
di David Frankel | 2006 | Commedia / Drammatico | 109 min
Prima impressione
Ci sono film che sembrano leggeri e si rivelano precisi. Il Diavolo Veste Prada è uno di questi. In superficie è la storia di una ragazza di provincia che finisce nel mondo della moda e cerca di sopravvivere. Ma sotto c’è qualcosa di più duro: una riflessione sul compromesso, sul prezzo del successo, su quanto siamo disposti a diventare qualcuno che non ci piace pur di arrivare dove vogliamo.
L’ho visto per la prima volta da adolescente, registrato dalla televisione. Ricordo che allora il finale mi sembrava troppo brusco — Andy troppo ingrata, la scelta troppo facile. L’ho rivisto di recente e mi ha sorpreso di nuovo: non per il plot, che conosco a memoria, ma per quanto sia più amaro di quanto ricordavo. Meryl Streep costruisce un personaggio che non chiede mai la tua comprensione, e proprio per questo finisce per averla.
Trama e temi
Andrea Sachs — Andy — è una neolaureata in giornalismo che approda a New York con un curriculum solido e nessuna passione per la moda. Per un colpo di fortuna e di spudoratezza, ottiene un colloquio alla Runway, la rivista di moda più influente d’America, e viene assunta come seconda assistente di Miranda Priestly — la direttrice più temuta del settore. Andy accetta il lavoro come trampolino verso il giornalismo vero, convinta che un anno alla Runway sul curriculum valga più di qualsiasi altra esperienza.
Quello che segue è una storia di trasformazione — e di tradimento. Non nel senso melodrammatico: nel senso più sottile e onesto. Andy cambia. Non perché Miranda la corrompa attivamente, ma perché lei, scegliendo di eccellere in qualcosa che non le interessava, comincia a interiorizzarne i valori. Si veste come le viene detto, comincia a guardare le altre persone dall’alto in basso, tratta i suoi amici e il suo ragazzo con la stessa indifferenza che in principio la scandalizzava in Miranda.
Il tema centrale è il prezzo del successo. Il film non demonizza Miranda — e questa è la scelta più intelligente della sceneggiatura. Miranda non è una villain: è una donna che ha sacrificato tutto per essere la migliore nel suo campo, e ora gestisce quel sacrificio con la stessa efficienza con cui gestisce la rivista. La scena nel taxi — l’unico momento in cui Miranda si apre, brevemente, sulla propria solitudine — è tra le più belle del film. Lì capisci che il mostro è anche umano, e che l’umanità non lo rende meno pericoloso.
C’è un sottotesto di genere che il film gestisce con intelligenza. Miranda opera in un sistema che la giudica doppiamente: come donna di potere e come donna che invecchia. Il modo in cui gestisce questa pressione — con il controllo totale, l’armatura impenetrabile, il rifiuto assoluto di qualsiasi fragilità visibile — è la risposta di qualcuno che sa di non potersi permettere una crepa senza perdere tutto. Andy invece può permettersi di andarsene. Ed è questo il vero nodo del film: il privilegio di poter scegliere.
Regia e visione artistica
David Frankel — noto principalmente per la televisione, con crediti su Sex and the City e Band of Brothers — dirige con mano sicura ma senza pretese. Il suo lavoro è quello di un artigiano: mette la cinepresa nel posto giusto, non intralcia le attrici, lascia che il ritmo narrativo fluisca. In un film dove l’attore principale è Meryl Streep, questa è la scelta giusta. Qualunque regista con un ego più pronunciato avrebbe probabilmente rovinato qualcosa.
Le sequenze nella redazione della Runway hanno un’energia nervosa e precisa: montaggio rapido, inquadrature strette, un senso di urgenza costante che trasforma ogni consegna di un caffè in una missione militare. Le sequenze a Parigi rallentano deliberatamente il ritmo, lasciando spazio alla crisi interiore di Andy — e al confronto finale con Miranda. Il contrasto funziona perché è netto.
Il film sa di essere una commedia e non si vergogna di esserlo. La sequenza del montaggio — Andy che si trasforma, con Suddenly I See di KT Tunstall in sottofondo — è un classico del cinema popolare. Potrebbe essere kitsch. Non lo è. Funziona perché non si prende sul serio, ma non si scusa per esistere.
