La platea immaginaria

Pistoia, maggio 2026


Ho realizzato a un certo punto che cambio tono di voce a seconda di chi ho davanti. Non lo decido. Succede — come succede di scegliere parole diverse con i genitori rispetto agli amici, o di ridere con una frequenza diversa a seconda di chi ho accanto.

Per anni l’ho chiamata intelligenza sociale. Adattarsi al contesto. Una competenza.

Adesso non ne sono così sicuro.


C’è una differenza tra adattarsi e scomparire. Adattarsi è scegliere come presentarsi. Scomparire è smettere di sapere cosa presenteresti se potessi davvero scegliere.

Non so precisamente quando ho iniziato a perdere il filo. So che a un certo punto mi sono ritrovato a essere d’accordo con cose con cui non ero d’accordo — non per paura, non per strategia, ma per abitudine. Il no aveva smesso di venire naturale. L’opinione vera arrivava dopo, quando ero solo, quando non c’era nessuno da convincere.


Il punto strano è che il pubblico, il più delle volte, non esiste.

Faccio scelte pensando a come verranno giudicate da persone che non stanno guardando. Evito cose per una platea che ha chiuso i battenti da anni. Mi comporto come se ci fosse sempre qualcuno a valutare — e invece le sedie sono vuote, le luci sono spente, il teatro è buio da un pezzo.

Non è un problema di autostima, almeno non nel senso banale. È qualcosa di più sottile: l’abitudine alla performance, costruita anno dopo anno, finché non sai più distinguere cosa fai perché lo vuoi da cosa fai perché così va fatto.


Forse l’autenticità non è una cosa da trovare — come se ci fosse una versione vera da dissotterrare, pulita e definitiva. Forse è semplicemente quello che rimane quando smetti di recitare per una platea inesistente.

Non è necessariamente bello, quello che rimane. Ma almeno è tuo.


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Alberto

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