Lost — Recensione

Pistoia, marzo 2026


C’è una serie che per me non è solo televisione. È un ricordo fisico: l’estate, il campeggio, la luce che salta di colpo durante una puntata e il boato di disprezzo collettivo che sale dalle tende vicine. Tutti collegati, tutti fermi sulla stessa scena. Lost era così: non si guardava da soli, anche quando si era da soli.


Quando la televisione ha cambiato forma

Il 22 settembre 2004 va in onda su ABC il pilot di Lost, diretto da J.J. Abrams. Costa quattordici milioni di dollari — la puntata pilota più cara della storia della televisione fino a quel momento — e si vede. Un aereo si spezza in tre tronconi sopra un’isola sconosciuta del Pacifico del Sud. Quarantadue minuti di apertura senza respiro: confusione, urla, motori ancora accesi, persone che cercano di capire cosa sia appena successo. Nessuna spiegazione, nessuna voce fuori campo che rassicura lo spettatore. Sei lì, sulla spiaggia, insieme a loro.

In Italia arriva su Fox nel 2005, poi passa su Rai 2 in chiaro, e per anni è uno di quegli appuntamenti settimanali intorno ai quali si organizzava la serata. La gente si collegava ai forum per discutere le teorie, si svegliava nel cuore della notte per vedere gli episodi in lingua originale appena usciti. Lost ha preceduto i social network e li ha resi quasi superflui — aveva già costruito una comunità.


Il volo Oceanic 815

Il punto di partenza è elementare quanto basta: 324 persone su un volo Sydney-Los Angeles. L’aereo precipita. I superstiti si ritrovano su un’isola che non è su nessuna mappa. Aspettano i soccorsi. I soccorsi non arrivano.

Da qui in poi Lost smette di essere una storia di sopravvivenza e diventa qualcosa di molto più difficile da definire. L’isola ha una storia, ha regole, ha un’entità oscura che si muove tra gli alberi come fumo nero. Ci sono altri esseri umani sull’isola — Gli Altri — con i loro segreti e le loro gerarchie. C’è una botola nella foresta, e dentro la botola c’è un bunker, e dentro il bunker c’è un uomo che inserisce ogni 108 minuti una sequenza di numeri in un computer per ragioni che non capirà nessuno per molto tempo.

Lost costruisce il mistero a strati, con una pazienza che oggi sarebbe impensabile per una rete generalista. Non dà risposte, le rimanda, le sostituisce con nuove domande. Ed è esattamente questa la sua forza, almeno finché funziona.


I personaggi: il vero cuore della serie

Se c’è una cosa che distingue Lost da quasi tutto ciò che è venuto prima, è il modo in cui costruisce i suoi personaggi. Non sono tipi, non sono funzioni narrative: sono persone con un prima e un dopo, con contraddizioni irrisolte, con la capacità di sorprenderti anche quando pensi di averli capiti.

Jack Shephard (Matthew Fox) è il medico, il leader imposto dalle circostanze. Un uomo che vuole controllare tutto e non riesce a controllare niente — incluso se stesso. Il suo arco narrativo è uno dei più dolorosi della serie.

John Locke (Terry O’Quinn, premio Emmy) incarna il tema della fede contrapposta alla ragione. Prima dell’isola era in sedia a rotelle. Sull’isola cammina. Da quel momento non vuole più andarsene, perché andarsene significherebbe tornare a chi era prima.

Sawyer (Josh Holloway) sembra il più semplice — il cattivo con il cuore d’oro — ed è invece forse il più stratificato. Il modo in cui si trasforma nel corso delle sei stagioni è tra le cose più belle della serie.

Hurley (Jorge Garcia) è la coscienza morale del gruppo e l’unico che riesce a far ridere senza risultare stonato. Benjamin Linus (Michael Emerson, altro Emmy) è il manipolatore per eccellenza: introdotto per tre episodi nella seconda stagione, diventa uno dei pilastri di tutta la narrazione. E poi ci sono Kate, Sayid, Sun e Jin, Charlie, Desmond — che porta con sé una delle storie d’amore più belle dell’intera serie.

I cognomi di molti personaggi sono quelli di filosofi, teologi e scienziati reali: Locke, Hume, Rousseau, Faraday, Burke. Non è un caso. Lost gioca con le idee — libero arbitrio e destino, fede e razionalismo, redenzione e peccato — senza mai diventare un saggio, perché le idee le porta sempre attraverso le persone.


La struttura: flashback, flashforward, flashsideways

Una delle invenzioni narrative più intelligenti di Lost è l’uso sistematico dei flash. Nelle prime due stagioni ogni episodio porta una seconda linea temporale che racconta il passato di un personaggio specifico. Nella terza stagione si introduce una svolta che al momento nessuno capisce, e solo nel finale si scopre che quegli episodi erano flashforward — si vedeva il futuro, non il passato. Nella sesta stagione arrivano i flashsideways: una linea parallela in cui l’aereo non è mai precipitato.

