
di Donovan Marsh | 2021 | Crime / Thriller | 107 min
Prima impressione
Il problema di un film che affronta la tratta di bambini è noto anche ai registi che lo affrontano: come parli dell’inaccettabile senza renderlo spettacolo, senza esaurirlo nell’orrore, senza sembrare che tu stia sfruttando ciò che dici di voler denunciare. Donovan Marsh questa trappola la evita. Non ci casca, non scivola nel voyeurismo, tiene la macchina da presa distante dall’indicibile con una disciplina che si nota e si rispetta.
Ma evitare il peggio non basta. I Am All Girls sa cosa non fare. È meno sicuro di cosa fare invece. E questa incertezza si sente nelle sequenze centrali, quando il thriller cerca di imporsi sulla storia e non riesce del tutto a convincere né come uno né come l’altra.
L’argomento è urgente. Il film è intermittente.
Trama e temi
Sudafrica post-apartheid. La detective Jodie Snyman indaga su una serie di omicidi con le stesse vittime: uomini potenti, politici, funzionari, uomini d’affari. Qualcuno li sta eliminando con metodo e precisione. L’unico filo comune è che tutti avevano legami con una rete criminale di traffico di minori — una rete che affonda le radici nell’epoca dell’apartheid e che ha prosperato per decenni nell’impunità.
Il collegamento che Jodie trova è Ntombizonke — Ntombi — una donna che lei conosce, con cui condivide il lavoro, con la quale si forma un legame progressivo che è il cuore del film. Ntombi non è solo un’informatrice: è una sopravvissuta. Ed è lei la vigilante.
Il tema centrale è la giustizia — quella impossibile da chiedere a un sistema che è stato complice, e quella che si fa da soli quando il sistema ha smesso di risponderti. Il film non glorifica la vendetta di Ntombi: la comprende. C’è una differenza importante. Ma non va abbastanza lontano in quella direzione per diventare davvero uno studio sul confine tra giustizia e vendetta — resta un thriller che usa quel confine come motore senza esplorarlo a fondo.
La connessione con l’apartheid dà al film uno spessore storico che va oltre il caso singolo: il traffico di bambini come struttura di potere, come continuazione di una logica di possesso e disumanizzazione che non muore con il regime. Questo è il livello più interessante del film — e quello meno sviluppato.
Come si gira l’inaccettabile
Marsh tiene la regia su un registro sobrio, quasi documentaristico nelle sequenze di indagine. Non cerca il brivido gratuito. Le scene più dure restano fuori campo o vengono evocate senza essere mostrate — una scelta precisa, che rispetta le vittime e lo spettatore.
Il problema è che questa sobrietà, portata oltre il necessario, toglie anche la tensione. Il secondo atto rallenta in modo preoccupante: la struttura investigativa si fa meccanica, le rivelazioni arrivano quando devono arrivare senza che tu le senta davvero. Il film avanza, ma non trascina.
Ci sono sequenze che funzionano meglio: l’incontro tra Jodie e Ntombi quando la verità emerge ha un peso autentico. Ma Marsh sembra più a suo agio nel gestire le atmosfere che i ritmi. Le lunghe scene di dialogo reggono; i momenti di svolta faticano.
Aspetti tecnici
Fotografia. Trevor Calverley sceglie una palette desaturata, quasi da reportage — coerente con il tono del film. Pretoria viene mostrata senza esotismo, senza la tentazione di farne uno sfondo pittoresco. È una città reale, con i suoi pesi.
Colonna sonora. Brendan Jury firma una musica funzionale e poco più. Non disturba, non eleva. Resta sottotraccia — nel film che punta sulla sobrietà è forse la scelta giusta, ma anche la più anonima.
Il cast
Erica Wessels come Jodie Snyman porta sulle spalle la parte investigativa con solidità, ma il personaggio non le dà molto spazio oltre il compito. Jodie è definita dall’indagine, raramente da qualcos’altro, e la Wessels non riesce — o non viene messa nella condizione — di uscire da quel perimetro.