Aspetti tecnici
Costumi. Patricia Field — già costume designer di Sex and the City — costruisce un guardaroba che è diventato parte della cultura popolare. I vestiti di Miranda non sono mai eccessivi: sono calibrati, perfetti, gelidi. I vestiti di Andy nella prima metà del film sono intenzionalmente sbagliati — colori spenti, tagli incerti, accessori inesistenti. Poi, quando Andy cambia, cambiano anche i vestiti. La trasformazione del personaggio è raccontata quasi interamente attraverso l’abbigliamento. Field fa questo lavoro con una precisione che meritava più riconoscimenti di quanti ne abbia ottenuti.
Fotografia. Florian Ballhaus firma una fotografia che privilegia la luminosità fredda degli uffici della Runway contro il calore della New York esterna. L’ambiente di Miranda è sempre leggermente artificiale, perfetto, privo di calore naturale. Ogni volta che Andy entra in quegli spazi bianchi e luminosi, senti la temperatura scendere di qualche grado.
Colonna sonora. Theodore Shapiro compone uno score elegante e discreto, ma il vero tesoro del film sono le canzoni scelte per la soundtrack: Suddenly I See di KT Tunstall, Vogue di Madonna, Crazy in Love di Beyoncé. Una playlist che ha invaso le radio del 2006 e che oggi suona come una capsula del tempo di quell’estate.
Il cast
Meryl Streep fa una cosa che pochissimi attori sanno fare: costruisce un personaggio che non cerca la simpatia dello spettatore e riesce comunque a tenerlo incollato allo schermo per ogni singola scena in cui appare. Miranda non urla, non si agita, non fa scenate. Parla piano, non alza mai la voce, non cambia mai espressione. Ed è terrificante. La scena in cui Andy le porta il prototipo del libro di Harry Potter e Miranda risponde “bene” senza smettere di guardare i provini fotografici è un piccolo capolavoro di economia recitativa.
Streep ha raccontato che per costruire il personaggio si è ispirata non alle donne potenti del fashion, ma a Marlon Brando e Clint Eastwood — attori che usano la quiete come potere. Ha lavorato sul tono di voce abbassandolo fino alla quasi-mormorazione, creando il contrasto massimo tra la leggerezza del suono e il peso di ogni parola. È la performance migliore del film, e questo in un film che ne ha altre tre o quattro di altissimo livello.
Anne Hathaway porta Andy attraverso un arco difficile: deve essere simpatica, poi deve rendersi antipatica senza perdere il pubblico, poi deve riconquistare la fiducia nel finale. Lo fa con una naturalezza che solo col senno di poi — guardando la sua carriera successiva — si capisce quanto fosse già avanzata. È il tipo di interpretazione che passa inosservata perché funziona troppo bene.
Emily Blunt, alla sua prima grande parte in un film americano, ruba ogni scena in cui appare. Emily Charlton è un personaggio scritto in due dimensioni che Blunt trasforma in tre: c’è una fragilità vera sotto quella superficie di sarcasmo e calcolo. Non è mai del tutto antipatica, anche quando dovrebbe esserlo. Stanley Tucci come Nigel è il cuore non dichiarato del film: è l’unico che dice sempre la verità, che vede Andy come è davvero, e che paga il prezzo più alto senza lamentarsi. Ogni volta che appare sullo schermo, il film sale di un livello.
La produzione
Il romanzo di Lauren Weisberger uscì nel 2003 e fu un bestseller immediato — e controverso. Weisberger aveva lavorato come assistente di Anna Wintour alla Vogue, e il parallelo tra Miranda Priestly e Wintour fu universalmente notato. Wintour non ha mai commentato il libro o il film pubblicamente. Questo, se ci pensi, è già una risposta.
Meryl Streep non era la prima scelta per Miranda. Prima di lei vennero considerate Cate Blanchett, Oprah Winfrey e Glenn Close. Streep accettò il ruolo a una condizione: non avrebbe fatto la villain classica. Voleva una donna tridimensionale con una logica interna coerente. La produzione acconsentì e alcune scene furono riscritte intorno alla sua visione. È interessante pensare a come sarebbe stato il film con qualcuno degli altri nomi. Probabilmente molto più semplice. E molto meno memorabile.
