ogni location porta qualcosa di preciso.

    La colonna sonora di Ludwig Göransson — al posto del tradizionale Hans Zimmer, impegnato su Dune — è una delle cose meglio riuscite del film. Göransson costruisce qualcosa di denso e percussivo che funziona come secondo strato narrativo, segnalando il ritmo dell’inversione attraverso la musica stessa.

    Il suono è il punto più controverso. Nolan ha mixato la colonna sonora a volume superiore ai dialoghi in modo deliberato. Le lamentele di chi non riusciva a capire le battute erano diffuse e prevedibili. Nolan ha risposto che era una scelta artistica. Lo era. Non significa che funzioni.


    Il cast

    John David Washington porta il Protagonista con carisma e fisicità — le sequenze d’azione sono credibili. Ma il personaggio è costruito per essere un contenitore, non una persona. Non ha nome, non ha passato, non ha un arco emotivo riconoscibile. È funzionale alla meccanica del film.

    Robert Pattinson è Neil, e in un film di personaggi-funzione è l’unico che riesce a portare qualcosa di umano. C’è calore nelle sue battute, ironia nella sua postura. Il rapporto tra il Protagonista e Neil è il cuore del film — ma Nolan lo rivela così tardi, e in modo così obliquo, che quasi non ha il tempo di atterrare.

    Elizabeth Debicki è la coscienza emotiva del film, l’unico personaggio per cui ci sia chiesto di preoccuparci davvero. Ci riesce, nonostante le sia dato poco con cui lavorare. Kenneth Branagh è il villain con accento russo che fa del suo meglio con un personaggio scritto come pura funzione narrativa.


    La produzione

    Budget di circa 200 milioni di dollari, interamente finanziato da Warner Bros. Nolan ha negoziato una finestra di esclusiva cinematografica di quarantacinque giorni prima della distribuzione digitale — in un momento in cui le piattaforme streaming premevano per finestre più corte.

    Per la sequenza dell’hangar, Nolan ha acquistato un Boeing 747 reale e lo ha fatto schiantare contro l’edificio — perché costruire la scena in CGI sarebbe costato di più. È il tipo di decisione che solo Nolan può permettersi, e che dice tutto sul suo approccio alla regia: se puoi farlo per davvero, fallo per davvero.


    Accoglienza

    Tenet è stato il primo grande film di uno studio a uscire in sala durante la pandemia COVID-19 — in Europa ad agosto 2020, negli Stati Uniti a settembre. Il risultato al botteghino — circa 363 milioni di dollari nel mondo su un budget di 200 — è stato deludente per gli standard di un film di quella portata, anche considerando le restrizioni delle sale.

    La critica divisa: 69% su Rotten Tomatoes, 69 su Metacritic. Il pubblico meglio: 77%. IMDb: 7.3/10. È uno dei film di Nolan con il punteggio più basso, ma nessuno lo ricorda come un fallimento — perché non lo è.


    Curiosità

    Il Boeing 747 era reale. Nolan ha acquistato un aereo dismesso da una compagnia aerea in fallimento e lo ha fatto schiantare contro l’hangar. Costava meno che costruire la scena in CGI.

    Il titolo è un palindromo. Si legge uguale da sinistra a destra e da destra a sinistra — come il meccanismo narrativo del film.

    Pattinson non ha letto la sceneggiatura. Ha accettato il ruolo dopo che Nolan gli ha descritto il personaggio a voce. Nessuna pagina letta prima di dire sì.

    Göransson al posto di Zimmer. Hans Zimmer — collaboratore storico di Nolan — era impegnato su Dune. Ludwig Göransson ha vinto un Grammy per la colonna sonora di Tenet.

    Michael Caine appare per tre minuti. È la sua nona collaborazione con Nolan. Il cameo era talmente breve che Caine ha dichiarato di non aver capito di cosa parlasse il film dopo averlo visto.


    Valutazione finale

    Tenet è il tipo di film che rispetti più di quanto lo ami. La meccanica è impeccabile, la messa in scena è spettacolare, l’ambizione non ha paragoni nel cinema mainstream degli ultimi anni.

