Categoria: Biografico

  • The Imitation Game — Recensione

    di Morten Tyldum   |   2014   |   Biografico / Drammatico / Thriller   |   114 min


    Prima impressione

    Alan Turing ha accorciato la Seconda guerra mondiale di due anni. Ha salvato, secondo le stime degli storici, tra i quattordici e i ventuno milioni di vite. Poi, nel 1952, lo stato britannico lo ha arrestato per “indecenza grave” — aveva una relazione con un uomo. Gli hanno offerto la scelta tra il carcere e la castrazione chimica. Ha scelto la seconda. Nel 1954 è morto, probabilmente suicida, con una mela morsicata vicino al letto.

    Il film non dimentica mai questa struttura. Ogni scena tra Turing e la sua macchina, ogni piccola vittoria a Bletchley Park, è inquadrata da quello che viene dopo. Non è un film sul trionfo del genio. È un film su cosa fa il mondo ai geni che non riesce a contenere.


    Enigma e il silenzio necessario

    La macchina Enigma era il sistema di cifratura usato dai nazisti per le comunicazioni militari. Si riteneva inviolabile: ogni giorno la chiave cambiava, e il numero di combinazioni possibili era nell’ordine dei 159 miliardi di miliardi. Decrittarla a mano era impossibile. Turing teorizza che l’unico modo per batterla è costruire una macchina che pensi come una macchina — non come un essere umano.

    Il momento più acuto del film non è quando la Bombe funziona. È quello che viene subito dopo: il team capisce che non può agire su tutte le informazioni che decritta, o i tedeschi si accorgeranno che Enigma è compromessa. Devono scegliere quali vite salvare e quali lasciare andare, in silenzio, senza dirlo a nessuno. È una delle decisioni morali più difficili che il cinema di guerra abbia mai messo in scena — e il film la attraversa in pochi minuti, senza melodramma.


    Cumberbatch

    Senza Benedict Cumberbatch questo film non esiste, o almeno non esiste così. Turing è un personaggio costruito su più livelli di isolamento simultanei: è un genio che non sa come parlare alla gente comune, un omosessuale in un’epoca in cui l’omosessualità è reato, un agente segreto che non può dire a nessuno cosa sta facendo. Cumberbatch tiene tutto questo insieme senza mai sembrare che stia recitando “il personaggio difficile”.

    C’è una scena, verso la fine, in cui Turing è già in trattamento ormonale e torna a Bletchley Park per trovare la sua macchina smontata. Non dice quasi niente. Cumberbatch fa tutto con il corpo — come si muove, come si ferma, come guarda. È una delle scene più strazianti del cinema biografico degli anni dieci, e non ha quasi dialogo.

    Keira Knightley come Joan Clarke fa un lavoro più difficile di quanto sembri: il personaggio è scritto come spalla emotiva, ma Knightley trova in ogni scena qualcosa di più preciso — una donna che capisce perfettamente il costo di essere brillante in un mondo che non vuole le donne brillanti.


    Le libertà storiche

    Il film prende libertà con la storia, e vale la pena dirlo chiaramente. Il vero Turing non era così asociale e incapace di relazioni umane — quella è una scelta narrativa per rendere il personaggio più cinematograficamente leggibile. La sottotrama della spia sovietica John Cairncross è ampiamente romanzata. Il ruolo di Turing nel progetto Bombe è esagerato rispetto al contributo del team (e ai lavori precedenti del matematico polacco Marian Rejewski, che aveva già parzialmente craccato Enigma prima della guerra).

    Queste sono imprecisioni reali. Il film rimane comunque fedele alla cosa più importante: la struttura della vita di Turing, il suo contributo, e l’ingiustizia di quello che gli è stato fatto. Su questo non mente.


    Curiosità

    Il budget era di 14 milioni di dollari. Per un film che ha incassato 233 milioni in tutto il mondo e ha ricevuto otto nomination agli Oscar, è una cifra straordinariamente bassa. Tyldum ha lavorato con vincoli strettissimi — il che spiega alcune scelte di regia conservative ma efficaci.

