Categoria: Film

  • Inside Out 2 — Recensione

    di Kelsey Mann | 2024 | Animazione · Commedia · Avventura | 96 min


    Prima impressione

    Ho guardato Inside Out 2 aspettandomi una versione ammorbidita del primo — meno coraggio, più sequel. Quello che ho trovato è diverso: è un film su una generazione che non sa stare ferma.

    Non è alto quanto l’originale. Il primo Inside Out era un film sulla perdita, sull’identità che cambia quando le emozioni fanno spazio alla complessità. Inside Out 2 è più leggero, più diretto, più adatto a chi ha tredici anni. Ma c’è una cosa che fa meglio del primo: costruisce un’antagonista che non è cattiva. Ansia non vuole fare del male a Riley — la vuole proteggere. E questo è il punto più onesto del film.

    Trama e temi

    Riley ha tredici anni. Arriva la pubertà, arrivano emozioni nuove: Ansia, Imbarazzo, Invidia, Ennui. Le vecchie emozioni — Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura, Disgusto — vengono scalzate. Ansia prende il controllo, costruisce una versione di Riley che funziona, che piace, che riesce nell’hockey. Il problema è che quella versione non è Riley.

    Il tema è semplice ma non banale: l’ansia adolescenziale non nasce dal niente, nasce da un senso di sé che non si è ancora stabilizzato. Inside Out 2 lo racconta con onestà. Non dice che Ansia è sbagliata — dice che Ansia da sola non basta. Per costruire chi sei, servono anche le emozioni che fanno più male da accettare.

    Regia

    Kelsey Mann — al suo debutto come regista dopo anni come story artist Pixar — fa scelte pulite. La struttura interna di Riley si espande con logica: ogni nuova zona corrisponde a un aspetto dell’adolescenza che ha senso narrativo. Il Quartier Generale si trasforma, non si sostituisce.

    Il ritmo è più rapido del primo: meno spazio alla malinconia, più azione. Funziona per il pubblico giovane, perde qualcosa per chi aveva amato la lentezza del 2015. Non è una scelta sbagliata — è una scelta diversa, coerente con un personaggio che ha due anni in più e molta più fretta.

    Aspetti tecnici

    Pixar a questi livelli non stupisce più — ma stupisce ancora. La resa volumetrica dei capelli di Riley, il design delle nuove emozioni (Ansia è arancione, frenetica, con i capelli sempre in movimento come pensieri che non si fermano), la cura nei dettagli ambientali del Profundo. La colonna sonora di Andrea Datzman sostituisce Michael Giacchino senza fare rimpiangere l’originale: è funzionale, mai invasiva, calibrata sul ritmo della storia.

    Il film è distribuito in 3D ma funziona benissimo in 2D. Non dipende dagli effetti per raccontare.

    Il cast

    Maya Hawke (Ansia) è la rivelazione del film. Non fa la villain — fa la manager di un progetto urgente. La sua voce è rapida, concreta, e in certi momenti quasi simpatica. Ha dichiarato di aver registrato le battute prima ancora che il personaggio avesse un design definitivo: la voce ha influenzato il look finale.

    Amy Poehler (Gioia) completa l’arco iniziato nel 2015: ha imparato che controllare tutto non funziona. È un personaggio che è maturato insieme al pubblico che lo ha amato.

    Ayo Edebiri (Invidia) e Paul Walter Hauser (Imbarazzo) hanno meno spazio ma usano bene quello che hanno. Adèle Exarchopoulos doppia Ennui nell’originale — un’attrice francese per un’emozione che in italiano hanno lasciato tale: “Insoddisfazione”.

    La produzione

    Lo sviluppo è iniziato nel 2020. La psicologa Lisa Damour, autrice di Untangled (un libro sull’adolescenza femminile), è stata consulente creativa. Anche Dacher Keltner — che aveva collaborato al primo film — è tornato per garantire che la rappresentazione dell’ansia adolescenziale fosse clinicamente coerente. Non è una scelta decorativa: si vede nel modo in cui Ansia è costruita come personaggio, non come stereotipo.

    Kelsey Mann ha dichiarato che l’idea di Ansia è nata osservando il comportamento dei figli adolescenti dello staff Pixar. Un’emozione nata dall’osservazione, non dall’invenzione. Il film costa 200 milioni di dollari — budget in linea con i grandi titoli Pixar degli ultimi anni.

    Un miliardo in diciannove giorni

    Inside Out 2 è il film d’animazione con il maggior incasso di sempre, superando Frozen II. Ha raggiunto il miliardo di dollari in diciannove giorni dall’uscita — il più veloce di sempre nell’animazione. Debutto da 155 milioni di dollari nel solo weekend di apertura nordamericano, 295 milioni globali.

    Queste cifre non dicono che sia il migliore di sempre. Dicono che ha incontrato esattamente il pubblico che aspettava: genitori, adolescenti, e chi aveva visto il primo da bambino e adesso ha vent’anni.

    Curiosità

    Il colore arancione di Ansia è stato scelto dopo aver scartato il rosso (troppo simile a Rabbia) e il giallo (troppo vicino a Gioia). L’arancione evoca energia nervosa e urgenza senza sovrapporsi alle emozioni esistenti.

    Maya Hawke ha registrato le battute prima che il design del personaggio fosse definitivo. La velocità e il tono della sua voce hanno influenzato le scelte grafiche finali di Ansia.

    Il film dura 96 minuti — dieci meno del primo. Kelsey Mann ha dichiarato che ogni scena è stata tagliata almeno tre volte prima del montaggio definitivo.

    Lisa Damour ha lavorato come consulente clinica per garantire che la rappresentazione dell’ansia adolescenziale fosse accurata. Il suo contributo è visibile soprattutto nella dinamica tra Ansia e il senso di sé di Riley.

    Adèle Exarchopoulos — attrice francese nota per La vita di Adele — doppia Ennui nell’originale inglese. La scelta di un’attrice francofona è stata intenzionale: suggerisce una distanza ironica dalla vita quotidiana americana.

    Valutazione finale

    Inside Out 2 non è Inside Out. Non ha quella scena con Bing Bong, quel finale che fa male senza spiegare perché. È un film più performativo, più attento a compiacere che a disturbare.

    Ma ha una cosa che mi ha colpito: Ansia ha ragione per quasi tutto il film. Non sbaglia i fatti. Sbaglia la priorità. E c’è un momento verso la fine in cui Riley impara non che Ansia debba sparire — ma che Ansia da sola non è sufficiente a costruire chi sei. È un messaggio più sottile di quanto sembri per un blockbuster d’animazione del 2024.

    Voto
    IMDb 7.5/10
    RT critici 91%
    RT pubblico 95%
    Metacritic 73/100
    Il mio voto 7.4/10

    Alberto

    Dove vederlo: Disney+

  • I Am All Girls — Recensione

    di Donovan Marsh   |   2021   |   Crime / Thriller   |   107 min


    Prima impressione

    Il problema di un film che affronta la tratta di bambini è noto anche ai registi che lo affrontano: come parli dell’inaccettabile senza renderlo spettacolo, senza esaurirlo nell’orrore, senza sembrare che tu stia sfruttando ciò che dici di voler denunciare. Donovan Marsh questa trappola la evita. Non ci casca, non scivola nel voyeurismo, tiene la macchina da presa distante dall’indicibile con una disciplina che si nota e si rispetta.

    Ma evitare il peggio non basta. I Am All Girls sa cosa non fare. È meno sicuro di cosa fare invece. E questa incertezza si sente nelle sequenze centrali, quando il thriller cerca di imporsi sulla storia e non riesce del tutto a convincere né come uno né come l’altra.

    L’argomento è urgente. Il film è intermittente.