    Ma è un film che ti tiene fuori. Ti lascia guardare dall’esterno una macchina che gira perfettamente, senza invitarti dentro. Interstellar aveva Cooper che guardava i video di Murph e piangeva. Inception aveva Cobb e la trottola. Tenet non ha quel momento — o ce l’ha, ma arriva troppo tardi e troppo in fretta per poter fare il suo lavoro.

    Vale la pena vederlo. Vale anche la pena rivederlo. Ma non aspettarti di uscire con qualcosa da portarti via.

    Fonte Voto
    IMDb 7.3 / 10
    Rotten Tomatoes (critici) 69%
    Rotten Tomatoes (pubblico) 77%
    Metacritic 69 / 100
    Il mio voto ⭐ 7.5 / 10

    Alberto

    Dove vederlo: Netflix  ·  Prime Video

  • 300 — Recensione

    di Zack Snyder   |   2006   |   Epico / Azione / Storico   |   117 min


    Prima impressione

    Ho visto 300 per la prima volta a undici anni, su DVD, in una mattina di estate in cui non c’era niente da fare. Non capivo quasi niente di quello che stava succedendo — la politica spartana, la storia di Gorgo, il senato corrotto — ma non importava. Quello che ricordo è il silenzio che mi calò addosso nella prima sequenza di battaglia: gli scudi che si alzavano come un muro vivo, il sangue che volava lento, la musica che saliva. A undici anni non avevo strumenti per chiamarlo estetismo. Lo chiamavo bello e mi bastava.

    L’ho rivisto molte volte da allora. A sedici anni ci vedevo pura adrenalina. A vent’anni ho cominciato a notare le crepe — la sceneggiatura piatta, i personaggi senza spessore, la retorica a tratti scomoda. A venticinque ho capito che quelle crepe non erano difetti da perdonare, ma parte integrante di quello che il film è. E che 300 è un’opera molto più consapevole di quanto sembri a una visione distratta.


    Trama e temi

    480 a.C. Il re Leonida di Sparta (Gerard Butler) rifiuta la resa all’emissario del re persiano Serse e guida trecento guerrieri spartani alle Termopili per bloccare l’avanzata di un esercito di centinaia di migliaia di uomini. Lo sa dall’inizio: non torneranno. La missione non è vincere — è resistere abbastanza a lungo da dare alla Grecia il tempo di unirsi. E nel farlo, trasformare la sconfitta in leggenda.

    Il tema apparente è il coraggio militare. Il tema vero è la mitologia — come i popoli costruiscono le proprie fondamenta narrative, come trasformano la sconfitta in epica, come il racconto sopravvive ai corpi. Il film lo dichiara esplicitamente: la voce narrante è Dilios, il soldato mandato indietro da Leonida proprio perché è il più bravo a raccontare storie. Quello che stiamo vedendo non è la battaglia delle Termopili. È la versione che Dilios racconterà al fuoco, anni dopo, amplificando ogni gesto eroico fino a farlo diventare mito. Questa consapevolezza — il film sa di essere propaganda epica e lo dichiara nella struttura narrativa — è quello che rende 300 più intelligente di quanto sembri.

    Intrecciata alla storia militare c’è quella politica: a Sparta, la regina Gorgo (Lena Headey) combatte la sua battaglia diversa. Deve convincere il senato a mandare rinforzi, navigando la corruzione e la viltà degli uomini rimasti a casa. Il film tratta questa storia come pausa obbligata tra una battaglia e l’altra — ed è il suo errore più evidente — ma quando Gorgo parla nell’assemblea, in quella scena breve e tagliente, il film fa capire che anche quella è una forma di guerra.


    Regia e visione artistica

    Zack Snyder non fa cinema storico. Non ha mai preteso di farlo. 300 è la trasposizione visiva di una graphic novel di Frank Miller e Snyder rispetta questa genealogia con una coerenza quasi ossessiva. Ogni inquadratura è una vignetta. I colori sono costruiti per sembrare inchiostro ancora fresco: seppia, ocra, sangue scuro, con lampi di cielo che sembrano sfondi dipinti. I corpi dei soldati spartani sono scultorei in un modo che non esiste in natura. Sono icone, non uomini. E non dovrebbero essere uomini.

