Non hai perso la personalità. L’hai solo congelata.

Pistoia, marzo 2026


Ho letto una cosa qualche giorno fa che mi ha dato fastidio nel modo giusto. L’idea era questa: se qualcuno ti chiedesse di descriverti — i tuoi hobby, le cose che ti appassionano, cosa fai per stare bene — riusciresti a rispondere? Non con le parole giuste in teoria, ma con cose che fai davvero, concretamente, nella tua settimana?

Io mi sono fermato un secondo. E ho capito che la risposta non era così scontata.

Non perché non sapessi chi sono. Ma perché c’è una differenza enorme tra sapere chi sei in astratto e abitarlo ogni giorno. Tra dirti «sono una persona curiosa, creativa, appassionata» e avere nella tua settimana traccia reale di quella curiosità, di quella creatività, di quella passione.


Non l’hai persa. L’hai congelata.

L’articolo usava questa immagine: non hai perso la tua personalità, l’hai congelata. Da qualche parte tra l’infanzia e l’età adulta hai smesso di fare le cose che amavi. Non con una decisione consapevole. Semplicemente un giorno non le hai più fatte, e poi è diventata un’abitudine non farle.

Da bambini non c’era nessun filtro tra quello che ci piaceva e il farlo. Ti piaceva disegnare? Disegnavi. Ti piaceva costruire cose? Costruivi. Non ti chiedevi se eri abbastanza bravo, se valeva il tempo, se c’era qualcosa di più produttivo da fare. La gioia era il punto, non il risultato.

A un certo punto, invece, tutto questo è diventato complicato. È entrata in scena la voce che dice ma a cosa serve, ma chi te lo fa fare, ma non hai cose più importanti. E quella parte di te è rimasta lì, ferma, in attesa.


Il problema non è la distrazione. È il consumo.

C’è una distinzione che mi ha colpito: la differenza tra consumare e creare. Passiamo la maggior parte del nostro tempo a ingerire contenuti, esperienze, storie di altri. Scrolliamo, guardiamo, ascoltiamo. Non c’è niente di sbagliato in questo di per sé — il problema è quando diventa l’unica modalità.

Quando consumi senza mai creare, il tuo senso di identità si assottiglia. Perché l’identità non è solo ciò che ti piace — è ciò che fai. È ciò che lasci nel mondo, anche in piccolo. Una pagina scritta, un disegno, una ricetta cucinata, una foto fatta con intenzione. Qualcosa che non esisteva prima e ora esiste perché tu hai deciso di farlo.

Ogni volta che crei, anche una cosa minima, mandi un segnale a te stesso: sono qualcuno che fa cose, non solo qualcuno che guarda gli altri farle.


I bisogni che ignoriamo ogni giorno

Una cosa che ho trovato utile è questa: ci sono cose di cui abbiamo bisogno ogni giorno non per sopravvivere, ma per sentirci vivi. Non parlo di meditazione o routine ottimizzate. Parlo di cose semplici e concrete: un momento di curiosità autentica, una risata vera, l’esperienza di creare qualcosa che non esisteva stamattina, il piacere fisico di un buon pasto o del sole in faccia, una conversazione in cui ti senti davvero visto.

Quando una giornata non ha nemmeno uno di questi elementi, finisce nel vuoto. Non è stanchezza. È aridità.

Ci siamo costruiti delle vite molto efficienti e molto vuote. Routine che funzionano come macchine e non lasciano spazio all’imprevisto, al gioco, all’inutile. E poi ci chiediamo perché non ci riconosciamo più.


La side quest come assicurazione sulla personalità

C’era un’altra idea nell’articolo che mi ha fatto sorridere: avere un obiettivo completamente inutile e casuale. Non legato al lavoro, non legato alla crescita personale, non ottimizzato per nessun risultato. Solo una cosa strana che ti sembra divertente fare.

Imparare tutti i 196 simboli delle bandiere del mondo. Cucinare ogni ricetta di un libro. Disegnare il ritratto di ogni persona che ami. Cose che non portano da nessuna parte, se non a te stesso.

Il concetto mi ha convinto: se basi tutta la tua identità su una cosa sola — il lavoro, una relazione, un obiettivo — quando quella cosa vacilla, vacilli anche tu. Le side quest sono diversificazione del sé. Piccole prove che esisti al di fuori del ruolo principale.


Questo blog è una delle mie risposte

Leggendo, ho realizzato che molte cose che faccio qui — scrivere, recensire film, annotare pensieri, lasciare tracce — sono esattamente il tipo di atti che questo articolo descrive come necessari. Non li ho iniziati per questo. Ma è rassicurante capire che stavano già rispondendo a qualcosa di reale.

Scrivere qui mi obbliga a uscire dalla modalità consumo. Mi costringe ad avere un’opinione, a sviluppare un pensiero fino in fondo, a lasciare una traccia di chi ero in questo periodo. Non è terapia, non è strategia. È semplicemente il modo in cui tengo viva una parte di me che altrimenti si addormenterebbe sotto il peso delle cose urgenti.

Forse hai qualcosa di simile anche tu. Forse è seppellita sotto anni di cose più importanti da fare. Forse vale la pena dissotterrarla.


Leggi anche: L’autosabotaggio inizia come autodifesa  ·  Ossessione per la vita

Alberto

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