    Il perdono reale è arrivato nel 2013. Un anno prima dell’uscita del film, la Regina Elisabetta II ha concesso a Turing il Royal Pardon postumo. Nel 2021 la sua immagine è stata stampata sulla banconota da 50 sterline britanniche.

    La sceneggiatura ha vinto l’Oscar. Graham Moore ha vinto la statuetta per la Migliore Sceneggiatura Non Originale. Nel discorso di accettazione ha detto: “Da ragazzino, a 16 anni, ho cercato di togliermi la vita perché mi sentivo strano e diverso. E ora sono qui. Se sei strano, se sei diverso — rimani strano. Rimani diverso.”

    Il nome Christopher. Turing ha chiamato la sua macchina Christopher, come il suo migliore amico di scuola morto di tubercolosi a 18 anni. Nel film questa scelta è centrale; nella realtà storica il nome della macchina era semplicemente Bombe, ripreso dal nome originale polacco.


    Valutazione finale

    The Imitation Game è un film biografico che sa cosa vuole essere e lo fa con precisione. Non è coraggioso formalmente — la struttura a flashback è classica, la regia di Tyldum è al servizio della storia, non cerca di trasformarla. Ma ha qualcosa che i biopic spesso perdono: una tesi chiara su perché questa storia conta.

    Turing ha dimostrato che le macchine possono imitare il pensiero umano. Il mondo ha risposto dimostrandogli che gli esseri umani possono essere più crudeli di qualsiasi macchina. Il film porta questa contraddizione fino alla fine, senza risolverla, senza il discorso edificante che avrebbe ammorbidito tutto. E per questo rimane.

    Fonte Voto
    IMDb 8.0 / 10
    Rotten Tomatoes (critici) 90%
    Rotten Tomatoes (pubblico) 91%
    Metacritic 73 / 100
    Il mio voto ⭐ 8.0 / 10

    Alberto

    Dove vederlo: Netflix  ·  Prime Video

  • The Elephant Man — Recensione

    di David Lynch   |   1980   |   Drammatico / Biografico   |   124 min


    Prima impressione

    Ci sono film che ti intristiscono. E poi c’è The Elephant Man, che fa qualcosa di più difficile: ti costringe a guardarti dentro mentre guardi lui. David Lynch — il regista di Eraserhead, l’artista del perturbante — qui abbandona ogni ermetismo e racconta una storia vera con una semplicità che disarma. Il risultato è uno dei film più commoventi che abbia mai visto. Non per sentimentalismo, ma per dignità. Per la dignità con cui viene trattato un uomo che il mondo aveva deciso di non trattare come tale.

    Il bianco e nero non è una scelta estetica. È una necessità morale. Queste immagini non avrebbero potuto essere a colori.


    Trama e temi

    Londra, 1884. Il dottor Frederick Treves (Anthony Hopkins) scopre in un baraccone di un mercato dell’East End un’attrazione chiamata «The Elephant Man»: un uomo coperto da un sacco, nascosto alla luce perché la sua vista «disturba». Il suo nome è John Merrick, affetto da una grave forma di neurofibromatosi che ha deformato il suo cranio, il suo viso, il suo corpo. Treves lo porta all’ospedale, convinto inizialmente che sia privo d’intelletto. Si sbaglia. Merrick conosce la Bibbia a memoria, recita Shakespeare, costruisce con pazienza certosina un modellino della cattedrale di Saint Philip che riesce a vedere dalla finestra della sua stanza.

    Il tema centrale non è la disabilità. È la dittatura delle apparenze. Lynch costruisce una domanda filosofica precisa: cosa vediamo quando guardiamo qualcuno? Siamo capaci di separare l’involucro dalla persona? E chi siamo noi — il pubblico, la società vittoriana, i medici curiosi — quando paghiamo per guardare un uomo come fosse un fenomeno da baraccone?

    C’è un sottotesto potentissimo sul concetto di «normalità» come costruzione sociale. Merrick è la cartina di tornasole che rivela l’ipocrisia di una società che si crede civile ma non è capace di guardare in faccia l’altro. E la frase che risuona nel finale — «I am not an animal! I am a human being!» — è tra le più devastanti della storia del cinema.