    La scelta registica più originale di Snyder non è visiva ma strutturale: eliminare completamente la tensione sulla sopravvivenza dell’eroe. Sappiamo dall’inizio come finisce, sappiamo che Leonida muore, sappiamo che i trecento non tornano. Snyder sostituisce quella tensione con un’altra: la qualità della discesa verso il finale inevitabile. Ogni battaglia è costruita per essere più bella della precedente, non più intensa. Ed è una distinzione che conta.

    C’è però una scena che mi rimane, ogni volta. Non è di combattimento. È quella in cui Leonida, la notte prima di partire, si ferma un istante a guardare suo figlio dormire. Nessun dialogo. Pochi secondi di silenzio assoluto. In un film che urla quasi sempre, quel momento dice tutto quello che il resto non si ferma mai a dire: che dietro l’archetipo c’è un padre che sa che non tornerà, e che ha scelto lo stesso.


    Aspetti tecnici

    Fotografia. Larry Fong sviluppò una pipeline di post-produzione completamente inedita per ottenere quella palette cromatica. Il film fu interamente girato su greenscreen a Montreal — non un singolo giorno di riprese in esterni — e ogni inquadratura fu trattata in post per replicare l’estetica della graphic novel. I colori desaturati con accenti di rosso sangue, le ombre quasi assenti nelle scene di battaglia, la luce che sembra venire da dentro i corpi: un linguaggio visivo che nel 2006 non aveva precedenti a quella scala.

    Colonna sonora. Tyler Bates compone una partitura costruita come sistema di tensioni fisiche più che melodiche: percussioni elettroniche pesanti, cori distorti, bassi che vibrano prima di suonare. L’obiettivo dichiarato era che la musica si sentisse nel corpo prima che nelle orecchie. È una delle ragioni per cui 300 regge ancora in sala e si affievolisce sul laptop: è un’esperienza progettata per essere fisicamente immersiva.

    Effetti visivi. Il film è quasi interamente costruito su elementi digitali. Gli storyboard di Snyder, ricavati vignetta per vignetta dalla graphic novel, servivano anche come guida tecnica per il team VFX. Ogni elemento del set — cielo, rocce, mare, esercito persiano — fu ricreato digitalmente attorno ai soli attori fisicamente presenti. A quasi vent’anni dall’uscita, regge meglio di molti blockbuster coevi che hanno puntato sul fotorealismo: il digitale che non cerca di sembrare reale invecchia meglio di quello che ci prova.

    Fedeltà alla fonte. Snyder usò la graphic novel di Miller come storyboard frame by frame, portandola sul set ogni giorno. Il suo lavoro di regia era essenzialmente quello di un traduttore: prendere ogni vignetta e trovare il modo più fedele di portarla in movimento. 300 è probabilmente la trasposizione fumettistica più fedele mai realizzata nel senso che conta: non la trama, ma il linguaggio visivo del fumetto sopravvive intatto nella versione cinematografica.


    Il cast

    Gerard Butler. Butler costruisce Leonida come un archetipo puro. Non c’è psicologia da scoprire, non c’è contraddizione da dipanare. C’è una certezza incrollabile che comunica tutto attraverso il corpo, la voce, la postura. Non è un personaggio nel senso drammaturgico del termine — è una figura retorica. E Butler lo sa. Il suo lavoro non è creare credibilità psicologica ma presenza fisica — e in questo è impeccabile. Ha seguito per quattro mesi un regime di allenamento militare che prevedeva fino a quattro ore di lavoro fisico al giorno. Ha dichiarato che aveva bisogno di sentire davvero la forza nel corpo, non solo recitarla. Si vede.

    Lena Headey. Gorgo è il personaggio più sottovalutato del film. Headey lo porta con una compostezza che non ha niente da invidiare all’epicità di Butler — in modo più interiore, più contenuto. La scena dell’assemblea è la dimostrazione che il film avrebbe potuto essere qualcosa di più se avesse dato a questa storia lo spazio che meritava. Headey lo farà con Cersei in Game of Thrones, anni dopo. Qui ne vediamo la versione embrionale.

    David Wenham. Dilios è tecnicamente il personaggio più importante del film — è la sua voce che costruisce tutta la cornice narrativa. Wenham porta questo ruolo con precisione discreta: non è il protagonista, non vuole esserlo, ma ogni volta che la sua voce entra il film acquista la dimensione epica che lo distingue dalla semplice spettacolarità.


