The Imitation Game — Recensione

di Morten Tyldum   |   2014   |   Biografico / Drammatico / Thriller   |   114 min


Prima impressione

Alan Turing ha accorciato la Seconda guerra mondiale di due anni. Ha salvato, secondo le stime degli storici, tra i quattordici e i ventuno milioni di vite. Poi, nel 1952, lo stato britannico lo ha arrestato per “indecenza grave” — aveva una relazione con un uomo. Gli hanno offerto la scelta tra il carcere e la castrazione chimica. Ha scelto la seconda. Nel 1954 è morto, probabilmente suicida, con una mela morsicata vicino al letto.

Il film non dimentica mai questa struttura. Ogni scena tra Turing e la sua macchina, ogni piccola vittoria a Bletchley Park, è inquadrata da quello che viene dopo. Non è un film sul trionfo del genio. È un film su cosa fa il mondo ai geni che non riesce a contenere.


Enigma e il silenzio necessario

La macchina Enigma era il sistema di cifratura usato dai nazisti per le comunicazioni militari. Si riteneva inviolabile: ogni giorno la chiave cambiava, e il numero di combinazioni possibili era nell’ordine dei 159 miliardi di miliardi. Decrittarla a mano era impossibile. Turing teorizza che l’unico modo per batterla è costruire una macchina che pensi come una macchina — non come un essere umano.

Il momento più acuto del film non è quando la Bombe funziona. È quello che viene subito dopo: il team capisce che non può agire su tutte le informazioni che decritta, o i tedeschi si accorgeranno che Enigma è compromessa. Devono scegliere quali vite salvare e quali lasciare andare, in silenzio, senza dirlo a nessuno. È una delle decisioni morali più difficili che il cinema di guerra abbia mai messo in scena — e il film la attraversa in pochi minuti, senza melodramma.


Cumberbatch

Senza Benedict Cumberbatch questo film non esiste, o almeno non esiste così. Turing è un personaggio costruito su più livelli di isolamento simultanei: è un genio che non sa come parlare alla gente comune, un omosessuale in un’epoca in cui l’omosessualità è reato, un agente segreto che non può dire a nessuno cosa sta facendo. Cumberbatch tiene tutto questo insieme senza mai sembrare che stia recitando “il personaggio difficile”.

C’è una scena, verso la fine, in cui Turing è già in trattamento ormonale e torna a Bletchley Park per trovare la sua macchina smontata. Non dice quasi niente. Cumberbatch fa tutto con il corpo — come si muove, come si ferma, come guarda. È una delle scene più strazianti del cinema biografico degli anni dieci, e non ha quasi dialogo.

Keira Knightley come Joan Clarke fa un lavoro più difficile di quanto sembri: il personaggio è scritto come spalla emotiva, ma Knightley trova in ogni scena qualcosa di più preciso — una donna che capisce perfettamente il costo di essere brillante in un mondo che non vuole le donne brillanti.


Le libertà storiche

Il film prende libertà con la storia, e vale la pena dirlo chiaramente. Il vero Turing non era così asociale e incapace di relazioni umane — quella è una scelta narrativa per rendere il personaggio più cinematograficamente leggibile. La sottotrama della spia sovietica John Cairncross è ampiamente romanzata. Il ruolo di Turing nel progetto Bombe è esagerato rispetto al contributo del team (e ai lavori precedenti del matematico polacco Marian Rejewski, che aveva già parzialmente craccato Enigma prima della guerra).

Queste sono imprecisioni reali. Il film rimane comunque fedele alla cosa più importante: la struttura della vita di Turing, il suo contributo, e l’ingiustizia di quello che gli è stato fatto. Su questo non mente.


Curiosità

Il budget era di 14 milioni di dollari. Per un film che ha incassato 233 milioni in tutto il mondo e ha ricevuto otto nomination agli Oscar, è una cifra straordinariamente bassa. Tyldum ha lavorato con vincoli strettissimi — il che spiega alcune scelte di regia conservative ma efficaci.

Il perdono reale è arrivato nel 2013. Un anno prima dell’uscita del film, la Regina Elisabetta II ha concesso a Turing il Royal Pardon postumo. Nel 2021 la sua immagine è stata stampata sulla banconota da 50 sterline britanniche.

La sceneggiatura ha vinto l’Oscar. Graham Moore ha vinto la statuetta per la Migliore Sceneggiatura Non Originale. Nel discorso di accettazione ha detto: “Da ragazzino, a 16 anni, ho cercato di togliermi la vita perché mi sentivo strano e diverso. E ora sono qui. Se sei strano, se sei diverso — rimani strano. Rimani diverso.”

Il nome Christopher. Turing ha chiamato la sua macchina Christopher, come il suo migliore amico di scuola morto di tubercolosi a 18 anni. Nel film questa scelta è centrale; nella realtà storica il nome della macchina era semplicemente Bombe, ripreso dal nome originale polacco.


Valutazione finale

The Imitation Game è un film biografico che sa cosa vuole essere e lo fa con precisione. Non è coraggioso formalmente — la struttura a flashback è classica, la regia di Tyldum è al servizio della storia, non cerca di trasformarla. Ma ha qualcosa che i biopic spesso perdono: una tesi chiara su perché questa storia conta.

Turing ha dimostrato che le macchine possono imitare il pensiero umano. Il mondo ha risposto dimostrandogli che gli esseri umani possono essere più crudeli di qualsiasi macchina. Il film porta questa contraddizione fino alla fine, senza risolverla, senza il discorso edificante che avrebbe ammorbidito tutto. E per questo rimane.

Fonte Voto
IMDb 8.0 / 10
Rotten Tomatoes (critici) 90%
Rotten Tomatoes (pubblico) 91%
Metacritic 73 / 100
Il mio voto ⭐ 8.0 / 10

Alberto

Dove vederlo: Netflix  ·  Prime Video

Commenti

2 risposte a “The Imitation Game — Recensione”

  1. Avatar The Butcher

    Questo è un film a cui voglio molto bene. E’ un film imperfetto ma è anche un film pieno di vita che sa cosa vuole raccontare e lo fa bene, con un Cumberbatch eccellente e anche una regia molto ben gestita. Ovviamente certe cose sono romanzate ma per fortuna non tendono a stravolgere del tutto la storia. Anni fa la mia collega ha parlato di questo film, sottolineando anche delle tematiche a cui siamo molto affezionati. Se ti va di dare un’occhiata, questo è l’articolo: https://mymadreams.com/2016/12/22/the-imitation-game-storia-autismo-e-omosessualita/

    1. Avatar Alberto Zoppi
      Alberto Zoppi

      Condivido la definizione di ‘imperfetto ma pieno di vita’ – e’ il tipo di film che regge perche’ sa cosa vuole dire, anche quando la sceneggiatura lo porta a semplificare. Cumberbatch fa un lavoro straordinario nel tenere insieme strati che il testo non sempre supporta.

      Ho letto l’articolo della tua collega. Il nodo autismo/omosessualita’ e’ esattamente dove il film e’ piu’ interessante e piu’ evasivo allo stesso tempo – la scelta di non nominare mai esplicitamente ha qualcosa di rispettoso e qualcosa di protettivo insieme.

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