    Regia e visione artistica

    Lynch aveva alle spalle un solo film, Eraserhead — un’opera culto girata in anni con budget minimo. The Elephant Man è il suo primo film in studio, il suo primo con attori di fama mondiale, il suo primo con un budget vero (5 milioni di dollari). E si vede quanto lavoro mentale ci sia dietro ogni inquadratura.

    La scelta del bianco e nero fu imposta — e difesa — dall’executive producer Mel Brooks contro le resistenze degli studios. Fu la scelta giusta. La fotografia di Freddie Francis (inspiegabilmente non candidata agli Oscar) crea un’atmosfera vittoriana soffocante, con nebbia, vapore industriale, ombre che sembrano divorare i personaggi. La Londra del film è quasi un personaggio autonomo: fredda, spietata, bellissima nella sua crudeltà.

    Lynch inserisce sequenze oniriche e surrealiste — l’apertura e il finale — che Paramount voleva tagliare. Brooks bloccò i tagli con una risposta leggendaria ai dirigenti dello studio: «Non fraintendete questo come una richiesta di opinioni da parte di primitivi furiosi». Le sequenze rimasero, e sono la firma che trasforma un film biografico in qualcosa di più: un’esperienza.


    Aspetti tecnici

    Trucco e protesi. Questo è il capitolo più straordinario della produzione. Lynch volle fare lui stesso il trucco per Hurt, trascorrendo mesi a Londra nel 1979 a creare una maschera protesica. Il risultato fu un disastro: la maschera era talmente rigida che Hurt non riusciva a muoversi. Lynch temé di essere licenziato. Jonathan Sanger chiamò d’urgenza Christopher Tucker — che avrebbe poi creato le maschere per il Fantasma dell’Opera sul West End — il quale ottenne accesso al calco originale del corpo di Joseph Merrick conservato al Royal London Hospital. Un calco con ancora i capelli reali di Merrick nella gessatura. Il trucco finale richiedeva 7-8 ore di applicazione ogni mattina e 2 ore per essere rimosso. Hurt arrivava sul set alle 5 di mattina e girava dalle 12 alle 22. Dopo la prima esperienza con il trucco, chiamò la sua ragazza e le disse: «Credo che siano finalmente riusciti a farmi odiare recitare.»

    La mancata candidatura agli Oscar per il trucco scatenò un’indignazione tale che l’Academy, l’anno successivo, introdusse la categoria Miglior Trucco — vinta al suo esordio da An American Werewolf in London. The Elephant Man aveva, involontariamente, cambiato la storia degli Oscar.

    Colonna sonora. John Morris compose la musica originale. Lynch scelse di usare l’Adagio for Strings di Samuel Barber per il climax — una scelta che Morris contestò, dicendo che il brano sarebbe stato riutilizzato all’infinito nel cinema futuro, diminuendo l’effetto ogni volta. Lynch andò avanti lo stesso. Aveva ragione: la sequenza finale con l’Adagio è ancora oggi insostenibile.


    Il cast

    John Hurt è semplicemente uno dei più grandi attori che il cinema abbia mai prodotto, e questa è forse la sua prova più alta. Sotto chili di protesi, con il viso quasi completamente coperto, riesce a trasmettere gentilezza, intelligenza, umorismo, terrore, solitudine. Disse che avrebbe interpretato Merrick anche gratis, se fosse stato necessario. Gli produttori erano preparati a convincere un attore riluttante — e Hurt accettò immediatamente, prima ancora che finissero di spiegare il progetto.

    Anthony Hopkins è il dottor Treves — e il suo rapporto con Lynch fu tutt’altro che idilliaco. Hopkins rifiutò di radersi la barba, si scontrò ripetutamente col giovane regista, dichiarò di seguire i propri istinti piuttosto che le sue indicazioni. Eppure diede una delle performance più intense della sua carriera. Anni dopo mandò a Lynch una lettera di scuse e di ammirazione.

    Un dettaglio poco noto: secondo le fonti dell’epoca, la performance di Hopkins in questo film fu così ammirata da Jonathan Demme che lo spinse a sceglierlo come Hannibal Lecter in Il silenzio degli innocenti, undici anni dopo. Senza The Elephant Man, forse non ci sarebbe stato quel Lecter.