    La produzione

    La graphic novel di Frank Miller nacque nel 1998, ispirata principalmente dal film di Rudolph Maté del 1962 — The 300 Spartans — che Miller vide da bambino e che, racconta, lo ossessionò per decenni. La sua versione non era un’opera di storia ma di memoria emotiva: quello che resta di una storia dopo che l’emozione ha lavorato su di essa per trent’anni.

    Snyder aveva letto la graphic novel quando era ancora agli inizi della carriera. Il budget finale fu di 65 milioni di dollari — modesto per l’ambizione del progetto, reso possibile dall’approccio greenscreen totale che eliminava quasi completamente i costi di location. Le riprese durarono circa 60 giorni, tutti in studio a Montreal.

    Il cast seguì collettivamente un regime di allenamento intensivo con il trainer Mark Twight del programma Gym Jones — lo stesso metodo usato successivamente per preparare effettivi militari. Butler e il cast principale lavorarono tre-quattro ore al giorno per mesi prima delle riprese. Il risultato fisico sullo schermo ha un’autenticità che distingue 300 da molti film d’azione successivi che hanno cercato di imitarne l’estetica senza comprenderne la disciplina.


    Accoglienza, premi e impatto culturale

    300 uscì negli Stati Uniti il 9 marzo 2007 e nel suo primo weekend incassò 70,9 milioni di dollari — la più alta apertura di sempre per Warner Bros. al quel momento. In totale il film incassò 456 milioni di dollari in tutto il mondo a fronte di un budget di 65 milioni: quasi sette volte il costo di produzione.

    La critica fu divisa in modo netto: 60% su Rotten Tomatoes (critici), 88% dal pubblico — una delle divisioni più marcate di quell’anno. I sostenitori lodavano la coerenza visiva e l’ambizione formale. I detrattori criticavano la semplicità narrativa e la politica implicita. Entrambe le posizioni erano corrette. Il film era esattamente quello che sembrava, nel bene e nel male.

    L’impatto culturale è stato enorme e duraturo. Il vocabolario visivo di 300 — lo slow motion sull’azione fisica, la palette desaturata con accenti di colore puro, le coreografie come balletti violenti — ha ridefinito l’estetica del blockbuster d’azione per un decennio. I videogiochi, la pubblicità sportiva, interi franchise visivi portano ancora l’impronta di quelle scelte. Basta tornare al film originale per capire da dove viene tutto — e rendersi conto che quella lingua aveva una forza che le versioni derivate non hanno saputo conservare.

    Il film genero anche un incidente diplomatico: il governo iraniano protestò ufficialmente attraverso canali diplomatici, definendo la rappresentazione dei persiani una distorsione deliberata della storia. Fu uno dei rari casi in cui un film hollywoodiano provocò reazioni diplomatiche formali. La questione fu ignorata dalla Warner Bros.


    Curiosità per cinefili

    Nessuna ripresa in esterni. L’intero film fu girato in studio su greenscreen. Non un singolo giorno di riprese all’aperto. Ogni elemento dello sfondo è digitale. Eppure la luce degli attori rimane fisicamente reale — ed è questa combinazione tra corpi reali e ambienti digitali che produce quella qualità visiva intermedia tra fotografia e illustrazione.

    Storyboard vignetta per vignetta. Snyder usò la graphic novel come storyboard diretto, portandola sul set ogni giorno. Per le scene che il fumetto non copriva, disegnò storyboard originali nello stesso stile per mantenere la coerenza visiva.

    Il programma Gym Jones. Butler e il cast seguirono il metodo del trainer Mark Twight, lo stesso usato per addestrare effettivi militari. Sessioni da tre-quattro ore al giorno per mesi. Butler ha dichiarato che fu l’esperienza fisica più dura della sua vita, e che senza averla attraversata il personaggio non sarebbe stato credibile nemmeno a sé stesso.

    Il sequito incompiuto. 300: Rise of an Empire (2014) fu diretto da Noam Murro su sceneggiatura di Snyder, basandosi su un romanzo grafico di Miller ancora incompiuto al momento della produzione. Incassò 337 milioni con un budget di 110 milioni — numeri rispettabili, ma senza il fenomeno culturale del primo.

