
di Luca Guadagnino | 2024 | Drammatico / Romantico / Sportivo | 131 min
Prima impressione
Challengers è un film su tre corpi che non smettono di orbitarsi intorno. Luca Guadagnino costruisce un triangolo amoroso che si svolge nell’arco di tredici anni, non linearmente, saltando avanti e indietro nel tempo come una pallina che attraversa il campo da un lato all’altro. È un film che si capisce solo alla fine — o forse non si capisce del tutto neanche allora. E forse è questo il punto.
Il 7.4 dice che ho apprezzato il film senza esserne travolto. C’è qualcosa che funziona magnificamente — la tensione, la musica, Zendaya — e qualcosa che rimane irrisolto, come uno scambio di battute interrotto a metà frase.
Trama e temi
Tashi Duncan (Zendaya) era una promessa del tennis. Un infortunio al ginocchio ha chiuso la sua carriera prima che potesse diventare quello che avrebbe dovuto essere. Oggi è la coach del marito Art Donaldson (Mike Faist), ex amico inseparabile di Patrick Zweig (Josh O’Connor), suo ex fidanzato. Art è in una crisi di risultati. Tashi decide di iscriverlo a un Challenger — un torneo di seconda fascia, destinato ai professionisti che stanno risalendo o a quelli che stanno scendendo. Al torneo compare anche Patrick, senza soldi e senza ranking.
La struttura narrativa è non lineare: il film salta tra 2006, 2019 e 2024, costruendo il quadro a pezzi. Ogni salto temporale aggiunge un dettaglio che cambia il senso di quello che abbiamo già visto. Guadagnino usa il tempo come fa con il desiderio: non lo mostra direttamente, lo lascia intuire dai contorni.
Il tema centrale non è il tennis. Il tennis è il linguaggio — il modo in cui questi tre personaggi si parlano quando non riescono a farlo davvero. Ogni scambio in campo è una conversazione interrotta. Ogni punto è una decisione su chi vuole vincere davvero e contro chi. Challengers è un film sul desiderio come forma di competizione e sulla competizione come forma di intimità. Tashi non ama Art o Patrick in modo esclusivo: ama vincere, e entrambi sono strumenti — e vittime — di quell’unica ossessione.
Regia e visione artistica
Guadagnino è un regista sensoriale. Come in Call Me by Your Name e Bones and All, il suo cinema non racconta storie: le abita. La macchina da presa si muove vicino ai corpi, si ferma sui dettagli — una mano, uno sguardo, il sudore su un avambraccio — e lascia che il montaggio costruisca la tensione più che la narrazione esplicita.
In Challengers la sua regia raggiunge una dimensione quasi sportiva: ci sono sequenze girate come fossero partite di tennis, con la macchina da presa che segue la pallina. Ci sono soggettive dalla pallina stessa — un punto di vista impossibile, quasi ironico — che diventano il simbolo visivo del film: tutti guardano la palla, ma nessuno sa chi vincerà. Nessuno, forse, vuole davvero vincere.
Il film è montato da Marco Costa con una precisione da metronomo. Il ritmo è quello di un punto lungo: tutto costruisce verso un momento che non arriva mai del tutto — e quando arriva, lo fa in modo obliquo. Rispetto a Call Me by Your Name, che si concedeva la languida lentezza dell’estate, Challengers è più nervoso, più controllato, più algido. Un film che preferisce colpire che abbracciare.
Aspetti tecnici
Colonna sonora. Trent Reznor e Atticus Ross firmano la colonna sonora più discussa dell’anno. Pulsante, elettronica, quasi opprimente nelle sue iterazioni ritmiche, trasforma ogni sequenza in qualcosa di fisico. Non commenta le emozioni: le provoca. La scelta di un sound così contemporaneo e aggressivo per un film ambientato nel mondo relativamente tradizionale del tennis è una delle decisioni più coraggiose del film — e funziona. Ascoltarla separatamente è quasi una seconda esperienza completa.