    La produzione: Lynch, Brooks e un film impossibile

    Mel Brooks — il re della commedia americana, l’uomo di Blazing Saddles e Young Frankenstein — voleva fare film seri. Aveva fondato Brooksfilms proprio per questo. Ma sapeva che il suo nome sui titoli avrebbe mandato il pubblico in sala aspettando una commedia. Soluzione: non mettere il suo nome da nessuna parte. Solo «Brooksfilms» nei credits di apertura, nessun riferimento personale. Il film uscì, e quasi nessuno sapeva che dietro c’era il creatore di Frankenstein Junior.

    Lynch stava facendo il roofer — il posacavi sui tetti — quando ricevette la chiamata per dirigere il film. Il budget era di 5 milioni di dollari, 4 dei quali garantiti da Fred Silverman della NBC in cambio di uno speciale televisivo prodotto da Brooks. Le riprese si svolsero interamente in Inghilterra, con un cast di attori britannici di primissimo livello che guardavano con curiosità e qualche diffidenza questo giovane americano dalla parlata da Boy Scout del Montana.


    Accoglienza, premi e impatto culturale

    The Elephant Man uscì nell’ottobre 1980 e fu un successo immediato di critica e pubblico, bissato da Raging Bull di Scorsese e da Ordinary People di Redford. Agli Oscar ricevette 8 nomination — Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore (Hurt), Miglior Sceneggiatura, Miglior Montaggio, Miglior Scenografia, Miglior Costumi, Miglior Colonna Sonora — senza vincerne nessuna. La serata fu dominata da Ordinary People. La mancata vittoria di Hurt su De Niro (Raging Bull) è ancora oggi considerata una delle più grandi ingiustizie della storia degli Oscar.

    Ai BAFTA invece fu un trionfo: Miglior Film, Miglior Attore (Hurt), Miglior Scenografia. Il film incassò oltre 26 milioni di dollari con un budget di 5 — un rendimento straordinario. Oggi è nel catalogo Criterion Collection, ha ricevuto restauri in 4K, è tornato nelle sale per il suo 40° anniversario nel 2020. Su IMDb è a 8.2 con oltre 300.000 voti.

    Il suo impatto culturale è enorme in modo silenzioso: ha cambiato il modo in cui il cinema rappresenta la disabilità, ha influenzato decenni di film biografici, ha contribuito a creare la categoria Oscar per il trucco. E ha lanciato David Lynch nell’olimpo dei grandi registi con appena il suo secondo film.


    Curiosità per cinefili

    Lynch era un roofer. Stava letteralmente facendo il posacavi sui tetti quando ricevette la proposta di Brooks. Non aveva agenti, non aveva un ufficio. Eraserhead girava nei cinema di mezzanotte, ma Lynch era praticamente sconosciuto al grande pubblico.

    Dustin Hoffman fu considerato per il ruolo di Merrick. Sanger si oppose fermamente — Hoffman era troppo famoso, avrebbe distratto il pubblico. Lynch propose il suo attore feticcio Jack Nance (Henry in Eraserhead), ma dopo aver visto Hurt in The Naked Civil Servant non ebbe più dubbi.

    David Bowie interpretò Merrick a teatro. Nel 1980, in contemporanea con l’uscita del film, Bowie portò in scena The Elephant Man a Broadway — senza trucco, solo con la fisicità del corpo. Una performance leggendaria.

    Il calco di Merrick aveva i suoi capelli. Christopher Tucker ottenne accesso al calco originale in gesso del corpo di Joseph Merrick conservato al Royal London Hospital. Nel gesso c’erano ancora capelli reali appartenuti a Merrick.

    Lynch contemplò di abbandonare il film. Quando si rese conto che la sua maschera protesica non funzionava, due settimane prima dell’inizio delle riprese, comprò un biglietto aereo per tornare in America. Poi Sanger sistèmò tutto con Tucker, e Brooks gli disse solo: «David, non avresti dovuto preoccuparti. Devi pensare a dirigere.»