    Trama e temi

    Sudafrica post-apartheid. La detective Jodie Snyman indaga su una serie di omicidi con le stesse vittime: uomini potenti, politici, funzionari, uomini d’affari. Qualcuno li sta eliminando con metodo e precisione. L’unico filo comune è che tutti avevano legami con una rete criminale di traffico di minori — una rete che affonda le radici nell’epoca dell’apartheid e che ha prosperato per decenni nell’impunità.

    Il collegamento che Jodie trova è Ntombizonke — Ntombi — una donna che lei conosce, con cui condivide il lavoro, con la quale si forma un legame progressivo che è il cuore del film. Ntombi non è solo un’informatrice: è una sopravvissuta. Ed è lei la vigilante.

    Il tema centrale è la giustizia — quella impossibile da chiedere a un sistema che è stato complice, e quella che si fa da soli quando il sistema ha smesso di risponderti. Il film non glorifica la vendetta di Ntombi: la comprende. C’è una differenza importante. Ma non va abbastanza lontano in quella direzione per diventare davvero uno studio sul confine tra giustizia e vendetta — resta un thriller che usa quel confine come motore senza esplorarlo a fondo.

    La connessione con l’apartheid dà al film uno spessore storico che va oltre il caso singolo: il traffico di bambini come struttura di potere, come continuazione di una logica di possesso e disumanizzazione che non muore con il regime. Questo è il livello più interessante del film — e quello meno sviluppato.


    Come si gira l’inaccettabile

    Marsh tiene la regia su un registro sobrio, quasi documentaristico nelle sequenze di indagine. Non cerca il brivido gratuito. Le scene più dure restano fuori campo o vengono evocate senza essere mostrate — una scelta precisa, che rispetta le vittime e lo spettatore.

    Il problema è che questa sobrietà, portata oltre il necessario, toglie anche la tensione. Il secondo atto rallenta in modo preoccupante: la struttura investigativa si fa meccanica, le rivelazioni arrivano quando devono arrivare senza che tu le senta davvero. Il film avanza, ma non trascina.

    Ci sono sequenze che funzionano meglio: l’incontro tra Jodie e Ntombi quando la verità emerge ha un peso autentico. Ma Marsh sembra più a suo agio nel gestire le atmosfere che i ritmi. Le lunghe scene di dialogo reggono; i momenti di svolta faticano.


    Aspetti tecnici

    Fotografia. Trevor Calverley sceglie una palette desaturata, quasi da reportage — coerente con il tono del film. Pretoria viene mostrata senza esotismo, senza la tentazione di farne uno sfondo pittoresco. È una città reale, con i suoi pesi.

    Colonna sonora. Brendan Jury firma una musica funzionale e poco più. Non disturba, non eleva. Resta sottotraccia — nel film che punta sulla sobrietà è forse la scelta giusta, ma anche la più anonima.


    Il cast

    Erica Wessels come Jodie Snyman porta sulle spalle la parte investigativa con solidità, ma il personaggio non le dà molto spazio oltre il compito. Jodie è definita dall’indagine, raramente da qualcos’altro, e la Wessels non riesce — o non viene messa nella condizione — di uscire da quel perimetro.

    Hlubi Mboya è Ntombi, e la ragione migliore per guardare il film. C’è una trattenuta intensità nel modo in cui costruisce il personaggio: ogni informazione che concede allo spettatore è misurata, ogni scena con Jodie ha un peso specifico. Non è una performance vistosa — è precisa. Ha vinto per questo ruolo ai SAFTA 2022, non a caso.

    Deon Lotz nei panni del villain FJ Nolte ha il compito ingrato di incarnare un male burocratico e freddo — non un mostro, ma un uomo di sistema. Ci riesce, senza che il personaggio venga mai approfondito quanto meriterebbe.


    La produzione

    Prodotto da Nthibah Pictures, I Am All Girls è un film interamente sudafricano: girato a Pretoria, cast locale, scritto da Emile Leuvennink e Marcell Greeff. Donovan Marsh era già noto per Hunter Killer (2018), blockbuster d’azione con Gerard Butler — un film agli antipodi come ambizioni e tono. I Am All Girls è il suo lavoro più personale. Netflix lo acquisì prima dell’uscita e lo distribuì globalmente il 14 maggio 2021. L’ispirazione è dichiaratamente tratta da eventi reali: le reti di traffico di minori legate al regime dell’apartheid sono un capitolo documentato della storia sudafricana, e il film lo usa come antefatto senza pretendere di essere un documentario.


    Accoglienza e riconoscimenti

    Su Netflix, I Am All Girls entrò nella top 10 globale nelle prime settimane — raro per un film sudafricano senza nomi internazionali nel cast. La visibilità rimase però limitata al momento della distribuzione, senza consolidarsi in una conversazione critica più ampia.

    Ai South African Film and Television Awards (SAFTA) del 2022 vinse il premio per il Miglior Film, insieme ai riconoscimenti come migliori attrici per Hlubi Mboya e Nomvelo Makhanya. Premi concentrati sulla recitazione — la parte più solida del film, coerentemente.


    Curiosità

    Ispirazione documentata. Il film si basa su episodi reali di traffico di minori legati alle strutture di potere dell’apartheid sudafricano. Gli sceneggiatori hanno consultato archivi e testimonianze mantenendo il confine tra fiction e denuncia senza dichiarare di raccontare eventi specifici.

    Cambio di registro. Prima di questo film, Donovan Marsh era noto per Hunter Killer (2018), action movie con sottomarino nucleare e 35% su Rotten Tomatoes. I Am All Girls è stilisticamente agli antipodi — e il cambio non era scontato.

    Hlubi Mboya ai SAFTA 2022. Per la sua interpretazione di Ntombi ha vinto il premio come Migliore Attrice — il riconoscimento più importante ricevuto nella sua carriera a quella data. Una performance che merita di essere vista anche indipendentemente dal film che la ospita.

    Netflix top 10 globale. Alla sua uscita nel maggio 2021, il film è entrato nella classifica globale di Netflix — un traguardo che molte produzioni africane di qualità superiore non riescono a raggiungere per ragioni distributive, non di merito.


    Valutazione finale

    I Am All Girls funziona meglio quando si dimentica di essere un thriller. Le scene tra Jodie e Ntombi — quando il film rallenta e lascia che le due donne esistano al di là dell’indagine — hanno una qualità che il resto non raggiunge. Lì c’è qualcosa di autentico: una storia su ciò che rimane di chi è sopravvissuto, e su cosa significa cercare giustizia in un sistema che non l’ha mai garantita.

    Ma quel film è avvolto in un thriller che non è abbastanza teso da reggere da solo. Quando la struttura investigativa prende il sopravvento, il film perde quello che aveva di più suo. Il tema è urgente e lo resta — ma I Am All Girls è meno del necessario per un argomento che richiederebbe di più.

    Vale la visione. Ma ti lascia con la sensazione che ci fosse un film più importante nascosto dentro questo.

    Fonte Voto
    IMDb 6.0 / 10
    Rotten Tomatoes (critici) 65%
    Rotten Tomatoes (pubblico) N/D
    Metacritic N/D
    Il mio voto ⭐ 6.5 / 10

    Alberto

    Dove vederlo: Netflix

  • Sanctum — Recensione

    di Alister Grierson   |   2011   |   Avventura / Thriller   |   108 min


    Ho dodici anni. Sono al cinema con gli occhiali da 3D — quelli grandi di plastica scura che davano all’ingresso — e sullo schermo ci sono sommozzatori che scendono in un abisso sotto la giungla del Pacifico. Non ho idea di chi sia Alister Grierson. So invece chi è James Cameron: il nome è in locandina, grande quasi quanto il titolo. Prodotto da James Cameron. Dopo Avatar, quel nome valeva un biglietto da solo.