Fotografia. Sayombhu Mukdeeprom — collaboratore storico di Guadagnino — firma una fotografia satura, calda, con una palette che cambia leggermente tra le epoche: più dorata nel 2006, più fredda e artificiale nel 2024, come se il tempo avesse tolto qualcosa alla luce dei personaggi. Le sequenze di tennis sfruttano angolazioni insolite — al livello della rete, dall’alto, dalla prospettiva della pallina — che danno al campo da gioco una geometria quasi opprimente.
Montaggio. Marco Costa costruisce la non-linearità con grande mestiere. Il film non segnala sempre con chiarezza quando siamo — si aspetta che lo spettatore tenga il conto, usi i capelli di Zendaya come calendario, riconosca le stanze dagli oggetti. È un montaggio che presuppone attenzione attiva, e per questo può escludere chi preferisce essere portato per mano.
Il cast
Zendaya è la rivelazione del film. Non nel senso che non l’avessimo mai vista recitare — ma nel senso che qui riesce a tenere insieme contraddizioni difficilissime da bilanciare. Tashi è crudele, intelligente, ferita, dominante, dipendente: non una sola cosa. Zendaya la incarna senza giudicarla, senza ammorbidirla, senza cercare la simpatia dello spettatore. È la performance dell’anno 2024, e probabilmente quella che le aprirà le porte di un cinema ancora più adulto e esigente.
Josh O’Connor è Patrick: il personaggio meno brillante sulla carta, il più sfuggente, quello di cui non sai mai se stai apprezzando o sospettando le intenzioni. O’Connor lo rende magnetico proprio per questa ambiguità — non capisci mai del tutto cosa vuole, e lui sembra non saperlo neanche lui. È un’interpretazione fisica, corporea, fatta di posture e sguardi oltre che di battute.
Mike Faist ha il compito più ingrato: essere il marito, il vincente che non sa di starlo diventando per ragioni che non gli appartengono, l’uomo che Tashi usa come veicolo per la vittoria che lei non può più ottenere. Faist lo porta con una dignità silenziosa che emerge soprattutto nella seconda metà, in quella scena al ristorante dove finalmente capiamo — o crediamo di capire — quanto veda.
La produzione
Challengers nasce da una sceneggiatura originale di Justin Kuritzkes — nella vita marito di Celine Song, regista di Past Lives. Guadagnino la scelse dopo averla letta e chiamò Zendaya non solo come protagonista ma anche come produttrice esecutiva. Le riprese si svolsero principalmente nel 2022 tra Boston e Atlanta su un budget di 55 milioni di dollari.
Il lavoro di preparazione atletica è stato notevole. Zendaya, O’Connor e Faist si sono allenati per mesi prima delle riprese con ex giocatori professionisti — non per diventare tennisti veri, ma per avere sufficiente fluidità fisica da risultare credibili. Il lavoro si vede: nelle sequenze in campo non c’è quella goffaggine che spesso tradisce gli attori nei film sportivi. I corpi sembrano davvero sapere dove mettere la racchetta.
La scena finale — la pallina in aria nell’ultimo scambio del match — fu girata su una piattaforma elevabile che permetteva alla macchina da presa di seguire la traiettoria del colpo con entrambi i giocatori in campo contemporaneamente. Guadagnino ha tenuto volutamente aperto il finale: non ha rivelato cosa succede alla pallina, e nei test screening la sequenza conclusiva non fu mostrata nella sua versione definitiva per evitare che circolasse.
Accoglienza, premi e impatto culturale
Challengers fu presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2024 — dove non vinse il Leone d’Oro (andò a Ancora qui di Brady Corbet) ma ricevette una delle standing ovation più lunghe della selezione. Al botteghino raccolse circa 94 milioni di dollari worldwide su un budget di 55 milioni — non un blockbuster, ma un successo solido per un film d’autore distribuito da Amazon MGM Studios.