    Contesto storico e rilevanza oggi

    The Elephant Man esce nel 1980, in un periodo in cui il cinema hollywoodiano è dominato dal blockbuster post-Jaws e post-Star Wars. Scegliere di raccontare la storia di un uomo deformato, in bianco e nero, con toni da dramma vittoriano, era un atto di coraggio commerciale oltre che artistico.

    Oggi il film parla ancora con una forza intatta. In un’epoca in cui l’aspetto fisico è più esposto che mai — social media, filtri, cultura dell’immagine — la domanda che Lynch pone nel 1980 è diventata ancora più urgente: siamo capaci di vedere le persone oltre quello che mostrano? O siamo ancora il pubblico del baraccone, che paga per guardare?


    Valutazione finale

    The Elephant Man non è un film facile da guardare. Non perché sia violento o disturbante nel senso classico — ma perché ti chiede di stare dentro il disagio, di resistere all’impulso di distogliere lo sguardo, di confrontarti con qualcosa che preferiresti non vedere. E poi, piano piano, ti trasforma. Esci diverso da come sei entrato.

    Lynch realizza qualcosa di rarissimo: un film che è al tempo stesso popolare e artisticamente radicale, accessibile ed esigente, commovente senza mai essere melenso. John Hurt dà una delle dieci performance più grandi della storia del cinema. Anthony Hopkins è magnetico nonostante — o forse grazie a — il conflitto con il regista. E la fotografia in bianco e nero di Freddie Francis crea un mondo che sembra uscito da un incubo bellissimo.

    Il mio 7.25 riflette un film che stimo enormemente ma che non torna spesso — è troppo pesante, troppo esigente emotivamente per essere un film da riguardare spesso. Ma quando lo rivedi, ti ricordi perché conta.

    Fonte Voto
    IMDb 8.2 / 10
    Rotten Tomatoes (critici) 91%
    Metacritic 78 / 100
    Il mio voto ⭐ 7.25 / 10

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    Alberto

    Dove vederlo: Prime Video

  • Dallas Buyers Club — Recensione

    di Jean-Marc Vallée   |   2013   |   Biografico / Drammatico   |   117 min


    Prima impressione

    Dallas Buyers Club è il tipo di film in cui a un certo punto smetti di pensare «stai guardando una performance» e inizi semplicemente a guardare un uomo vivere. Matthew McConaughey ha perso 21 chili, ha letto il diario personale di Ron Woodroof, ha incontrato sua figlia, sua sorella. Poi è andato sul set e ha recitato in 25 giorni un film che avrebbe potuto sembrare una storia di redenzione edificante. Non lo è. È molto di più: è un ritratto spietato e tenero allo stesso tempo di un uomo che non voleva essere un eroe — voleva solo non morire.


    Trama e temi

    Dallas, Texas, 1985. Ron Woodroof è un elettricista che lavora in un impianto petrolifero: omofobico, alcolista, tossicodipendente, appassionato di rodeo e di donne. Gli diagnosticano l’AIDS e gli danno trenta giorni di vita. Ron non accetta. Prima nega la diagnosi — «Quella è roba da froci» — poi, quando i sintomi diventano impossibili da ignorare, inizia a documentarsi con una voracità feroce. Scopre che l’AZT — l’unico farmaco approvato dalla FDA — è potenzialmente tossico alle dosi prescritte, e che in Messico esistono trattamenti alternativi non approvati che sembrano funzionare.

    Ron comincia a importare questi farmaci illegalmente, prima per sé, poi per rivenderli. Fonda il «Dallas Buyers Club»: i pazienti pagano una quota mensile e ricevono i trattamenti alternativi. Non è un atto di altruismo — è un atto di sopravvivenza che per caso diventa qualcosa di più grande. Lungo la strada incontra Rayon (Jared Leto), una donna transgender sieropositiva che diventa il suo improbabile socio e, ancora più improbabilmente, il suo migliore amico.

    Il tema centrale non è l’AIDS. È la libertà: il diritto di un individuo di scegliere come curarsi, di combattere una burocrazia che uccide per inerzia, di cambiare pur restando fondamentalmente se stesso. Ron Woodroof non diventa un santo. Rimane uno stronzo con un cuore — e questo lo rende cento volte più interessante di qualsiasi protagonista redento.


