The Elephant Man — Recensione

di David Lynch   |   1980   |   Drammatico / Biografico   |   124 min


Prima impressione

Ci sono film che ti intristiscono. E poi c’è The Elephant Man, che fa qualcosa di più difficile: ti costringe a guardarti dentro mentre guardi lui. David Lynch — il regista di Eraserhead, l’artista del perturbante — qui abbandona ogni ermetismo e racconta una storia vera con una semplicità che disarma. Il risultato è uno dei film più commoventi che abbia mai visto. Non per sentimentalismo, ma per dignità. Per la dignità con cui viene trattato un uomo che il mondo aveva deciso di non trattare come tale.

Il bianco e nero non è una scelta estetica. È una necessità morale. Queste immagini non avrebbero potuto essere a colori.


Trama e temi

Londra, 1884. Il dottor Frederick Treves (Anthony Hopkins) scopre in un baraccone di un mercato dell’East End un’attrazione chiamata «The Elephant Man»: un uomo coperto da un sacco, nascosto alla luce perché la sua vista «disturba». Il suo nome è John Merrick, affetto da una grave forma di neurofibromatosi che ha deformato il suo cranio, il suo viso, il suo corpo. Treves lo porta all’ospedale, convinto inizialmente che sia privo d’intelletto. Si sbaglia. Merrick conosce la Bibbia a memoria, recita Shakespeare, costruisce con pazienza certosina un modellino della cattedrale di Saint Philip che riesce a vedere dalla finestra della sua stanza.

Il tema centrale non è la disabilità. È la dittatura delle apparenze. Lynch costruisce una domanda filosofica precisa: cosa vediamo quando guardiamo qualcuno? Siamo capaci di separare l’involucro dalla persona? E chi siamo noi — il pubblico, la società vittoriana, i medici curiosi — quando paghiamo per guardare un uomo come fosse un fenomeno da baraccone?

C’è un sottotesto potentissimo sul concetto di «normalità» come costruzione sociale. Merrick è la cartina di tornasole che rivela l’ipocrisia di una società che si crede civile ma non è capace di guardare in faccia l’altro. E la frase che risuona nel finale — «I am not an animal! I am a human being!» — è tra le più devastanti della storia del cinema.


Regia e visione artistica

Lynch aveva alle spalle un solo film, Eraserhead — un’opera culto girata in anni con budget minimo. The Elephant Man è il suo primo film in studio, il suo primo con attori di fama mondiale, il suo primo con un budget vero (5 milioni di dollari). E si vede quanto lavoro mentale ci sia dietro ogni inquadratura.

La scelta del bianco e nero fu imposta — e difesa — dall’executive producer Mel Brooks contro le resistenze degli studios. Fu la scelta giusta. La fotografia di Freddie Francis (inspiegabilmente non candidata agli Oscar) crea un’atmosfera vittoriana soffocante, con nebbia, vapore industriale, ombre che sembrano divorare i personaggi. La Londra del film è quasi un personaggio autonomo: fredda, spietata, bellissima nella sua crudeltà.

Lynch inserisce sequenze oniriche e surrealiste — l’apertura e il finale — che Paramount voleva tagliare. Brooks bloccò i tagli con una risposta leggendaria ai dirigenti dello studio: «Non fraintendete questo come una richiesta di opinioni da parte di primitivi furiosi». Le sequenze rimasero, e sono la firma che trasforma un film biografico in qualcosa di più: un’esperienza.


Aspetti tecnici

Trucco e protesi. Questo è il capitolo più straordinario della produzione. Lynch volle fare lui stesso il trucco per Hurt, trascorrendo mesi a Londra nel 1979 a creare una maschera protesica. Il risultato fu un disastro: la maschera era talmente rigida che Hurt non riusciva a muoversi. Lynch temé di essere licenziato. Jonathan Sanger chiamò d’urgenza Christopher Tucker — che avrebbe poi creato le maschere per il Fantasma dell’Opera sul West End — il quale ottenne accesso al calco originale del corpo di Joseph Merrick conservato al Royal London Hospital. Un calco con ancora i capelli reali di Merrick nella gessatura. Il trucco finale richiedeva 7-8 ore di applicazione ogni mattina e 2 ore per essere rimosso. Hurt arrivava sul set alle 5 di mattina e girava dalle 12 alle 22. Dopo la prima esperienza con il trucco, chiamò la sua ragazza e le disse: «Credo che siano finalmente riusciti a farmi odiare recitare.»