    Il nome in locandina

    Cameron ha prodotto il film, non lo ha diretto. Grierson è il regista, un australiano con poca esperienza cinematografica a cui è stato affidato un budget di 30 milioni di dollari e una storia tratta dall’esperienza reale di Andrew Wight — uno dei produttori, rimasto intrappolato in un sistema di grotte sommerse in Australia nel 1988. La sceneggiatura è di Wight e John Garvin: è il punto più debole del film.

    Il trailer prometteva la profondità visiva di Avatar, il respiro epico di una storia di sopravvivenza. Quello che si ottiene è qualcosa di più onesto ma anche più modesto: un film di genere, ben girato sott’acqua, con personaggi costruiti per essere eliminati nell’ordine sbagliato.


    L’unico personaggio è la grotta

    Il sistema di grotte di Esa-ala, in Papua Nuova Guinea, è uno dei più vasti e inesplorati del mondo. Il film usa queste location — o la loro ricostruzione in un enorme studio acquatico nel Queensland — meglio di qualsiasi altra cosa. Il colore dell’acqua, l’oscurità che mangia i bordi di ogni inquadratura, le stalattiti che emergono dal buio quando una torcia subacquea le illumina: sono queste le immagini che rimangono.

    La claustrofobia è fisica, non costruita dalla regia. Grierson ha il merito di non interferire con essa. Quando i personaggi nuotano in tunnel così stretti da dover tenere l’attrezzatura davanti a sé per passare, il film funziona. Non perché la storia sia avvincente, ma perché quello spazio è fisicamente vero.


    Il padre, il figlio, e il dialogo che non regge

    La storia è quella di Frank McGuire (Richard Roxburgh), speleologo, e di suo figlio Josh (Rhys Wakefield), intrappolati insieme dopo che una tempesta tropicale allaga le uscite della grotta. C’è anche Carl Hurley (Ioan Gruffudd), il finanziatore americano, e la sua ragazza Victoria.

    La dinamica padre-figlio è il cuore narrativo del film e anche il suo problema più grande. Frank è duro, Josh lo resente, devono imparare a rispettarsi nel posto più buio possibile. È un conflitto lecito, ma ogni battuta è prevedibile, ogni momento di catarsi è telegrafato con anticipo. Roxburgh fa quello che può con un personaggio leggibile dalla prima scena. Gli altri sono silhouette.


    Quegli occhiali di plastica scura

    Nel 2011 il 3D era ancora una promessa, non una delusione. Avatar aveva convinto il mondo che la tecnologia potesse trasformare il cinema, e ogni studio ne voleva una fetta. Sanctum è esplicitamente pensato per quella tecnologia: le profondità dell’acqua, i tunnel che si allungano verso il buio, la luce che si rifrange attraverso le bolle.

    Funzionava. Da ragazzino di dodici anni, con le pareti della grotta che sembravano avvicinarsi, il film aveva qualcosa di ipnotico. Non perché la storia fosse avvincente, ma perché quello spazio era fisicamente convincente. È una memoria di spettacolo più che di cinema. Ma è onesta.


    Valutazione finale

    Sanctum fa alcune cose bene e molte cose mediocri. Le grotte sono vere, la paura dell’acqua è vera, la fotografia subacquea è tra le migliori che si possano vedere in un film mainstream. La sceneggiatura non lo è. I personaggi sopravvivono o muoiono seguendo le regole del genere, non la logica dei loro caratteri.

    James Cameron probabilmente lo sapeva. Il suo nome in locandina ha venduto i biglietti; quello che c’era dentro era qualcosa di più modesto. A dodici anni con gli occhiali 3D, era sufficiente. Adesso si vede anche la struttura.

    Fonte Voto
    IMDb 6.2 / 10
    Rotten Tomatoes (critici) 34%
    Rotten Tomatoes (pubblico) 48%
    Metacritic 38 / 100
    Il mio voto ⭐ 7.0 / 10

    Alberto

    Dove vederlo: Prime Video

  • The Imitation Game — Recensione

    di Morten Tyldum   |   2014   |   Biografico / Drammatico / Thriller   |   114 min


    Prima impressione

    Alan Turing ha accorciato la Seconda guerra mondiale di due anni. Ha salvato, secondo le stime degli storici, tra i quattordici e i ventuno milioni di vite. Poi, nel 1952, lo stato britannico lo ha arrestato per “indecenza grave” — aveva una relazione con un uomo. Gli hanno offerto la scelta tra il carcere e la castrazione chimica. Ha scelto la seconda. Nel 1954 è morto, probabilmente suicida, con una mela morsicata vicino al letto.

    Il film non dimentica mai questa struttura. Ogni scena tra Turing e la sua macchina, ogni piccola vittoria a Bletchley Park, è inquadrata da quello che viene dopo. Non è un film sul trionfo del genio. È un film su cosa fa il mondo ai geni che non riesce a contenere.


    Enigma e il silenzio necessario

    La macchina Enigma era il sistema di cifratura usato dai nazisti per le comunicazioni militari. Si riteneva inviolabile: ogni giorno la chiave cambiava, e il numero di combinazioni possibili era nell’ordine dei 159 miliardi di miliardi. Decrittarla a mano era impossibile. Turing teorizza che l’unico modo per batterla è costruire una macchina che pensi come una macchina — non come un essere umano.

    Il momento più acuto del film non è quando la Bombe funziona. È quello che viene subito dopo: il team capisce che non può agire su tutte le informazioni che decritta, o i tedeschi si accorgeranno che Enigma è compromessa. Devono scegliere quali vite salvare e quali lasciare andare, in silenzio, senza dirlo a nessuno. È una delle decisioni morali più difficili che il cinema di guerra abbia mai messo in scena — e il film la attraversa in pochi minuti, senza melodramma.


    Cumberbatch

    Senza Benedict Cumberbatch questo film non esiste, o almeno non esiste così. Turing è un personaggio costruito su più livelli di isolamento simultanei: è un genio che non sa come parlare alla gente comune, un omosessuale in un’epoca in cui l’omosessualità è reato, un agente segreto che non può dire a nessuno cosa sta facendo. Cumberbatch tiene tutto questo insieme senza mai sembrare che stia recitando “il personaggio difficile”.

    C’è una scena, verso la fine, in cui Turing è già in trattamento ormonale e torna a Bletchley Park per trovare la sua macchina smontata. Non dice quasi niente. Cumberbatch fa tutto con il corpo — come si muove, come si ferma, come guarda. È una delle scene più strazianti del cinema biografico degli anni dieci, e non ha quasi dialogo.

    Keira Knightley come Joan Clarke fa un lavoro più difficile di quanto sembri: il personaggio è scritto come spalla emotiva, ma Knightley trova in ogni scena qualcosa di più preciso — una donna che capisce perfettamente il costo di essere brillante in un mondo che non vuole le donne brillanti.


    Le libertà storiche

    Il film prende libertà con la storia, e vale la pena dirlo chiaramente. Il vero Turing non era così asociale e incapace di relazioni umane — quella è una scelta narrativa per rendere il personaggio più cinematograficamente leggibile. La sottotrama della spia sovietica John Cairncross è ampiamente romanzata. Il ruolo di Turing nel progetto Bombe è esagerato rispetto al contributo del team (e ai lavori precedenti del matematico polacco Marian Rejewski, che aveva già parzialmente craccato Enigma prima della guerra).

    Queste sono imprecisioni reali. Il film rimane comunque fedele alla cosa più importante: la struttura della vita di Turing, il suo contributo, e l’ingiustizia di quello che gli è stato fatto. Su questo non mente.


