
di James Clavell
C’è un tipo di romanzo che occupa mesi della tua vita e poi non te ne lascia andare. Non perché la trama sia costruita per agganciare — ma perché ti ha portato in un luogo così lontano dal tuo, con regole così diverse dalle tue, che quando finisce devi ricordarti dove sei. Shōgun di James Clavell è quel tipo di romanzo. Mille e duecento pagine di Giappone feudale, di samurai e gesuiti, di silenzi carichi di significato e di morti che vengono accettate con una compostezza che all’inizio lascia senza parole. L’ho letto lentamente, in più sessioni, e ogni volta che lo riaprivo ci mettevo qualche pagina a rientrare — come varcare un confine fisico.
Il Giappone come mondo chiuso:
La storia comincia con il naufragio della nave olandese Erasmus sulle coste di Anjiro, nel 1600. John Blackthorne — Anjin-san, il Signor Pilota — è il primo inglese a mettere piede in Giappone. Ha attraversato lo Stretto di Magellano con una flotta di morti, ha perso quasi tutto il suo equipaggio, e si ritrova in un Paese dove non capisce nulla: la lingua, i gesti, il significato del silenzio, la logica della cortesia come forma di violenza. Clavell usa questo spaesamento con grande intelligenza: Blackthorne è la nostra guida, ma è anche il punto di vista più limitato della storia. Vede il Giappone come lo vede un europeo del Seicento — con repulsione iniziale, poi curiosità, poi qualcosa che non riesce più a definire.
Toranaga: la pazienza come tattica suprema:
Il personaggio che tiene insieme tutto è Yoshi Toranaga, signore del Kwanto, presidente del Consiglio dei Reggenti. Toranaga non parla mai più del necessario. Non si arrabbia mai in modo visibile. Non prende decisioni affrettate. Mentre i suoi nemici si agitano, lui aspetta — e Clavell costruisce questa attesa con una tensione che raramente ho trovato in un romanzo storico. Toranaga vede in Blackthorne uno strumento: un pilota capace di costruirgli una flotta, e soprattutto un europeo che può scardinare il monopolio dei gesuiti portoghesi. Lo usa, lo protegge, lo manipola — ma senza mai farlo sentire come un fantoccio. C’è nel rapporto tra i due qualcosa di autentico, che travalica la differenza di cultura e di potere. E il finale — il piano “Cielo Rosso”, la rivelazione di quello che Toranaga aveva in mente dall’inizio — è uno di quei finali che fanno tornare indietro a ripensare tutto quello che hai letto.
Toda Mariko: l’anima del libro:
Se Toranaga è il cervello politico della storia, Toda Mariko è la sua anima emotiva. Figlia di un traditore, sposata a un uomo che la disprezza, convertita al cattolicesimo in un Paese shintoista, Mariko vive in una contraddizione permanente che Clavell non risolve mai del tutto — e fa bene. È lei a insegnare a Blackthorne il giapponese, le usanze, il senso profondo del concetto di giri — l’obbligo, il dovere, la rete invisibile di relazioni che governa ogni gesto. È lei a spiegargli il “Recinto a Otto Pareti”: la capacità di costruire una barriera mentale invalicabile, un luogo interiore a cui nessuno può accedere. Il legame tra Mariko e Blackthorne — che Clavell tiene volutamente ambiguo per centinaia di pagine — culmina in una scena di Osaka che è tra le più riuscite del romanzo. Non dico altro: va vissuta direttamente.
La religione come strumento del potere:
Uno dei temi che mi ha colpito di più è il modo in cui Clavell tratta la Compagnia di Gesù. I gesuiti di Shōgun non sono evangelizzatori idealisti: sono mediatori politici, gestori del commercio della seta cinese attraverso la cosiddetta Nave Nera, informatori al servizio di Lisbona. Quando Blackthorne rivela a Toranaga come il Papa abbia diviso il mondo tra Spagna e Portogallo — trattando il Giappone come un territorio da spartire — la scena ha la qualità di un gioco di scacchi in cui uno dei giocatori capisce improvvisamente le regole reali. Clavell non demonizza nessuno: mostra come ogni fazione — olandesi, portoghesi, gesuiti, feudatari — stia giocando la stessa partita con carte diverse. Il Giappone del 1600 come tavolo di un gioco mondiale.
La scrittura di Clavell: mille pagine che non pesano:
Shōgun ha una reputazione di “mattone” — e tecnicamente lo è. Ma la prosa di Clavell è stranamente leggera per un romanzo storico di questa portata. Non ci sono pagine di descrizione fine a se stessa: ogni scena serve a costruire personaggio, tensione o comprensione culturale. Clavell aveva studiato il Giappone in modo ossessivo, e si sente — nei dettagli sulle cerimonie del tè, nel significato dei ranghi e degli inchini, nella logica del seppuku come atto di volontà e non di resa. Ma non fa mai la lezione. Ti immerge, e lascia che tu capisca da solo. La cosa che mi ha sorpreso di più è stata la capacità di rendere la differenza culturale senza giudicarla: il disgusto iniziale di Blackthorne per le abitudini giapponesi — e il disgusto speculare dei giapponesi per i “barbari” europei — viene trattato con un equilibrio che oggi definiremmo raro.
Quello che rimane:
Shōgun è stato pubblicato nel 1975, è diventato subito un bestseller mondiale, ha generato una miniserie televisiva negli anni Ottanta e una nuova serie nel 2024 che ha vinto undici Emmy. La ragione per cui resiste è che racconta qualcosa di universale attraverso un contesto specifico: come si adatta un uomo a un mondo di cui non capisce le regole? Cosa si disperde e cosa si salva, in questo processo? Blackthorne alla fine non è più né inglese né giapponese — è qualcosa di intermedio, un uomo che ha perso la sua identità originale e ne ha costruita una nuova, senza rendersene conto. È una storia di trasformazione. E come tutte le storie di trasformazione, lascia con la domanda su cosa sarebbe rimasto se non fosse cambiato nulla.
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Alberto
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