La mancata candidatura agli Oscar per il trucco scatenò un’indignazione tale che l’Academy, l’anno successivo, introdusse la categoria Miglior Trucco — vinta al suo esordio da An American Werewolf in London. The Elephant Man aveva, involontariamente, cambiato la storia degli Oscar.

Colonna sonora. John Morris compose la musica originale. Lynch scelse di usare l’Adagio for Strings di Samuel Barber per il climax — una scelta che Morris contestò, dicendo che il brano sarebbe stato riutilizzato all’infinito nel cinema futuro, diminuendo l’effetto ogni volta. Lynch andò avanti lo stesso. Aveva ragione: la sequenza finale con l’Adagio è ancora oggi insostenibile.


Il cast

John Hurt è semplicemente uno dei più grandi attori che il cinema abbia mai prodotto, e questa è forse la sua prova più alta. Sotto chili di protesi, con il viso quasi completamente coperto, riesce a trasmettere gentilezza, intelligenza, umorismo, terrore, solitudine. Disse che avrebbe interpretato Merrick anche gratis, se fosse stato necessario. Gli produttori erano preparati a convincere un attore riluttante — e Hurt accettò immediatamente, prima ancora che finissero di spiegare il progetto.

Anthony Hopkins è il dottor Treves — e il suo rapporto con Lynch fu tutt’altro che idilliaco. Hopkins rifiutò di radersi la barba, si scontrò ripetutamente col giovane regista, dichiarò di seguire i propri istinti piuttosto che le sue indicazioni. Eppure diede una delle performance più intense della sua carriera. Anni dopo mandò a Lynch una lettera di scuse e di ammirazione.

Un dettaglio poco noto: secondo le fonti dell’epoca, la performance di Hopkins in questo film fu così ammirata da Jonathan Demme che lo spinse a sceglierlo come Hannibal Lecter in Il silenzio degli innocenti, undici anni dopo. Senza The Elephant Man, forse non ci sarebbe stato quel Lecter.


La produzione: Lynch, Brooks e un film impossibile

Mel Brooks — il re della commedia americana, l’uomo di Blazing Saddles e Young Frankenstein — voleva fare film seri. Aveva fondato Brooksfilms proprio per questo. Ma sapeva che il suo nome sui titoli avrebbe mandato il pubblico in sala aspettando una commedia. Soluzione: non mettere il suo nome da nessuna parte. Solo «Brooksfilms» nei credits di apertura, nessun riferimento personale. Il film uscì, e quasi nessuno sapeva che dietro c’era il creatore di Frankenstein Junior.

Lynch stava facendo il roofer — il posacavi sui tetti — quando ricevette la chiamata per dirigere il film. Il budget era di 5 milioni di dollari, 4 dei quali garantiti da Fred Silverman della NBC in cambio di uno speciale televisivo prodotto da Brooks. Le riprese si svolsero interamente in Inghilterra, con un cast di attori britannici di primissimo livello che guardavano con curiosità e qualche diffidenza questo giovane americano dalla parlata da Boy Scout del Montana.


Accoglienza, premi e impatto culturale

The Elephant Man uscì nell’ottobre 1980 e fu un successo immediato di critica e pubblico, bissato da Raging Bull di Scorsese e da Ordinary People di Redford. Agli Oscar ricevette 8 nomination — Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore (Hurt), Miglior Sceneggiatura, Miglior Montaggio, Miglior Scenografia, Miglior Costumi, Miglior Colonna Sonora — senza vincerne nessuna. La serata fu dominata da Ordinary People. La mancata vittoria di Hurt su De Niro (Raging Bull) è ancora oggi considerata una delle più grandi ingiustizie della storia degli Oscar.