    Curiosità

    Il budget era di 14 milioni di dollari. Per un film che ha incassato 233 milioni in tutto il mondo e ha ricevuto otto nomination agli Oscar, è una cifra straordinariamente bassa. Tyldum ha lavorato con vincoli strettissimi — il che spiega alcune scelte di regia conservative ma efficaci.

    Il perdono reale è arrivato nel 2013. Un anno prima dell’uscita del film, la Regina Elisabetta II ha concesso a Turing il Royal Pardon postumo. Nel 2021 la sua immagine è stata stampata sulla banconota da 50 sterline britanniche.

    La sceneggiatura ha vinto l’Oscar. Graham Moore ha vinto la statuetta per la Migliore Sceneggiatura Non Originale. Nel discorso di accettazione ha detto: “Da ragazzino, a 16 anni, ho cercato di togliermi la vita perché mi sentivo strano e diverso. E ora sono qui. Se sei strano, se sei diverso — rimani strano. Rimani diverso.”

    Il nome Christopher. Turing ha chiamato la sua macchina Christopher, come il suo migliore amico di scuola morto di tubercolosi a 18 anni. Nel film questa scelta è centrale; nella realtà storica il nome della macchina era semplicemente Bombe, ripreso dal nome originale polacco.


    Valutazione finale

    The Imitation Game è un film biografico che sa cosa vuole essere e lo fa con precisione. Non è coraggioso formalmente — la struttura a flashback è classica, la regia di Tyldum è al servizio della storia, non cerca di trasformarla. Ma ha qualcosa che i biopic spesso perdono: una tesi chiara su perché questa storia conta.

    Turing ha dimostrato che le macchine possono imitare il pensiero umano. Il mondo ha risposto dimostrandogli che gli esseri umani possono essere più crudeli di qualsiasi macchina. Il film porta questa contraddizione fino alla fine, senza risolverla, senza il discorso edificante che avrebbe ammorbidito tutto. E per questo rimane.

    Fonte Voto
    IMDb 8.0 / 10
    Rotten Tomatoes (critici) 90%
    Rotten Tomatoes (pubblico) 91%
    Metacritic 73 / 100
    Il mio voto ⭐ 8.0 / 10

    Alberto

    Dove vederlo: Netflix  ·  Prime Video

  • Il ragazzo e l’airone — Recensione

    di Hayao Miyazaki   |   2023   |   Animazione / Fantasy   |   124 min


    Prima impressione

    Il ragazzo e l’airone è uscito in Giappone nel luglio del 2023 senza un trailer. Zero immagini dal film, zero interviste, zero clip. Solo un poster disegnato a mano con un ragazzo e un uccello. Hayao Miyazaki aveva deciso che il film non aveva bisogno di essere spiegato prima di essere visto, e Studio Ghibli lo aveva assecondato.

    L’ho visto in sala con pochissimo contesto. Non sapevo cosa aspettarmi — non nel senso generico in cui si dice quella frase, ma nel senso letterale: non avevo visto una singola immagine. Ci si fida di un nome, e basta. Non è una situazione frequente al cinema.


    Un film senza istruzioni per l’uso

    La storia segue Mahito, un ragazzo che si trasferisce in campagna dopo che sua madre è morta in un incendio durante la Seconda guerra mondiale. Trova una torre abbandonata, un airone grigio che sembra sapere troppo, e un portale verso un mondo impossibile dove le leggi della realtà non valgono.

    Fin qui si capisce tutto. Poi il film entra nella torre e smette di preoccuparsi di essere comprensibile. Le sequenze si susseguono con la logica dei sogni: personaggi che cambiano forma, temporalità che si sovrappongono, motivazioni volutamente opache. Miyazaki non costruisce un plot da seguire — costruisce un’esperienza da attraversare.

    Questo può disorientare. Ci sono spettatori che escono dalla sala convinti di aver visto qualcosa di incompiuto. E forse hanno ragione. Ma c’è un’altra lettura: il film funziona esattamente come funziona il lutto. Non ha senso. Non segue regole. Ti trovi in posti che non capisci senza sapere come ci sei arrivato.


    Il lutto come labirinto

    Il centro emotivo del film è il rapporto di Mahito con la morte della madre. Non come percorso di guarigione — con la morte stessa, con l’assenza, con l’impossibilità di capire dove finisce una persona quando scompare.

    Le warawara — piccole creature bianche che galleggiano verso il cielo per diventare bambini — sono forse la cosa più bella e più strana che Miyazaki abbia mai disegnato: vita che nasce da qualcosa che non si vede, che ha una direzione ma non una spiegazione. Il film non risolve il lutto di Mahito. Lo attraversa con lui. Arriva dall’altra parte non perché qualcosa sia stato capito, ma perché il tempo è passato e qualcosa — indefinibile — si è spostato.


    Miyazaki che si guarda indietro

    Il titolo originale giapponese — Kimitachi wa Dō Ikiru ka — significa “Come vivrete?”. È il titolo di un romanzo del 1937 che la madre di Mahito gli ha lasciato. Ma è anche una domanda che Miyazaki, a 83 anni, rivolge al suo pubblico e ai suoi successori.

    Il film è pieno di rimandi alla propria opera — la torre, il mondo impossibile, le creature che volano, i bambini costretti a fare scelte troppo grandi. Ma non è nostalgia. È più vicino a un inventario: una riflessione su cosa rimane di una vita passata a costruire mondi. Il personaggio dell’anziano che ha creato il mondo dentro la torre e non riesce più a mantenerlo in equilibrio ha una lettura poco velata — Miyazaki stesso, alle prese con la propria eredità e con la domanda su chi potrà portarla avanti.


    Curiosità

    Zero trailer, un solo poster. Studio Ghibli non rilasciò nessun materiale promozionale oltre a un singolo poster disegnato a mano prima dell’uscita giapponese. Fu il primo film di questa portata a essere distribuito senza marketing tradizionale nell’era moderna. Incassò 8,75 miliardi di yen in Giappone nelle prime settimane.

    L’Oscar inaspettato. Vinse il Premio Oscar per il Miglior Film d’Animazione nel 2024, battendo Spider-Man: Across the Spider-Verse. Miyazaki non era presente alla cerimonia.

    Prodotto senza sceneggiatura scritta. Come spesso accade con Miyazaki, il film fu sviluppato attraverso lo storyboard direttamente. Alcuni animatori riferirono di non sapere come si sarebbe concluso mentre lo stavano animando.

    Il quarto ritiro. Miyazaki aveva annunciato il ritiro definitivo dopo La principessa Mononoke (1997), dopo La città incantata (2002), dopo Si alza il vento (2013). Ogni volta è tornato. Ha dichiarato che continuerà a lavorare finché il suo corpo lo permetterà.


    Valutazione finale

    Il ragazzo e l’airone è un film che non incontra il pubblico a metà strada. Non spiega, non guida, non rassicura. Chiede di abbandonarsi a qualcosa che non si capisce completamente — e per la maggior parte del tempo ne vale la pena. Le immagini sono tra le più belle che lo Studio Ghibli abbia mai prodotto. L’emozione è reale anche quando la narrativa è opaca.

    Non è il miglior film di Miyazaki. È forse il più onesto.

    Fonte Voto
    IMDb 7.6 / 10
    Rotten Tomatoes (critici) 97%
    Rotten Tomatoes (pubblico) 73%
    Metacritic 95 / 100
    Il mio voto ⭐ 8.5 / 10

    Alberto

    Dove vederlo: Netflix

  • L’onda — Recensione

    di Dennis Gansel   |   2008   |   Drammatico / Thriller   |   107 min


    Prima impressione

    Il film che ti convince di essere immune da qualcosa a cui probabilmente non sei immune.