Rachel McAdams fu la prima scelta per Andy e rifiutò. Poi Scarlett Johansson. Poi Anne Hathaway, che stava cercando qualcosa che la portasse fuori dall’orbita di Princess Diaries. Lo trovò. Lo scontro quotidiano con Streep sul set fu, per Hathaway, un corso accelerato di cinema.
Accoglienza, premi e impatto culturale
Al botteghino: 326 milioni di dollari worldwide con 35 di budget. Meryl Streep ricevette la sua quattordicesima nomination all’Oscar per la Miglior Attrice, perdendo contro Helen Mirren per The Queen. Emily Blunt vinse il Golden Globe come Miglior Attrice Non Protagonista. Il film ottenne anche una nomination agli Oscar per i Migliori Costumi — giusta, tardiva, insufficiente.
L’impatto culturale è stato sproporzionato rispetto alla portata del film. Miranda Priestly è entrata nella lista dei personaggi più iconici del cinema — pur non essendo tecnicamente una villain. Il monologo sulle cinture — “You think this has nothing to do with you” — è stato analizzato in corsi di fashion studies, sociologia dei media e studi di genere. In poche battute Meryl Streep spiega come funziona la cultura di massa: che ogni scelta “originale” è già stata filtrata da qualcuno in cima alla catena produttiva. È uno dei monologhi più intelligenti del cinema popolare degli anni 2000, infilato in una commedia che la maggior parte degli spettatori guarda distrattamente sul divano.
Curiosità
Il tono di voce era già deciso. Meryl Streep aveva stabilito il tono sommesso di Miranda prima dell’inizio delle riprese. Quando arrivò sul set il primo giorno, nessuno aveva sentito quella voce prima. La reazione genuina degli altri attori è rimasta nel film.
Il cameo di Anna Wintour. La direttrice di Vogue appare brevemente in alcune sequenze girate durante le sfilate di Parigi. Non è accreditata.
I vestiti erano veri. Il guardaroba di Miranda è composto da pezzi originali di Chanel, Prada, Valentino, Dolce & Gabbana. Quasi nessuno era in prestito: furono acquistati appositamente per la produzione e poi venduti all’asta.
Emily Blunt e i tacchi. Quando iniziarono le riprese, Blunt non aveva mai indossato tacchi alti per un periodo prolungato. Imparò a camminare sul set nelle prime settimane, con l’aiuto della costumista Patricia Field.
Valutazione finale
Il Diavolo Veste Prada è molto più furbo di quanto sembri. La confezione è da commedia — i colori, la musica, il montaggio — ma il contenuto è una riflessione seria sul compromesso. Su quanto siamo disposti a cedere di noi stessi per arrivare dove vogliamo. E su chi paga il prezzo di quelle cessioni — di solito, le persone che ci stanno più vicino.
Miranda non è una villain. È un personaggio tragico costruito con una precisione che Streep non doveva a quel tipo di film. E Andy non è un’eroina: è qualcuno che alla fine sceglie se stessa, ma solo dopo aver passato un anno a diventare qualcuno che le stava antipatico. Il film non la assolve completamente. E questa onestà è rara.
Mi è rimasta particolarmente impressa la scena in cui Nigel — dopo aver scoperto di essere stato usato da Miranda come pedina per proteggere se stessa — non fa la scena ad Andy. Non la accusa, non la perdona, non dice le cose che aveva tutto il diritto di dire. Continua. Ed è il momento più triste del film, perché è anche il più reale: le persone che pagano il prezzo del nostro successo raramente fanno grandi discorsi. Vanno avanti, e basta. Quella scena da sola vale l’ora e cinquanta.
| Fonte | Voto |
|---|---|
| IMDb | 7.6 / 10 |
| Rotten Tomatoes (critici) | 74% |
| Rotten Tomatoes (pubblico) | 76% |
| Metacritic | 62 / 100 |
| Il mio voto | ⭐ 8 / 10 |
Alberto
Dove vederlo: Netflix · Prime Video
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