    La protesta iraniana. Il governo iraniano protestò ufficialmente attraverso canali diplomatici per la rappresentazione dei persiani. Fu uno dei rari casi di incidente diplomatico generato da un film hollywoodiano. La questione non ebbe conseguenze pratiche ma contribuì alla visibilità internazionale del film.


    Contesto storico e rilevanza oggi

    300 esce nel 2007, nel pieno della guerra in Iraq, con il concetto di «scontro di civiltà» ancora dominante nel discorso pubblico americano. Il film non cita niente di tutto questo — è ambientato nel 480 a.C. — ma la sua struttura narrativa parla il linguaggio di quel momento: la democrazia occidentale in pericolo, l’invasore orientale, il sacrificio necessario, la libertà come valore assoluto da difendere al costo della vita. Nel 2007 quella risonanza era molto specifica. Non credo che Snyder avesse costruito un manifesto consapevole — ma il cinema parla sempre del momento in cui viene fatto.

    Rivisto nel 2026, quella dimensione politica rimane visibile ma il film ha guadagnato una nuova prospettiva: quella di un’opera che ha cambiato un linguaggio. L’estetica di 300 è ora così pervasiva da essere quasi invisibile — ma basta guardarlo con attenzione per capire che era originale, e che quella originalità aveva un costo: la complessità narrativa sacrificata alla purezza formale. Era un compromesso deliberato. Per quel tipo di film, era la scelta giusta.


    Valutazione finale

    300 non è un film senza difetti. La sceneggiatura non ha la minima intenzione di sorprenderti sul piano narrativo. I personaggi secondari esistono per morire nel modo più spettacolare possibile. La politica implicita merita di essere esaminata, non ignorata. E la storia di Gorgo meritava il doppio dello spazio che le è stato dato.

    Eppure 300 fa una cosa che pochissimi film riescono a fare: crea un’esperienza sensoriale totale e originale che non si dimentica. Quella prima sequenza di battaglia — il muro di scudi, il sangue lento, la musica nel petto — non l’ho più dimenticata da quando avevo undici anni. E ogni volta che ci torno, ha la stessa forza. Non perché mi sorprende — so esattamente cosa succederà. Ma perché è costruita con una precisione formale che sopravvive alla ripetizione.

    Un film che ti colpisce allo stesso posto anche quando sai già dove sta il colpo ha costruito qualcosa di reale. 300 lo ha costruito nel linguaggio del cinema d’azione. Ed è abbastanza.

    Fonte Voto
    IMDb 7.6 / 10
    Rotten Tomatoes (critici) 60%
    Rotten Tomatoes (pubblico) 88%
    Metacritic 52 / 100
    Il mio voto ⭐ 8.1 / 10

    Alberto

    Dove vederlo: Netflix  ·  Prime Video

  • Troy — Recensione

    Pistoia, marzo 2026


    di Wolfgang Petersen | 2004 | Epico / Storico | 163 min.


    C’è qualcosa di onesto nel modo in cui Troy non cerca di essere quello che non è. Non è l’Iliade, non vuole esserlo — lo dice esplicitamente nei titoli di coda, dove compare la dicitura “liberamente ispirato al poema di Omero”. È un kolossal hollywoodiano ambientato nel mondo antico, costruito per il grande schermo, con tutto quello che questo comporta: spettacolo, semplificazione, personaggi appiattiti dove Omero li aveva resi complessi, e qualche momento che invece funziona esattamente come dovrebbe.

    Detto questo: è un film che mi ha preso la prima volta che l’ho visto, e non me ne sono mai completamente liberato.


    La storia che conosciamo — e quella che non conosciamo

    È il 1193 a.C. Paride, principe di Troia, accompagna suo fratello Ettore a Sparta per trattare la pace con Menelao. In tre giorni riesce a fare quello che nessun esercito aveva fatto in decenni: innescare una guerra che avrebbe distrutto la sua città. Si innamora di Elena, moglie di Menelao, e la porta via con sé.

    Da qui parte tutto. Agamennone, re di Micene e fratello di Menelao, non aspetta altro: la scusa per attaccare Troia, l’unica città che ancora resiste alla sua egemonia sulla Grecia, è servita. Convoca Achille, il guerriero più forte del mondo conosciuto, che disprezza Agamennone quanto lo serve. E mille navi salpano verso le coste troiane.