La critica fu entusiasta: 86% su Rotten Tomatoes, 79 su Metacritic. Il pubblico più diviso: la struttura non lineare e il finale aperto generarono reazioni polarizzate. Ai Golden Globes 2025 Zendaya fu nominata per la Migliore attrice in un film drammatico — riconoscimento meritato per una delle sue prove più mature. La colonna sonora di Reznor e Ross vinse diversi premi di categoria nella stagione dei premi 2024-2025.
Il film ha generato un dibattito culturale interessante: il finale aperto — quella pallina che non cade — è diventato uno dei momenti più discussi del cinema recente, con interpretazioni che variano radicalmente. Guadagnino si è rifiutato di commentare. È la cosa giusta da fare.
Curiosità per cinefili
Il sandwich fu parzialmente improvvisato. La sequenza in cui Patrick e Art siedono ai lati di Tashi al torneo universitario — la scena in cui tutto comincia — fu parzialmente improvvisata da Josh O’Connor e Mike Faist durante le riprese. Guadagnino la tenne così com’era, riconoscendo nella spontaneità qualcosa di irripetibile.
Reznor e Ross non erano la prima scelta. Guadagnino aveva inizialmente pensato a una colonna sonora più classica, vicina al mondo del tennis. Poi sentì un demo di Trent Reznor e Atticus Ross e cambiò completamente direzione. La colonna sonora fu quasi interamente composta prima dell’inizio delle riprese e fu usata sul set per creare l’atmosfera durante le riprese stesse.
Il titolo ha due significati. Un Challenger è il nome del torneo tennistico di categoria inferiore all’ATP Tour — quelli che i professionisti fanno quando stanno risalendo la classifica o quando la stanno perdendo. Ma i Challengers del film sono anche i tre personaggi stessi: ognuno sfida gli altri due, e tutti e tre sfidano una versione di se stessi che non riesce mai a vincere davvero.
Zendaya leggeva David Foster Wallace sul set. Per prepararsi al ruolo di Tashi, Zendaya lesse i saggi di David Foster Wallace sul tennis — in particolare Il giocatore di tennis come creatura bella, il famoso pezzo su Roger Federer. L’idea era capire il tennis non come sport ma come pratica mentale, come forma di meditazione competitiva.
Il finale fu tenuto segreto fino all’uscita. Guadagnino non mostrò la sequenza finale nei test screening nella sua versione definitiva — si fermava prima. Il motivo era evitare spoiler, ma anche lasciare che la sala scoprisse quell’immagine finale senza aspettative precostituite. Che è esattamente il modo giusto per vederla.
Valutazione finale
Challengers non è il miglior film di Guadagnino — resta dietro a Call Me by Your Name nella mia graduatoria personale — ma è probabilmente il più rigoroso. C’è una disciplina formale qui che si sente in ogni scena: niente è casuale, niente è sentimentale per sentimentalismo, niente è lasciato al caso. Anche quando il film scivola in qualcosa di artificioso — la soggettiva dalla pallina è un trucco che si nota troppo, dopo la seconda volta — rimane un oggetto cinematografico costruito con intenzione precisa.
Il 7.4 riflette un film che ho ammirato più di quanto abbia amato. Ci sono sequenze perfette — il flashback al college, l’ultimo match, quasi tutta la musica — e zone in cui la costruzione fredda del triangolo drammatico tiene a distanza invece di avvicinare. Tashi è un personaggio affascinante ma difficile da abitare emotivamente, e questa freddezza il film non la scioglie mai del tutto. È una scelta, non un limite — ma è una scelta che costa qualcosa.
Zendaya sola vale il biglietto. E Reznor e Ross valgono le cuffie.
| Fonte | Voto |
|---|---|
| IMDb | 7.5 / 10 |
| Rotten Tomatoes (critici) | 86% |
| Rotten Tomatoes (pubblico) | 69% |
| Metacritic | 79 / 100 |
| Il mio voto | ⭐ 7.4 / 10 |
Alberto
Dove vederlo: Prime Video
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