    Regia e visione artistica

    Jean-Marc Vallée — regista canadese, prematuramente scomparso nel 2021 — adotta uno stile visivo che è quasi il contrario di quello che ci si aspetterebbe da un film sugli anni ’80 e sull’AIDS: niente nostalgia, niente pathos costruito, niente musica che ti dice cosa sentire. La macchina da presa segue i personaggi con una mobilità quasi documentaristica. I tagli sono bruschi. La luce è spesso dura, naturale, impietosa.

    Il film è girato senza usare luci aggiuntive dove possibile — una scelta di bilancio diventata una scelta artistica. In una scena notoria, il team di produzione fermò l’autista di McConaughey prima che lasciasse il set e usò i fari della sua macchina per illuminare la sequenza. Non c’erano soldi per altro. Il risultato è che il film ha una texture visiva quasi artigianale che si adatta perfettamente alla storia di un uomo che combatte con gli strumenti che ha.


    Aspetti tecnici

    Fotografia. Yves Bélanger firma una delle fotografie più apprezzate degli anni 2010: intima, quasi tattile, con una palette di caldi texani che degrada progressivamente verso toni più pallidi, quasi traslucidi, seguendo il deperimento fisico di Woodroof. Non è un effetto: è una narrazione per colori.

    Budget trucco: 250 dollari. Questo è il dato più assurdo di tutta la produzione hollywoodiana degli anni recenti: il budget per trucco e parrucco dell’intero film era 250 dollari. Il team di makeup artists lavorarono con quello che avevano. Il film vinse l’Oscar per il Miglior Trucco. È una storia che vale più di mille lezioni di cinema.

    Montaggio. Vallée era noto per il suo montaggio atonale, che mescolava flashback e presente senza preavviso. Qui è più lineare, ma mantiene una fluidità che tiene il ritmo altissimo nonostante i temi pesanti. 25 giorni di riprese per un film di 117 minuti: un ritmo da documentario, con la qualità di un film di finzione.


    Il cast

    McConaughey aveva il copione da anni sul suo comodino. Lo aveva già proposto a numerosi produttori senza successo. Quando finalmente il film si fece, si presentò sul set avendo già perso 47 libbre (21 kg) — da 183 a 136 libbre. Non si torturò: fu «militante», come disse a Joe Rogan. Seguiva una dieta rigidissima, mangiava pochissimo ma in modo controllato. Si preparava a letto di notte sentendosi come se il corpo si stesse mangiando da solo. Prima di girare aveva già letto il diario personale di Woodroof, che la famiglia gli aveva consegnato. In quelle pagine è dove ha trovato Ron: non nelle note del regista, non nella sceneggiatura — nel resoconto di un giovedì sera di un uomo che aveva sforato di tre dollari il budget del carburante e sperava di guadagnare quaranta dollari cablando lo stereo di un cliente.

    Jared Leto ha perso 13 chili per interpretare Rayon, arrivando a pesare circa 52 kg. Ha dichiarato di non aver mangiato per mesi, che i suoi organi si erano letteralmente rimpiccioliti. La sua è una performance che occupa pochissimo spazio fisico ma riempie ogni scena in cui è presente — fragile, ironica, spezzata. Vinse l’Oscar come Miglior Attore Non Protagonista. Meritato, senza discussione.


    La produzione: vent’anni per arrivare al set

    La sceneggiatura di Craig Borten era in circolazione da vent’anni. Fu rifiutata da oltre duecento finanziatori. Erano stati associati al progetto, in vari momenti, Brad Pitt, Woody Harrelson, Marc Forster come regista, Dennis Hopper. Tutto cadeva. «La gente amava la sceneggiatura», racconta la produttrice Robbie Brenner, «ma diceva: non so se qualcuno vuole vedere quell’argomento.»

    Dieci settimane prima delle riprese i soldi sparirono di nuovo. McConaughey aveva già perso 35 libbre. Aveva una finestra temporale stretta prima del suo progetto successivo — Interstellar. Il regista Jean-Marc Vallée chiamò e disse: «Non abbiamo abbastanza soldi, ma se ci sei tu, ci sono anch’io.» McConaughey rispose: «Sì.» All’ultimo minuto arrivò il finanziamento da Voltage Pictures. Le riprese iniziarono. La produttrice usò la carta di credito personale per sfamare la troupe.