Ai BAFTA invece fu un trionfo: Miglior Film, Miglior Attore (Hurt), Miglior Scenografia. Il film incassò oltre 26 milioni di dollari con un budget di 5 — un rendimento straordinario. Oggi è nel catalogo Criterion Collection, ha ricevuto restauri in 4K, è tornato nelle sale per il suo 40° anniversario nel 2020. Su IMDb è a 8.2 con oltre 300.000 voti.

Il suo impatto culturale è enorme in modo silenzioso: ha cambiato il modo in cui il cinema rappresenta la disabilità, ha influenzato decenni di film biografici, ha contribuito a creare la categoria Oscar per il trucco. E ha lanciato David Lynch nell’olimpo dei grandi registi con appena il suo secondo film.


Curiosità per cinefili

Lynch era un roofer. Stava letteralmente facendo il posacavi sui tetti quando ricevette la proposta di Brooks. Non aveva agenti, non aveva un ufficio. Eraserhead girava nei cinema di mezzanotte, ma Lynch era praticamente sconosciuto al grande pubblico.

Dustin Hoffman fu considerato per il ruolo di Merrick. Sanger si oppose fermamente — Hoffman era troppo famoso, avrebbe distratto il pubblico. Lynch propose il suo attore feticcio Jack Nance (Henry in Eraserhead), ma dopo aver visto Hurt in The Naked Civil Servant non ebbe più dubbi.

David Bowie interpretò Merrick a teatro. Nel 1980, in contemporanea con l’uscita del film, Bowie portò in scena The Elephant Man a Broadway — senza trucco, solo con la fisicità del corpo. Una performance leggendaria.

Il calco di Merrick aveva i suoi capelli. Christopher Tucker ottenne accesso al calco originale in gesso del corpo di Joseph Merrick conservato al Royal London Hospital. Nel gesso c’erano ancora capelli reali appartenuti a Merrick.

Lynch contemplò di abbandonare il film. Quando si rese conto che la sua maschera protesica non funzionava, due settimane prima dell’inizio delle riprese, comprò un biglietto aereo per tornare in America. Poi Sanger sistèmò tutto con Tucker, e Brooks gli disse solo: «David, non avresti dovuto preoccuparti. Devi pensare a dirigere.»


Contesto storico e rilevanza oggi

The Elephant Man esce nel 1980, in un periodo in cui il cinema hollywoodiano è dominato dal blockbuster post-Jaws e post-Star Wars. Scegliere di raccontare la storia di un uomo deformato, in bianco e nero, con toni da dramma vittoriano, era un atto di coraggio commerciale oltre che artistico.

Oggi il film parla ancora con una forza intatta. In un’epoca in cui l’aspetto fisico è più esposto che mai — social media, filtri, cultura dell’immagine — la domanda che Lynch pone nel 1980 è diventata ancora più urgente: siamo capaci di vedere le persone oltre quello che mostrano? O siamo ancora il pubblico del baraccone, che paga per guardare?


Valutazione finale

The Elephant Man non è un film facile da guardare. Non perché sia violento o disturbante nel senso classico — ma perché ti chiede di stare dentro il disagio, di resistere all’impulso di distogliere lo sguardo, di confrontarti con qualcosa che preferiresti non vedere. E poi, piano piano, ti trasforma. Esci diverso da come sei entrato.

Lynch realizza qualcosa di rarissimo: un film che è al tempo stesso popolare e artisticamente radicale, accessibile ed esigente, commovente senza mai essere melenso. John Hurt dà una delle dieci performance più grandi della storia del cinema. Anthony Hopkins è magnetico nonostante — o forse grazie a — il conflitto con il regista. E la fotografia in bianco e nero di Freddie Francis crea un mondo che sembra uscito da un incubo bellissimo.

Il mio 7.25 riflette un film che stimo enormemente ma che non torna spesso — è troppo pesante, troppo esigente emotivamente per essere un film da riguardare spesso. Ma quando lo rivedi, ti ricordi perché conta.

Fonte Voto
IMDb 8.2 / 10
Rotten Tomatoes (critici) 91%
Metacritic 78 / 100
Il mio voto ⭐ 7.25 / 10

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Alberto

Dove vederlo: Prime Video

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