L’educazione che ti costruisci da solo

Pistoia, maggio 2026


L’altra sera stavo leggendo un articolo che parlava di come diventare “disgustosamente istruiti.” La parola era ironica, un po’ eccessiva — ma il concetto mi aveva preso.

L’autrice elencava sette abitudini. Podcast da ascoltare, riviste da leggere, l’importanza di dire “non so” senza vergogna. Roba semplice, in sé. Eppure mi sono ritrovato a tornare su quella parola — disgustosamente — come se ci fosse qualcosa di quasi sovversivo nell’idea di coltivare la propria mente con quella serietà.


A scuola non ci insegnano a diventare curiosi. Ci insegnano a rispondere alle domande. C’è una differenza enorme.

Rispondere alle domande è una competenza chiusa: funziona nei test, nelle interrogazioni, nei colloqui di lavoro. Ma la curiosità è una pratica aperta — non finisce mai, non ha un voto, non ha un traguardo dichiarato. Ti porta in posti che non sapevi di voler raggiungere.

Ho imparato più negli ultimi tre anni di quanto abbia fatto nei tredici di scuola dell’obbligo. Non perché sia diventato più intelligente. Ma perché ho smesso di aspettare che qualcuno mi dicesse cosa dovevo sapere.


C’è un punto dell’articolo che mi ha colpito più degli altri: dire “non so” ad alta voce, senza imbarazzo.

Sembra banale. Non lo è.

Siamo cresciuti in una cultura in cui l’ignoranza si nasconde. Meglio cambiare argomento, generalizzare, restare sul vago — qualsiasi cosa pur di non ammettere che non sai. Ho fatto questa cosa per anni. La faccio ancora, a volte, e me ne accorgo solo dopo.

Eppure le conversazioni più interessanti che ho avuto nella vita iniziano sempre con “non ne so niente, raccontami.” Quella frase apre qualcosa. L’altra persona sente che può parlare davvero, e tu finisci per imparare qualcosa che non avresti mai pensato di cercare.


Leggere è l’altra cosa.

Non intendo leggere molto — quella è una gara che non ha senso fare, e porta solo a una libreria piena di sensi di colpa. Intendo leggere largamente: uscire dal proprio genere preferito, dal proprio territorio confortante. Un romanzo, un saggio di economia comportamentale, una raccolta di poesie, un articolo su un tema che non conosci affatto.

Ogni libro apre uno spiraglio su un modo diverso di pensare. E quegli spiragli si accumulano in qualcosa che non si chiama conoscenza — si chiama prospettiva.

Non bisogna finire ogni libro, e su questo sono d’accordo con tutto il cuore. Un libro che annoia dopo cinquanta pagine ti ha già dato quello che aveva da darti. A volte il messaggio è solo: questo territorio non fa per te adesso. Anche questo è informazione.


La parte che risuona di più, però, è l’ultima: creare, parlare, insegnare.

C’è una differenza profonda tra consumare idee e assimilarle. Puoi leggere cento libri e non capirne davvero nessuno, se non ci fai mai niente. Scrivi qualcosa, spiega un concetto a qualcuno che non lo conosce, entra in una conversazione in cui sei costretto a difendere una posizione. Lì capisci cosa hai capito davvero e cosa hai solo sfiorato in superficie.

Questo blog è, in un certo senso, il mio modo di fare questo. Non lo scrivo per un pubblico immaginario. Lo scrivo per me — per costringermi a prendere un’idea che galleggia in testa e darle una forma. Quando non riesco a scriverla in modo chiaro, è perché non l’ho ancora capita davvero. È un test semplice e brutale.


Non so se diventerò mai “disgustosamente istruito.” Ma so che la curiosità non è un talento che hai o non hai — è una pratica che scegli di mantenere ogni giorno.

E che vale la pena mantenere.


Leggi anche: Non devi documentare tutto  ·  L’autosabotaggio inizia come autodifesa

Alberto

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