    Accoglienza, premi e impatto culturale

    Primo al Toronto International Film Festival nel settembre 2013, con un’accoglienza unanime. Agli Oscar 2014 ricevette sei nomination: Miglior Film, Miglior Attore (McConaughey), Miglior Attore Non Protagonista (Leto), Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Montaggio, Miglior Trucco. Vinse tre statuette — Attore, Non Protagonista, Trucco — diventando solo il quinto film nella storia degli Oscar a vincere entrambe le categorie recitative principali.

    Con un budget di 5 milioni di dollari, ne incassò oltre 55 nel mondo. Il successo di critica fu quasi unanime: 93% su Rotten Tomatoes, 84 su Metacritic. Su IMDb è stabile a 8.0.

    Il film cambiò la carriera di McConaughey in modo definitivo: era già in corso la sua «McConaissance» — la riscoperta come attore drammatico dopo anni di commedie romantiche — ma Dallas Buyers Club la cementalì. Il discorso di accettazione dell’Oscar con il suo «alright alright alright» finale è diventato parte della storia del cinema.


    Curiosità per cinefili

    Il budget del trucco era 250 dollari. L’intero budget per makeup e parrucco del film. Gli artisti lavorarono con quello. Vinsero l’Oscar.

    McConaughey si preparava la notte prima con il diario di Woodroof. La figlia di Ron gli aveva consegnato il diario personale del padre. McConaughey lo leggeva di notte per trovare il personaggio nei pensieri più banali: il carburante, i debiti, gli appuntamenti mancati.

    I fari di una macchina come luce di scena. Per illuminare una sequenza notturna, il team fermò l’autista di McConaughey e usò i fari del suo veicolo. La produttrice Rachel Winter definì quei giorni «terrificanti» — ma anche i più puri della sua carriera.

    La sceneggiatura fu rifiutata 200 volte in vent’anni. Brad Pitt e Woody Harrelson furono considerati per il ruolo di Woodroof in varie versioni del progetto mai decollato.

    McConaughey stava già perdendo peso per Interstellar. La finestra temporale era stretta: subito dopo Dallas Buyers Club avrebbe girato Interstellar con Nolan. I due film più importanti della sua carriera, girati quasi in sequenza.


    Contesto storico e rilevanza oggi

    Il film è ambientato nei primi anni dell’epidemia AIDS, quando oltre 40.000 persone morirono negli Stati Uniti tra il 1981 e il 1987 mentre la politica guardava dall’altra parte. Il vicepresidente George H.W. Bush disse all’epoca: «Se vuoi cambiamento, cambia il tuo comportamento.» I politici non volevano essere associati alla malattia. Gli ospedali resistevano ad ammettere i pazienti. Quando un malato di AIDS moriva, alcuni operatori sanitari mettevano il corpo in un sacco della spazzatura nero.

    Dallas Buyers Club racconta tutto questo senza gridare. Lo racconta attraverso un uomo che non era un attivista, non era un progressista, era un cowboy texano omofobo che per caso si ritrovò a combattere per i diritti dei malati di AIDS. E in quel paradosso c’è più forza politica di qualsiasi film con un messaggio esplicito.


    Valutazione finale

    Dallas Buyers Club è un film che non si dimentica. Non per la tragedia, non per il messaggio — ma per il personaggio. Ron Woodroof è uno di quei protagonisti che escono dallo schermo e ti accompagnano: scomodo, irriverente, vivo in un modo che pochi personaggi cinematografici riescono a essere. McConaughey ha dato il meglio di sé qui, e Leto ha rubato ogni scena in cui era presente. Vallée ha diretto con il coraggio di chi sa che la storia si regge da sola, senza bisogno di abbellirla.

    Un film girato in 25 giorni con 250 dollari di budget trucco che ha vinto tre Oscar e incassato undici volte il budget. A volte le storie migliori valgono da sole.

    FonteVoto
    IMDb8.0 / 10
    Rotten Tomatoes (critici)93%
    Metacritic84 / 100
    Il mio voto⭐ 9.3 / 10

    Alberto

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