    L’ho visto al liceo, credo in quarta o quinta, probabilmente nell’ora di storia o di educazione civica — è il tipo di film che gli insegnanti italiani mostrano quando vogliono spiegare il fascismo senza fare solo date e discorsi. E funziona. Ma non nel modo in cui pensavo allora: credevo stesse parlando di loro, di quei ragazzi tedeschi sullo schermo. Ci ho messo anni a capire che stava parlando di me.


    L’esperimento vero

    Nel 1967, a Palo Alto, California, un professore di liceo di nome Ron Jones decise di rispondere a una domanda scomoda: perché i tedeschi avevano obbedito? I suoi studenti faticavano a capire come un popolo intero avesse potuto seguire Hitler senza resistere. Jones decise di mostrarglelo invece di spiegarlo.

    In una settimana, il suo esperimento — battezzato “Terza Ondata” — aveva trasformato una classe ordinaria in un piccolo movimento autoritario con saluti, simboli, slogan, disciplina e senso di appartenenza. Jones dovette fermarlo quando si rese conto che stava sfuggendo di mano: 200 studenti avevano aderito, alcuni avevano cominciato a spiare e denunciare i compagni.

    Il film di Dennis Gansel sposta l’esperimento nella Germania contemporanea. La scelta non è casuale.


    Perché la Germania, perché adesso

    La Germania è il paese più consapevole del proprio passato fascista al mondo. Ha leggi contro i simboli nazisti, giorni della memoria obbligatori nelle scuole, monumenti all’olocausto nel centro di Berlino. È anche il paese dove l’idea che “qui non potrebbe succedere di nuovo” è più radicata.

    Gansel usa esattamente questa certezza come punto di partenza. I ragazzi del film non sono ignoranti sulla storia — la conoscono. Sono annoiati da essa. Hanno fatto così tante volte l’esercizio mentale di condannare il nazismo che il condannare è diventato automatico, svuotato, rituale. Non sentono più il peso di quello che stanno dicendo. E è in questo spazio vuoto — tra la consapevolezza dichiarata e il coinvolgimento reale — che l’esperimento attecchisce.

    Il film dice: la memoria storica è necessaria ma non sufficiente. Sapere che una cosa è successa non ti rende automaticamente capace di riconoscerla mentre succede di nuovo, in forma diversa.


    Come funziona il contagio

    Gansel costruisce la progressione con una precisione quasi documentaristica. L’insegnante Rainer Wenger (Jürgen Vogel) introduce la disciplina, poi l’uniformità (camicie bianche), poi un nome, poi un saluto, poi un simbolo. Ogni passo sembra piccolo. Ogni passo sembra logico dato il precedente. Non c’è un momento in cui qualcuno attraversa una linea evidente — la linea si sposta ogni giorno, e loro la seguono.

    Quello che il film cattura bene, e che i documenti storici spesso non riescono a trasmettere, è il piacere. I ragazzi non aderiscono per paura o per costrizione: aderiscono perché si sentono meglio. C’è la coesione del gruppo, l’orgoglio dell’appartenenza, la semplicità di avere regole chiare, la soddisfazione di un’identità condivisa. Tutto ciò che l’adolescenza promette e raramente mantiene, il movimento lo offre in abbondanza.


    Frederick Lau e la traiettoria di Tim

    Il film ha diversi personaggi, ma uno solo è davvero insostituibile: Tim, interpretato da Frederick Lau. È il ragazzo che non aveva niente prima del movimento e che nel movimento trova tutto — identità, scopo, amicizie, autostima. Quando il movimento finisce, Tim non ha più niente.

    Lau aveva 18 anni durante le riprese. Costruisce Tim con una fragilità che non viene mai sottolineata esplicitamente — si vede negli occhi, nel modo in cui si avvicina agli altri, in quella fame di approvazione che maschera malissimo. La scena finale è la sua. È la scena che rimane.

    Jürgen Vogel come Wenger è l’altra scelta riuscita: un insegnante bonario e un po’ ingenuo che si lascia trascinare dal proprio esperimento. Non è un villain. È qualcuno che ha sottovalutato qualcosa che pensava di controllare. Il film gli riserva la realizzazione più tardiva e più costosa.


    Curiosità

    Ron Jones non aveva autorizzazione. L’esperimento originale del 1967 non fu approvato da nessuna commissione etica. Jones lo condusse spontaneamente, si rese conto di quanto stesse sfuggendo di mano solo quando era già in corso, e lo chiuse in modo brusco rivelando agli studenti cosa avevano fatto. Molti di loro erano sconvolti — alcuni non ci vollero credere nemmeno allora.

    Esiste una versione americana precedente. Nel 1981 fu prodotto un film TV americano intitolato The Wave, diretto da Alexander Grasshoff, basato sul romanzo di Todd Strasser che a sua volta si basava sull’esperimento di Jones. La versione di Gansel è più radicale nel finale.

    Il film fu vietato ai minori in alcuni paesi. Nonostante fosse concepito esplicitamente come strumento educativo, la brutalità del finale e alcune sequenze di violenza gli valsero classificazioni restrittive in diversi mercati europei.

    Gansel aveva studiato da attore. Prima di diventare regista, Dennis Gansel si era formato come attore. Questo background si sente nel modo in cui lavora con i giovani del cast — la naturalezza delle interazioni di gruppo non è frutto del caso.


    Valutazione finale

    L’onda è un film scomodo nel modo in cui sono scomodi i migliori film di genere: non ti spaventa con qualcosa di esterno, ti spaventa con qualcosa di interno. Il mostro non è l’ideologia, sono le condizioni che la rendono attraente. E quelle condizioni — la solitudine, il bisogno di appartenenza, il vuoto che precede l’identità — sono universali e atemporali.

    Rivisto adesso, a distanza dall’esperienza scolastica, il film colpisce in un punto diverso rispetto a quando ero ragazzo. Allora guardavo i personaggi e pensavo di capirli dall’esterno. Adesso li guardo e riconosco i meccanismi — la logica del gruppo, il piacere dell’uniformità, la facilità di smettere di pensare in autonomia — in luoghi molto meno drammatici della vita quotidiana.

    Il finale non perdona. È giusto così.

    Fonte Voto
    IMDb 7.6 / 10
    Rotten Tomatoes (critici) 80%
    Rotten Tomatoes (pubblico) 88%
    Metacritic 60 / 100
    Il mio voto ⭐ 8.5 / 10

    Alberto

    Dove vederlo: Prime Video

  • The Day After Tomorrow — Recensione

    di Roland Emmerich   |   2004   |   Disaster / Fantascienza / Azione   |   124 min


    Prima impressione

    The Day After Tomorrow ha una tesi corretta e un’argomentazione completamente sbagliata. Il film dice: il cambiamento climatico è pericoloso, i politici lo ignorano, e ci costerà caro. Poi dimostra questa tesi mostrando New York congelata in 48 ore, tornado che distruggono Hollywood Sign, e la Statua della Libertà sepolta fino alla torcia.

    L’ho visto per la prima volta da ragazzino, recuperato in TV qualche anno dopo l’uscita — era esattamente il tipo di film che passava su Rete 4 il sabato pomeriggio, volume alto, effetti speciali che facevano paura visiva, quella di vedere cose familiari trasformate in catastrofe. Tornandoci oggi, il film ha stratificato. È ancora un blockbuster rumoroso, ma è anche un documento — di un momento preciso in cui il cambiamento climatico era ancora una questione su cui si poteva fare finta di dibattere.


    La tesi giusta, i fatti sbagliati

    Jack Hall (Dennis Quaid) è un paleoclimatologo. I suoi modelli indicano che il surriscaldamento globale sta destabilizzando la circolazione atlantica — quella corrente oceanica profonda che regola il clima dell’emisfero nord. Il collasso di questa circolazione, dice Hall, potrebbe innescare una nuova era glaciale. In fretta.