Questo meccanismo non è solo un espediente stilistico. È il modo in cui Lost racconta che le persone non si capiscono senza conoscerne l’origine. Ogni volta che un personaggio fa qualcosa di incomprensibile sull’isola, il flash ti dà la chiave per capirlo — o almeno per perdonarlo.


Le stagioni, una per una

La prima stagione è quasi perfetta. Il finale — con la zattera in mare e la botola aperta — è uno dei cliffhanger migliori della storia della televisione. La seconda entra nella botola, trova Desmond, introduce il progetto DHARMA e i numeri. La terza è la più discussa: prima metà debole, seconda metà straordinaria, con Through the Looking Glass come episodio più bello dell’intera serie. La quarta è compatta e veloce — arriva la nave, le cose diventano irreversibili. La quinta è quella dei viaggi nel tempo: ambiziosa e coerente. La sesta è la più divisiva. Io sto dalla parte di chi ha pianto.


Il campeggio, agosto, la luce che salta

Ho guardato Lost più volte. La prima volta in modo frammentato, su Rai 2, con i buchi tipici di chi non riesce a non saltare una puntata e poi deve rincorrere. Ricordo un’estate al campeggio, agosto, un gruppo di persone con gli occhi puntati su uno schermo — e poi il buio. La luce salta, il generatore si ferma, e sale un boato di disappunto collettivo che non ho più sentito uguale davanti a una serie televisiva. Era il tipo di reazione che oggi si riserva ai goal.

Ho poi comprato tutti i DVD — cofanetti stagione per stagione, tenuti in ordine sullo scaffale come se fossero documenti importanti. Li ho visti e rivisti, ho letto le teorie online, ho passato ore su Lostpedia a cercare connessioni tra i personaggi, significati nascosti nei dialoghi, riferimenti filosofici che la prima visione si era persa. È il tipo di serie che regge le revisioni perché sa nascondere le cose nel posto giusto.


L’impatto culturale

Lost ha cambiato la televisione in modo misurabile. Prima di Lost, una serie drammatica americana aveva una trama verticale — ogni episodio era quasi autoconcluso, con un problema che si apriva e si chiudeva nel giro di quarantadue minuti. Lost ha normalizzato la trama orizzontale lunga stagioni, il cliffhanger seriale, il personaggio costruito su più anni. Ha inaugurato l’abitudine al binge watching — gente che recuperava stagioni intere nei weekend — e ha accelerato il processo di avvicinamento tra trasmissione americana e italiana, fino al finale del 2010 trasmesso in contemporanea mondiale alle cinque di mattina.

Ha dato impulso alla cultura dei forum e dei siti di fan, ha generato un merchandising massiccio, ha ispirato decine di serie che hanno cercato di replicarne la formula quasi sempre senza riuscirci. I numeri — 4, 8, 15, 16, 23, 42 — sono diventati un riferimento culturale che chiunque abbia guardato la serie riconosce ancora oggi.

Ha vinto il Golden Globe come miglior serie drammatica nel 2006 e il primo Emmy nel 2005. Su Rotten Tomatoes ha l’85% delle recensioni positive. Su IMDb ha un 8.3 che regge ancora vent’anni dopo.


Il finale e il dibattito che non finisce

Il 23 maggio 2010 va in onda l’ultimo episodio. Dura circa 105 minuti, l’ABC lo ha allungato su richiesta dei produttori. In Italia viene trasmesso in contemporanea con gli Stati Uniti — le 5 di mattina del 24 maggio — e poi replicato la sera stessa sottotitolato.

Il finale ha spaccato il pubblico in modo netto. Chi si aspettava risposte a tutte le domande è rimasto deluso — e alcune domande non hanno risposta, è vero. Chi si era affezionato ai personaggi e si fidava del viaggio che la serie aveva costruito ha trovato una conclusione emotivamente onesta, coerente con i temi che Lost aveva portato dall’inizio: la redenzione, il significato delle relazioni, l’idea che quello che siamo stati insieme conti più di dove siamo andati.

Non è un finale perfetto. Ma è un finale che fa quello che deve fare: chiude i personaggi, non la mitologia. E in una serie costruita sulle persone più che sui misteri, è forse la scelta giusta.


Curiosità per cinefili e appassionati

Il pilot più costoso della storia. Il doppio episodio pilota costò tra i 13 e i 14 milioni di dollari. Per ricostruire l’aereo non c’erano né i tempi né il budget: la produzione acquistò e distrusse un vero Boeing 767 comprato da una compagnia aerea australiana in pensione.