Hlubi Mboya è Ntombi, e la ragione migliore per guardare il film. C’è una trattenuta intensità nel modo in cui costruisce il personaggio: ogni informazione che concede allo spettatore è misurata, ogni scena con Jodie ha un peso specifico. Non è una performance vistosa — è precisa. Ha vinto per questo ruolo ai SAFTA 2022, non a caso.
Deon Lotz nei panni del villain FJ Nolte ha il compito ingrato di incarnare un male burocratico e freddo — non un mostro, ma un uomo di sistema. Ci riesce, senza che il personaggio venga mai approfondito quanto meriterebbe.
La produzione
Prodotto da Nthibah Pictures, I Am All Girls è un film interamente sudafricano: girato a Pretoria, cast locale, scritto da Emile Leuvennink e Marcell Greeff. Donovan Marsh era già noto per Hunter Killer (2018), blockbuster d’azione con Gerard Butler — un film agli antipodi come ambizioni e tono. I Am All Girls è il suo lavoro più personale. Netflix lo acquisì prima dell’uscita e lo distribuì globalmente il 14 maggio 2021. L’ispirazione è dichiaratamente tratta da eventi reali: le reti di traffico di minori legate al regime dell’apartheid sono un capitolo documentato della storia sudafricana, e il film lo usa come antefatto senza pretendere di essere un documentario.
Accoglienza e riconoscimenti
Su Netflix, I Am All Girls entrò nella top 10 globale nelle prime settimane — raro per un film sudafricano senza nomi internazionali nel cast. La visibilità rimase però limitata al momento della distribuzione, senza consolidarsi in una conversazione critica più ampia.
Ai South African Film and Television Awards (SAFTA) del 2022 vinse il premio per il Miglior Film, insieme ai riconoscimenti come migliori attrici per Hlubi Mboya e Nomvelo Makhanya. Premi concentrati sulla recitazione — la parte più solida del film, coerentemente.
Curiosità
Ispirazione documentata. Il film si basa su episodi reali di traffico di minori legati alle strutture di potere dell’apartheid sudafricano. Gli sceneggiatori hanno consultato archivi e testimonianze mantenendo il confine tra fiction e denuncia senza dichiarare di raccontare eventi specifici.
Cambio di registro. Prima di questo film, Donovan Marsh era noto per Hunter Killer (2018), action movie con sottomarino nucleare e 35% su Rotten Tomatoes. I Am All Girls è stilisticamente agli antipodi — e il cambio non era scontato.
Hlubi Mboya ai SAFTA 2022. Per la sua interpretazione di Ntombi ha vinto il premio come Migliore Attrice — il riconoscimento più importante ricevuto nella sua carriera a quella data. Una performance che merita di essere vista anche indipendentemente dal film che la ospita.
Netflix top 10 globale. Alla sua uscita nel maggio 2021, il film è entrato nella classifica globale di Netflix — un traguardo che molte produzioni africane di qualità superiore non riescono a raggiungere per ragioni distributive, non di merito.
Valutazione finale
I Am All Girls funziona meglio quando si dimentica di essere un thriller. Le scene tra Jodie e Ntombi — quando il film rallenta e lascia che le due donne esistano al di là dell’indagine — hanno una qualità che il resto non raggiunge. Lì c’è qualcosa di autentico: una storia su ciò che rimane di chi è sopravvissuto, e su cosa significa cercare giustizia in un sistema che non l’ha mai garantita.
Ma quel film è avvolto in un thriller che non è abbastanza teso da reggere da solo. Quando la struttura investigativa prende il sopravvento, il film perde quello che aveva di più suo. Il tema è urgente e lo resta — ma I Am All Girls è meno del necessario per un argomento che richiederebbe di più.
Vale la visione. Ma ti lascia con la sensazione che ci fosse un film più importante nascosto dentro questo.
| Fonte | Voto |
|---|---|
| IMDb | 6.0 / 10 |
| Rotten Tomatoes (critici) | 65% |
| Rotten Tomatoes (pubblico) | N/D |
| Metacritic | N/D |
| Il mio voto | ⭐ 6.5 / 10 |
Alberto
Dove vederlo: Netflix
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