    La scienza di base è reale: si chiama AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation), esiste, ed è una delle preoccupazioni più monitorate dagli oceanografi. Quello che il film sbaglia completamente è la tempistica: un evento del genere richiederebbe decenni o secoli, non 72 ore. Emmerich lo sapeva — la scelta era narrativa. Un messaggio urgente aveva bisogno di una rappresentazione urgente.

    Quello che colpisce ancora è la struttura politica del film. Il vicepresidente americano (Kenneth Welsh, con occhialetti e voce piatta che non lasciano dubbi sull’ispirazione) liquida Hall come allarmista davanti all’ONU. Gli Stati Uniti non ratificheranno nessun protocollo. La crisi arriverà comunque, e quando arriverà, sarà il Messico ad aprire i confini per accogliere i rifugiati americani che fuggono verso sud. La scena è breve, quasi nascosta nel montaggio — ma è la cosa più acuta che Emmerich abbia mai fatto.


    Roland Emmerich, architetto del disastro

    Emmerich non è un regista interessante nel senso tradizionale. Non ha un autore. Ha un metodo: sequenze spettacolari costruite con precisione ingegneristica, incollate da una storia di sopravvivenza con il minimo di profondità emotiva necessario a tenerti dentro.

    Le sequenze di distruzione — i tornado su Los Angeles, il diluvio a New York con onde che sommergono i grattacieli, il fronte artico che congela tutto in tempo reale — hanno una logica visiva propria. Ogni disastro è costruito per massimizzare lo sconvolgimento di qualcosa di riconoscibile: la Statua della Libertà, Times Square, il Nasdaq building. Non è arte, ma è mestiere di altissimo livello.

    Quello che differenzia questo dai suoi lavori precedenti è il tono. Independence Day è trionfante: gli umani vincono, c’è un discorso patriottico, c’è il jet che elimina l’astronave. The Day After Tomorrow non ha trionfalismi. I personaggi sopravvivono perché si adattano, non perché combattono. La neve vince. Il freddo vince. L’umanità si ritira.


    Gli effetti speciali, vent’anni dopo

    La CGI invecchia in modo irregolare. Le sequenze di alluvione reggono bene: l’acqua è ancora difficile da renderizzare in modo convincente, e quella del 2004 aveva qualcosa di fisicamente credibile. I tornado su Los Angeles — con la loro nuvola rotante digitale — sembrano molto più datati.

    La Statua della Libertà sepolta nel ghiaccio è ancora un’immagine che funziona. Non perché sia tecnicamente perfetta, ma perché è iconicamente giusta: è il tipo di immagine che il cervello memorizza, non analizza. Industrial Light & Magic aveva 400 persone al lavoro. Ogni frame delle sequenze disaster richiedeva giorni di rendering su farm di computer allora all’avanguardia.


    Jake Gyllenhaal prima di essere Jake Gyllenhaal

    Nel 2004 Gyllenhaal aveva 23 anni. Donnie Darko era uscito due anni prima con distribuzione limitatissima. Brokeback Mountain era un anno dopo. Era ancora il ragazzo del film disaster, non l’attore che avrebbe ridefinito cose come Zodiac o Prisoners.

    Eppure si vede qualcosa. Sam Hall è scritto sottilmente — il figlio intelligente che non sa come parlare a suo padre, la cotta per la ragazza sbagliata, la capacità di improvvisare. Gyllenhaal non fa niente di straordinario, ma ha quella qualità di presenza che rende credibili anche le situazioni più assurde. La scena in cui chiama il padre per radio dalla Biblioteca di New York, con la temperatura che scende e il fuoco che brucia i libri, funziona perché lui è lì completamente.

    Dennis Quaid porta il film principale — il viaggio a piedi attraverso il tundra americano — con professionalità solida. Non è un personaggio memorabile, ma non doveva esserlo. La vera sorpresa è Ian Holm, nel ruolo del meteorologo scozzese Terry Rapson. Ha poche scene. L’ultima è la più intensa del film: rimane nel laboratorio ad aspettare il fronte artico, chiama Hall, gli dice cosa sta per succedere. Non c’è panico. C’è quiete. È un momento di cinema adulto in un film che non sempre si comporta da adulto.


    Quello che il film ha visto giusto

    Venti anni dopo, il paradosso del film si è invertito. Nel 2004 la scienza era corretta ma l’urgenza sembrava esagerata. Oggi l’urgenza sembra meno lontana.

    L’AMOC sta rallentando. I rifugiati climatici esistono già. I politici continuano a liquidare i climatologi con lo stesso tono del vicepresidente di Kenneth Welsh. Emmerich aveva torto su come sarebbe andata. Aveva ragione su dove stava andando.


    Curiosità

    Il confine al contrario. La scena in cui milioni di americani attraversano il confine messicano come rifugiati è il momento più politicamente acuto del film. Nel 2004 il dibattito sull’immigrazione era già rovente. Emmerich ha invertito il flusso senza fare discorsi: era la scena, non il dialogo, a portare il messaggio.

    I libri bruciati. Nella Biblioteca Pubblica, i superstiti devono bruciare libri per scaldarsi. Il gruppo discute su quali tenere e quali bruciare. I libri fiscali vengono buttati nel fuoco tra le risate; la tassonomia biologica viene salvata perché “potrebbe tornare utile”. È l’unico momento di umorismo deliberato del film.

    Quasi tutto a Montreal. Manhattan era a Montreal. Le riprese in esterno a New York furono minimali. Le strade congelate, il Central Park coperto di ghiaccio, gli interni della Biblioteca Pubblica: tutto ricostruito o girato nel Quebec, con neve artificiale prodotta in estate.

    Ian Holm, una sola take. La sequenza finale di Rapson nel laboratorio fu girata in una sola sessione. Holm arrivò, lesse la scena, la girò. È la take che è nel film.


    Valutazione finale

    The Day After Tomorrow è un film che lavora a due velocità. In superficie: blockbuster disaster con effetti speciali e padre-figlio che si ritrovano nel ghiaccio. In profondità: una lettura abbastanza precisa di come funziona l’inerzia politica di fronte a una crisi sistemica.

    Emmerich sceglie lo spettacolo come lingua — e lo fa bene, in modo che non si scambia per qualcos’altro. Non c’è pretesa intellettuale. Ma c’è qualcosa di onesto in un film che non si nasconde dietro la metafora e dice direttamente: i politici sapevano, hanno ignorato, e quando è arrivato il momento non hanno potuto più fare niente.

    Funziona come intrattenimento. Funziona come documento del 2004. E funziona, forse meglio di quanto meritasse allora, come specchio del presente.

    Fonte Voto
    IMDb 6.4 / 10
    Rotten Tomatoes (critici) 45%
    Rotten Tomatoes (pubblico) 59%
    Metacritic 49 / 100
    Il mio voto ⭐ 7.0 / 10

    Alberto

    Dove vederlo: Disney+  ·  Prime Video

  • Rocky — La saga completa

    John G. Avildsen / Sylvester Stallone | 1976–2006 | Drammatico / Sportivo | 6 film


    Prima impressione

    C’è una scena in Rocky IV in cui Sylvester Stallone corre attraverso la neve russa, sulle montagne, mentre Ivan Drago si allena in un laboratorio pieno di macchinari e monitor. La regia è esplicita come un manifesto. Il montaggio non lascia niente all’interpretazione. Eppure funziona, perché ha ragione su qualcosa di preciso: la volontà non si misura in watt.

    Questo è il paradosso della saga di Rocky. Sei film distribuiti su trent’anni, un protagonista che invecchia davvero sullo schermo, un’idea centrale che sembra banale — il perdente che resiste — e che invece si complica ogni volta che incontra il successo, la fama, il tempo.