    La differenza con Omero sta in come il film racconta questa storia: senza gli dei, senza il soprannaturale, senza la fatalità cosmica dell’epica. Tutto quello che succede in Troy succede per scelta umana. Agamennone è un conquistatore opportunista. Priamo è un padre che non sa dire no al figlio sbagliato. Paride è un ragazzo che ha scambiato la passione per il coraggio. E Achille è qualcuno che cerca la gloria perché non sa cercare altro.


    Achille e Ettore: il film dentro il film

    Se c’è una ragione per vedere Troy, si chiama Eric Bana.

    Brad Pitt è la star, è il protagonista nominale, è quello per cui il film è stato venduto. Ed è bravo — ha lavorato sei mesi per quel fisico, ha studiato i movimenti a lungo, e nei momenti migliori rende Achille credibile come qualcuno che vive fuori dal tempo normale. Ma il personaggio rimane difficile da amare perché il film non sa mai decidere se amarlo o giudicarlo.

    Ettore invece è chiarissimo. Eric Bana lo porta sullo schermo con una dignità e una malinconia che non ti aspetti in un film di questo tipo. Ettore non vuole la guerra, la combatte perché è suo fratello ad averla provocata e lui è il principe di Troia — e questa consapevolezza è in ogni scena in cui appare. Il momento in cui si congeda dalla moglie Andromaca e dal figlio piccolo prima di uscire a combattere è uno dei pochi in cui Troy si avvicina davvero a qualcosa di letterario.

    Il duello tra Achille ed Ettore è il cuore del film. Pitt e Bana l’hanno girato senza controfigure, dopo mesi di preparazione, con temperature che sfioravano i quaranta gradi. Si vede. È una delle sequenze di combattimento più pulite e credibili dell’intero cinema epico degli anni 2000 — non caotica come molte battaglie del film, ma precisa, quasi silenziosa, con la macchina da presa abbastanza lontana da mostrare il ritmo dei due corpi.


    Il resto del cast

    Brian Cox porta Agamennone dove deve stare: un uomo che usa ogni pretesto per espandere il proprio potere, senza nessuna delle giustificazioni eroiche che la mitologia gli aveva costruito attorno. Peter O’Toole è un Priamo che funziona soprattutto in una scena, quella in cui va di notte nel campo acheo a chiedere il corpo di suo figlio ad Achille — un momento che, nel mezzo di un film ad alto budget, ha il respiro di qualcosa di più piccolo e più vero.

    Sean Bean è Ulisse, presente ma non abbastanza. Orlando Bloom è Paride: è stato criticato a lungo per questa interpretazione, ma credo che la debolezza del personaggio fosse in parte voluta — Paride è uno che non è all’altezza delle conseguenze delle sue azioni, e Bloom lo rende bene. Il problema è che il film non sa cosa farsene nella seconda metà. Diane Kruger come Elena è il punto più debole del cast: non per colpa sua, ma perché il personaggio è scritto come una funzione narrativa più che come una persona.


    Spettacolo, musica, Malta

    Le scene di battaglia in spiaggia all’inizio del film — quando l’esercito acheo sbarca sulle coste troiane — restano tra le migliori del genere. Petersen sa come muovere gli eserciti, sa come dare scala senza perdere la prospettiva umana. Trecentocinquanta comparse bulgare addestrate per settimane, più effetti visivi per moltiplicarle: il risultato è convincente ancora oggi.

    La colonna sonora è di James Horner, composta in sei settimane dopo che la produzione aveva rifiutato un anno di lavoro di Gabriel Yared. È funzionale, epica nei momenti giusti, discreta quando serve. Non è la sua migliore, ma non è neanche il minore dei problemi del film. Le riprese si sono svolte tra Malta — dove fu ricostruita Troia interamente — e Baja California in Messico per le scene sulla spiaggia.


    La critica e il pubblico: il divario più lungo di Troy

    Il film uscì il 14 maggio 2004 e fu presentato fuori concorso a Cannes, dove i critici lo accolsero con freddezza. Su Rotten Tomatoes ha il 53% — una delle valutazioni più basse tra i kolossal di quella generazione. Su IMDb il pubblico l’ha votato 7.3.