Jack doveva morire nel pilot. Nella versione originale il personaggio di Jack veniva ucciso a metà del primo episodio, e Kate avrebbe preso le redini come protagonista. La ABC si opponeva: temeva che uccidere il personaggio centrale avrebbe fatto perdere la fiducia degli spettatori fin dall’inizio. La sua morte fu sostituita con quella del copilota, interpretato da Greg Grunberg, amico d’infanzia di Abrams. Michael Keaton era stato contattato per il ruolo prima che Matthew Fox venisse scelto.

Sawyer nasce da un provino andato male. Josh Holloway, durante l’audizione per il ruolo di Sawyer, dimenticò una battuta e reagì prendendo a calci una sedia e imprecando. Gli sceneggiatori apprezzarono quello scatto di rabbia al punto da integrarlo nel personaggio. Il Sawyer originale era un anziano imbroglione di Buffalo; quello che conosciamo è nato in quel momento.

Terry O’Quinn non ha fatto il provino. L’unico membro del cast principale esentato dal casting è stato Terry O’Quinn (John Locke), che aveva già lavorato con Abrams in Alias. Abrams lo volle direttamente.

Il 42 viene da Guida Galattica per Autostoppisti. I numeri 4, 8, 15, 16, 23, 42 sono uno dei simboli più riconoscibili della serie. L’ultimo — il 42 — è stato scelto come omaggio esplicito a Douglas Adams, in cui il 42 è la risposta alla domanda definitiva sulla vita, l’universo e tutto quanto. La voce “Previously, on Lost” in apertura di ogni episodio è quella di Lloyd Braun, ex presidente della ABC che ebbe l’idea dello show — e che venne licenziato poco dopo averne approvato la produzione.

L’ispirazione principale era Watchmen. Damon Lindelof ha rivelato in un’intervista del 2019 che la fonte principale per la struttura narrativa di Lost erano i fumetti di Watchmen di Alan Moore: la narrazione non lineare, il tempo vissuto tutto insieme, il formato episodico incentrato su un singolo personaggio per volta. Anche Twin Peaks è stato citato da Lindelof come riferimento fondamentale.

L’orso polare doveva essere un cinghiale. La creatura misteriosa che attacca Sawyer nella foresta doveva essere originariamente un cinghiale selvatico. Fu cambiata in orso polare in fase di sceneggiatura — aprendo uno dei misteri più discussi: cosa ci fa un orso polare su un’isola tropicale?

La sigla è disegnata su un laptop. Il titolo di apertura con la scritta LOST sfocata è stato disegnato da Abrams direttamente sul suo laptop, in bianco e nero come omaggio a Ai Confini della Realtà (The Twilight Zone). Il suono dissonante in apertura di ogni episodio è stato composto da Abrams stesso.

Benjamin Linus doveva essere un personaggio minore. Michael Emerson fu ingaggiato per un arco narrativo di soli tre episodi nella seconda stagione. Il suo personaggio piacque talmente che venne integrato nel cast fisso, diventando uno dei villain più memorabili della televisione americana. Emerson vinse l’Emmy per il ruolo nel 2009.

Sette episodi in produzione lo stesso giorno. Il DVD bonus della terza stagione include un documento chiamato Lost in a Day che mostra come in un singolo giorno di riprese alle Hawaii fossero in lavorazione contemporanea sette episodi diversi, ciascuno con la propria unità di regia.

I riferimenti nel resto della cultura pop. Lost è stata citata ovunque: in Arrow, quando Oliver Queen torna a casa e il suo amico Tommy dice scherzosamente “Lost? Erano tutti morti. Almeno credo.” In Kick-Ass il protagonista teme di non arrivare a vedere il finale. In molti progetti successivi di Abrams — tra cui Cloverfield — compaiono riferimenti alla Dharma Initiative e alla Hanso Foundation.


Perché vale ancora la pena vederla

Lost è disponibile su Disney+. Non è invecchiato male — la qualità di scrittura delle prime stagioni regge, i personaggi reggono, la costruzione del mistero regge. Le ultime due stagioni mostrano i segni di una produzione che stava cercando di concludere qualcosa di forse inchiudibile, ma anche lì ci sono momenti di televisione straordinaria.

Se non l’hai mai vista, hai davanti una delle esperienze televisive più dense che la serialità americana abbia prodotto. Se l’hai già vista, sai già di cosa sto parlando.

Ci vediamo in un’altra vita, fratello.

IMDb8.3 / 10
Rotten Tomatoes critici85%
Rotten Tomatoes pubblico83%
Metacritic77 / 100
Il mio voto⭐ 9.8 / 10

Scheda — Titolo: Lost  |  Ideatori: J.J. Abrams, Damon Lindelof, Jeffrey Lieber  |  Rete: ABC  |  Anni: 2004–2010  |  Stagioni: 6  |  Episodi: 114  |  Durata: ~42 min.  |  Musiche: Michael Giacchino  |  Disponibile su: Disney+

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Alberto

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