    La saga: sei round

    Rocky (1976) è ancora il più importante. Stallone lo scrisse in tre giorni e si rifiutò di venderlo a meno che non fosse lui a interpretarlo. United Artists voleva James Caan, poi Burt Reynolds, poi Ryan O’Neal. Alla fine cedettero con un budget minimo. Quello che uscì da quei vincoli è un film sul desiderio di contare qualcosa — non di vincere, ma di arrivare alla fine in piedi.

    Rocky II (1979) è la rivincita necessaria. Stallone dietro la macchina da presa per la prima volta. Meno urgente del primo, ma funziona perché Adrian è finalmente al centro: la scena in ospedale regge tutta la struttura emotiva del film.

    Rocky III (1982) introduce la prima crepa. Rocky ha vinto, è ricco, è famoso — e ha perso qualcosa di cui non si era accorto. Clubber Lang (Mr. T) non è solo un avversario fisico: è il riflesso di quello che Rocky era prima del successo. Il film lo sa, anche se non lo dice esplicitamente.

    Rocky IV (1985) è il capitolo più sopravvalutato e più iconico allo stesso tempo. La guerra fredda ridotta a un incontro di boxe, Dolph Lundgren come macchina da guerra sovietica, Eye of the Tiger già consegnata alla storia. La sceneggiatura è sottile come un foglio. L’impatto culturale è permanente.

    Rocky V (1990) è il capitolo che tutti ricordano come il peggiore, e lo è. Rocky torna povero, torna in strada, prende sotto la sua ala un giovane pugile che lo tradisce. L’idea non è sbagliata — restituire Rocky alle origini ha senso narrativo — ma l’esecuzione non regge.

    Rocky Balboa (2006) è la riabilitazione. Stallone ha sessant’anni, Rocky anche, e il film non finge il contrario. È un film sulla dignità di chi vuole ancora combattere non per vincere, ma per dimostrare qualcosa a se stesso. La scena con il figlio Robert è la più onesta dell’intera saga.

    I temi

    L’underdog non è un cliché nella saga di Rocky: è una condizione permanente. Rocky vince nel secondo film, diventa ricco nel terzo, combatte per il mondo libero nel quarto — ma non smette mai di essere quello che era all’inizio. Il modo in cui la saga gestisce il successo è il suo contributo più sottile: mostra che la fama non risolve niente, che il ring è l’unico posto in cui le cose sono chiare.

    C’è anche un tema familiare che scorre sotto tutto il resto. Adrian muore tra il quinto e il sesto film — non la vediamo morire, ma la sua assenza in Rocky Balboa è il vero antagonista del capitolo finale. Stallone la lascia fuori campo e costruisce un intero film su quel vuoto.

    Regia

    John G. Avildsen firma il primo e il quinto film. Stallone dirige gli altri quattro. La differenza si sente: Avildsen porta un’urgenza documentaristica, riprese a mano, luci dure. Stallone, quando prende la regia, tende verso qualcosa di più costruito, più esplicito. Il risultato migliore da regista è Rocky Balboa, dove la maturità anagrafica si traduce in una regia più paziente.

    La sequenza di allenamento con montaggio adrenalinico e musica over è diventata un formato cinematografico a sé. Ogni film di sport degli ultimi quarant’anni ne porta il segno.

    Il cast

    Sylvester Stallone ha ricevuto due nomination all’Oscar per Rocky — come attore protagonista e come sceneggiatore. La sua performance nel primo film è migliore di quanto il personaggio suggerisca: il balbettio, la goffaggine, la tenerezza con Adrian sono costruiti con precisione, non improvvisati.

    Talia Shire come Adrian è l’elemento più sottovalutato della saga. Il suo arco nel primo film — dalla timidezza assoluta all’affermazione nella scena finale — è silenzioso e concreto, senza mai una caduta nel sentimentalismo.

    Carl Weathers costruisce Apollo Creed con un’ironia che manca nel resto del cast: villain del primo film, rivale del secondo, amico del terzo. In quell’arco c’è più complessità di quanto sembri.

    Dolph Lundgren come Ivan Drago pronuncia una decina di frasi in tutto Rocky IV. Ha senso: Drago non è un personaggio, è un’idea. Lundgren ha raccontato di aver colpito Stallone abbastanza forte da mandarlo in ospedale durante le riprese.

    Accoglienza e impatto

    Rocky vinse l’Oscar come miglior film nel 1977, battendo Taxi Driver, Network e Tutti gli uomini del presidente. È ancora una delle vittorie più discusse nella storia dell’Academy — non perché Rocky sia un cattivo film, ma perché gli altri candidati erano film diversi, più difficili, che hanno resistito meglio al tempo.

    La saga ha incassato oltre 800 milioni di dollari a livello globale. Eye of the Tiger dei Survivor, scritta per Rocky III, è entrata nella cultura popolare in modo permanente. La scalinata del Philadelphia Museum of Art riceve ancora oggi decine di migliaia di turisti ogni anno — persone che salgono di corsa, come Rocky, senza aver visto il film da anni.

    Curiosità

    Stallone scrisse la sceneggiatura in tre giorni, ispirato dall’incontro tra Muhammad Ali e Chuck Wepner nel 1975. La terminò in circa 78 ore di lavoro continuo.

    United Artists offrì 350.000 dollari per i diritti, a condizione che Stallone non recitasse nel film. Lui rifiutò. La cifra era enormemente superiore a quanto avesse in banca in quel momento.

    Il finale originale era diverso: nella prima versione Rocky vendeva il combattimento, accordandosi per perdere. Stallone cambiò idea durante la scrittura.

    Dolph Lundgren colpì Stallone abbastanza forte da causargli un gonfiore al cuore durante le riprese di Rocky IV. Stallone fu ricoverato in terapia intensiva per nove giorni.

    La scalinata di Philadelphia era già lì — non fu costruita per il film. È quella del Philadelphia Museum of Art, 72 gradini. Dopo il 1976, il Comune installò una statua di Rocky alla base.

    Valutazione finale

    La scena con cui voglio chiudere non è quella più famosa. Non è la scalinata, non è il pugno finale su Drago. È quella in Rocky Balboa in cui Rocky parla con suo figlio Robert, che si sente schiacciato dall’ombra del padre. Rocky gli dice che il mondo non è fatto di sole e arcobaleni, che è un posto che ti abbatte se glielo permetti — e che la cosa che conta non è quanto sei duro, ma quante botte riesci a prendere e continuare ad andare avanti.

    È scritto con la stessa ingenuità di tutto il resto della saga. E funziona esattamente per lo stesso motivo.

    Film Il mio voto
    Rocky (1976) ⭐ 9.0 / 10
    Rocky II (1979) ⭐ 7.5 / 10
    Rocky III (1982) ⭐ 7.0 / 10
    Rocky IV (1985) ⭐ 7.5 / 10
    Rocky V (1990) ⭐ 5.5 / 10
    Rocky Balboa (2006) ⭐ 7.5 / 10
    Saga nel complesso ⭐ 7.5 / 10

    Dove vederlo: Prime Video

    Alberto

  • Hunger Games — La saga completa

    Gary Ross / Francis Lawrence   |   2012–2015   |   Distopico / Azione   |   4 film


    Prima impressione

    Ci sono saghe che crescono con te. The Hunger Games è una di quelle. Il primo film sembra un survival thriller. Il quarto è un film di guerra. Nel mezzo, hai guardato una ragazza di sedici anni capire che non esiste un modo giusto di fare cose sbagliate.

    Quattro film, quattro anni, la stessa domanda che si fa più difficile a ogni capitolo: a che punto smetti di essere qualcuno che combatte il sistema e inizi a essere il sistema?