    Il divario dice qualcosa: Troy è un film che piace a chi lo guarda per quello che è, non a chi lo misura sull’Iliade. Gli accademici avevano ragione a segnalarne le differenze con Omero — l’assenza degli dei, la morte di Achille spostata, il rapporto tra Achille e Patroclo reso neutro, Agamennone ucciso dentro Troia invece che al suo ritorno. Ma la fedeltà al testo non è l’unico modo di misurare un film. Al botteghino incassò quasi 500 milioni di dollari a fronte di un budget di 175.


    Curiosità per cinefili e appassionati

    Brad Pitt odiava fare questo film. Lo ha detto esplicitamente in più interviste: fu costretto a girarlo dopo aver fatto saltare un altro progetto della stessa Warner Bros. Anni dopo dichiarò che tutti i personaggi mancavano della profondità necessaria. Peter O’Toole definì la produzione “un disastro” e Orlando Bloom ha detto di voler dimenticare il film.

    Per ironia della sorte, Achille si ruppe il tendine d’Achille. Durante le riprese, Brad Pitt si laceрò il tendine d’Achille sinistro. Un uragano abbatté parte del set pochi giorni dopo, costringendo la produzione a uno stop di tre mesi — tempo sufficiente per recuperare e girare il duello finale contro Ettore.

    Il duello Achille-Ettore: nessuna controfigura, $750 di multa. Pitt e Bana si allenarono per mesi a temperature vicine ai quaranta gradi per girare il duello senza sostituti. Prima di iniziare stabilirono un accordo: $50 per ogni colpo accidentale leggero, $100 per quelli pesanti. A fine riprese, Pitt aveva accumulato $750 di debiti verso Bana. Bana: zero.

    Christopher Nolan e Terry Gilliam erano in lizza per la regia. Tra i registi contattati prima di Wolfgang Petersen figuravano Nolan e Gilliam. Petersen fu scelto perché era l’unico disposto ad accettare la sceneggiatura senza gli dei. Vent’anni dopo, Nolan ha diretto l’Odissea.

    La sceneggiatura è di David Benioff — lo stesso di Game of Thrones. Benioff dichiarò esplicitamente di aver scelto “il meglio per il film” invece della fedeltà a Omero. Nel cast compaiono quattro attori che ritroveremo poi in Game of Thrones: Sean Bean, James Cosmo, Julian Glover e Mark Lewis Jones.

    Gabriel Yared lavorò un anno per niente. Il compositore Gabriel Yared compose la colonna sonora completa nell’arco di un anno. La produzione la rifiutò alla proiezione di test, ritenendola troppo antiquata. Fu sostituito da James Horner, che scrisse l’intera colonna sonora in sei settimane.

    Il cavallo di Troia è a Canakkale. La struttura in legno costruita per il film non fu smantellata. La produzione la donò al governo turco, e oggi è esposta sul lungomare di Canakkale, la città moderna più vicina al sito archeologico dell’antica Troia.

    Le frecce nascoste. Nel corso dell’intero film compaiono frecce conficcate in luoghi inaspettati — colonne, pareti, oggetti di scena — come easter egg che rimandano alla morte di Achille, ucciso dalla freccia di Paride nel suo unico punto debole.


    Perché vale ancora la pena vederlo

    Troy non è un capolavoro. Ha personaggi scritti in modo irregolare, una seconda metà più debole della prima, e un finale che risolve tutto troppo in fretta. Ma ha Ettore, ha il duello, ha alcune scene di battaglia che tengono ancora oggi, e ha quella qualità rara nei kolossal: ti ricordi cosa succede, e a volte ti ricordi anche come ti ha fatto sentire.

    Achille chiede a Ettore: c’è nessun altro? E per un momento ci credi davvero.

    IMDb 7.3 / 10
    Rotten Tomatoes critici 53%
    Rotten Tomatoes pubblico 73%
    Metacritic 56 / 100
    Il mio voto ⭐ 8 / 10

    Scheda — Regia: Wolfgang Petersen  |  Anno: 2004  |  Durata: 163 min.  |  Sceneggiatura: David Benioff  |  Musiche: James Horner  |  Budget: $175M  |  Incasso: $497M  |  Disponibile su: Prime Video

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    Alberto