    La saga: quattro atti

    Hunger Games (2012) — il film che introduce Panem e il Capitol. Katniss Everdeen si offre volontaria per salvare la sorella e si ritrova in un’arena televisiva dove la sopravvivenza dipende tanto dalla forza quanto dalla capacità di piacere al pubblico. Gary Ross dirige con mano nervosa, la macchina da presa tremante come il personaggio. Jennifer Lawrence ha ventuno anni ed è già la ragione per cui il franchise funzionerà per i prossimi quattro anni.

    Catching Fire (2013) — il migliore della saga, per quasi unanime consenso. Francis Lawrence subentra alla regia e porta una coerenza visiva che il primo film non aveva. La Quarter Quell — i Giochi dei vincitori — rimette Katniss nell’arena con tutto quello che ha imparato nel frattempo e trasforma il gioco in qualcosa di esplicitamente politico. La scena del saluto nel Distretto 11, dopo la morte di Rue, è il momento in cui il franchise smette di essere un blockbuster per ragazzi.

    Mockingjay — Parte 1 (2014) — il film più difficile della saga e probabilmente il più interessante, in retrospettiva. Katniss non vuole essere il Mockingjay, il simbolo della rivoluzione. Viene usata dalla resistenza esattamente come veniva usata dal Capitol — con la differenza che adesso sa come funziona il meccanismo. La divisione in due parti pesa sulla struttura narrativa: è un film in cui pochissimo accade fisicamente, e moltissimo internamente.

    Mockingjay — Parte 2 (2015) — il finale. La guerra vera, non la versione televisiva. Il Capitol che trasforma le strade in un’arena. E poi il momento finale, il più coraggioso di tutto il franchise: Katniss, dopo aver vinto, sceglie di uccidere non il tiranno sconfitto ma la rivoluzionaria che vuole prenderne il posto. Snow ha già perso. Coin è il pericolo adesso. È un finale antieroico, anti-rivoluzionario, profondamente adulto — in un franchise nato come young adult.


    I temi

    Suzanne Collins ha detto in più interviste che la saga nasce dal disagio di guardare la televisione nel 2003 — cambiando canale tra i reality show e le notizie sull’invasione dell’Iraq. La connessione è ovvia: in entrambi i casi, un pubblico guarda degli esseri umani in situazioni estreme, e il confine tra intrattenimento e sofferenza reale è volutamente sfumato.

    Il Panem dei romanzi è costruito su questa sovrapposizione. I tributi vengono vestiti, intervistati, costruiti come personaggi prima di mandarli a morire. Il Capitol applaude. I distretti piangono. E il sistema si regge su questa distinzione: quelli che guardano e quelli che vengono guardati.

    Katniss non si batte per la libertà in astratto. Si batte per Prim, per Peeta, per le persone specifiche che ama. Quando la rivoluzione le chiede di sacrificarsi per il Grande Obiettivo, lei non capisce perché il Grande Obiettivo dovrebbe valere più di una persona reale. È una posizione filosoficamente scomoda. Ed è la cosa migliore della saga.


    Regia

    Il passaggio da Gary Ross a Francis Lawrence dopo il primo film è visibile fin dalla prima scena di Catching Fire: la macchina da presa si stabilizza, i piani si allargano, la fotografia guadagna precisione. Ross aveva scelto l’estetica documentaristica come commento al personaggio; Lawrence usa lo stesso approccio ma con più controllo. Il risultato è una saga visivamente coerente anche se costruita da due registi con sensibilità diverse.

    I Mockingjay sono i film più ambiziosi dal punto di vista registico: la guerra di propaganda nel primo, la battaglia urbana nel secondo. Lawrence gestisce le sequenze d’azione con più chiarezza di Ross, e le scene più intime — Katniss che cerca di dormire, Katniss che recita davanti alle telecamere — con una comprensione del personaggio che si è costruita nel tempo.


    Il cast

    Jennifer Lawrence porta Katniss attraverso quattro film e quattro anni reali senza mai far sembrare il personaggio uguale a sé stesso. L’adolescente determinata del primo film diventa la donna traumatizzata dei Mockingjay, che fatica a stare nella stessa stanza con i propri ricordi. È un arco raro nel cinema blockbuster — la crescita non è verso il trionfo ma verso una forma di resa che non è la stessa cosa della sconfitta.

    Donald Sutherland come presidente Snow è la minaccia più efficace della saga proprio perché non sembra mai una minaccia: sorride, coltiva rose, parla piano. Julianne Moore come Alma Coin — leader della ribellione — entra nel terzo film e porta con sé già i segnali di quello che sarà il vero finale: non è così diversa da Snow. Philip Seymour Hoffman, Plutarch Heavensbee, è presente nei primi tre film e muore durante la lavorazione del quarto — il suo personaggio viene completato con le scene già girate e una lettera letta da un altro attore. È uno dei momenti più toccanti della produzione, anche se nessuno dello spettatore lo sa mentre guarda.


    Accoglienza e impatto

    La saga ha incassato complessivamente oltre 2,3 miliardi di dollari worldwide. Catching Fire è il film più visto con 865 milioni globali. I Mockingjay hanno incassato meno — la divisione artificiale in due parti ha deluso parte del pubblico — ma la saga nel complesso ha definito il decennio nella cultura pop.

    Il saluto dei tre dita è diventato un gesto di protesta reale in manifestazioni in Tailandia, Birmania e Hong Kong. Non capita spesso che un simbolo pop attraversi quella frontiera senza perdere senso nel tragitto.


    Curiosità

    Collins ha co-scritto la sceneggiatura del primo film. È insolito per un adattamento di questa scala — e spiega perché certi dettagli del romanzo sono preservati con fedeltà chirurgica invece di essere sacrificati ai tempi commerciali del blockbuster.

    Philip Seymour Hoffman muore durante le riprese di Mockingjay Parte 2. Il personaggio di Plutarch Heavensbee viene completato con scene già girate e riscrivendo alcune sequenze. Una lettera che il personaggio avrebbe dovuto leggere ad alta voce viene invece letta da Katniss, che la riceve scritta. È un adattamento di circostanza che funziona meglio dell’originale.

    Gary Ross rifiuta di dirigere Catching Fire. In disaccordo con Lionsgate sulle tempistiche — lo studio voleva uscire già nel novembre 2013, undici mesi dopo il primo film — Ross lascia il franchise. Francis Lawrence, scelto come sostituto, dirige i restanti tre film.

    Il finale di Mockingjay Parte 2 è il più fedele ai libri. Katniss che uccide Coin invece di Snow è esattamente come nel romanzo — un finale che molti produttori avrebbero ammorbidito. Non lo hanno fatto.


    Valutazione finale

    The Hunger Games non è una saga perfetta. Catching Fire è straordinario, Mockingjay Parte 1 è deliberatamente frustrante, e la divisione in due parti del finale è una cicatrice che non si chiude del tutto. Ma il fatto che un franchise da due miliardi di dollari abbia avuto il coraggio di finire con un colpo antieroico — Katniss che spara alla rivoluzionaria invece che al tiranno — dice qualcosa sul livello di serietà con cui Suzanne Collins ha scritto questa storia.

    Non stai guardando una ragazza che salva il mondo. Stai guardando una ragazza che capisce, molto lentamente e a un prezzo molto alto, che il mondo non può essere salvato da un’eroina. Può solo essere cambiato da persone che si rifiutano di diventare ciò che combattono.

    Film Il mio voto
    Hunger Games (2012) 7.5 / 10
    Catching Fire (2013) 8.0 / 10
    Mockingjay — Parte 1 (2014) 7.0 / 10
    Mockingjay — Parte 2 (2015) 7.5 / 10
    Saga nel complesso ⭐ 7.5 / 10

    Alberto

    Dove vederlo: Prime Video