Rocky — La saga completa

John G. Avildsen / Sylvester Stallone | 1976–2006 | Drammatico / Sportivo | 6 film


Prima impressione

C’è una scena in Rocky IV in cui Sylvester Stallone corre attraverso la neve russa, sulle montagne, mentre Ivan Drago si allena in un laboratorio pieno di macchinari e monitor. La regia è esplicita come un manifesto. Il montaggio non lascia niente all’interpretazione. Eppure funziona, perché ha ragione su qualcosa di preciso: la volontà non si misura in watt.

Questo è il paradosso della saga di Rocky. Sei film distribuiti su trent’anni, un protagonista che invecchia davvero sullo schermo, un’idea centrale che sembra banale — il perdente che resiste — e che invece si complica ogni volta che incontra il successo, la fama, il tempo.

La saga: sei round

Rocky (1976) è ancora il più importante. Stallone lo scrisse in tre giorni e si rifiutò di venderlo a meno che non fosse lui a interpretarlo. United Artists voleva James Caan, poi Burt Reynolds, poi Ryan O’Neal. Alla fine cedettero con un budget minimo. Quello che uscì da quei vincoli è un film sul desiderio di contare qualcosa — non di vincere, ma di arrivare alla fine in piedi.

Rocky II (1979) è la rivincita necessaria. Stallone dietro la macchina da presa per la prima volta. Meno urgente del primo, ma funziona perché Adrian è finalmente al centro: la scena in ospedale regge tutta la struttura emotiva del film.

Rocky III (1982) introduce la prima crepa. Rocky ha vinto, è ricco, è famoso — e ha perso qualcosa di cui non si era accorto. Clubber Lang (Mr. T) non è solo un avversario fisico: è il riflesso di quello che Rocky era prima del successo. Il film lo sa, anche se non lo dice esplicitamente.

Rocky IV (1985) è il capitolo più sopravvalutato e più iconico allo stesso tempo. La guerra fredda ridotta a un incontro di boxe, Dolph Lundgren come macchina da guerra sovietica, Eye of the Tiger già consegnata alla storia. La sceneggiatura è sottile come un foglio. L’impatto culturale è permanente.

Rocky V (1990) è il capitolo che tutti ricordano come il peggiore, e lo è. Rocky torna povero, torna in strada, prende sotto la sua ala un giovane pugile che lo tradisce. L’idea non è sbagliata — restituire Rocky alle origini ha senso narrativo — ma l’esecuzione non regge.

Rocky Balboa (2006) è la riabilitazione. Stallone ha sessant’anni, Rocky anche, e il film non finge il contrario. È un film sulla dignità di chi vuole ancora combattere non per vincere, ma per dimostrare qualcosa a se stesso. La scena con il figlio Robert è la più onesta dell’intera saga.

I temi

L’underdog non è un cliché nella saga di Rocky: è una condizione permanente. Rocky vince nel secondo film, diventa ricco nel terzo, combatte per il mondo libero nel quarto — ma non smette mai di essere quello che era all’inizio. Il modo in cui la saga gestisce il successo è il suo contributo più sottile: mostra che la fama non risolve niente, che il ring è l’unico posto in cui le cose sono chiare.

C’è anche un tema familiare che scorre sotto tutto il resto. Adrian muore tra il quinto e il sesto film — non la vediamo morire, ma la sua assenza in Rocky Balboa è il vero antagonista del capitolo finale. Stallone la lascia fuori campo e costruisce un intero film su quel vuoto.

Regia

John G. Avildsen firma il primo e il quinto film. Stallone dirige gli altri quattro. La differenza si sente: Avildsen porta un’urgenza documentaristica, riprese a mano, luci dure. Stallone, quando prende la regia, tende verso qualcosa di più costruito, più esplicito. Il risultato migliore da regista è Rocky Balboa, dove la maturità anagrafica si traduce in una regia più paziente.

La sequenza di allenamento con montaggio adrenalinico e musica over è diventata un formato cinematografico a sé. Ogni film di sport degli ultimi quarant’anni ne porta il segno.

Il cast

Sylvester Stallone ha ricevuto due nomination all’Oscar per Rocky — come attore protagonista e come sceneggiatore. La sua performance nel primo film è migliore di quanto il personaggio suggerisca: il balbettio, la goffaggine, la tenerezza con Adrian sono costruiti con precisione, non improvvisati.

Talia Shire come Adrian è l’elemento più sottovalutato della saga. Il suo arco nel primo film — dalla timidezza assoluta all’affermazione nella scena finale — è silenzioso e concreto, senza mai una caduta nel sentimentalismo.

Carl Weathers costruisce Apollo Creed con un’ironia che manca nel resto del cast: villain del primo film, rivale del secondo, amico del terzo. In quell’arco c’è più complessità di quanto sembri.

Dolph Lundgren come Ivan Drago pronuncia una decina di frasi in tutto Rocky IV. Ha senso: Drago non è un personaggio, è un’idea. Lundgren ha raccontato di aver colpito Stallone abbastanza forte da mandarlo in ospedale durante le riprese.

Accoglienza e impatto

Rocky vinse l’Oscar come miglior film nel 1977, battendo Taxi Driver, Network e Tutti gli uomini del presidente. È ancora una delle vittorie più discusse nella storia dell’Academy — non perché Rocky sia un cattivo film, ma perché gli altri candidati erano film diversi, più difficili, che hanno resistito meglio al tempo.

La saga ha incassato oltre 800 milioni di dollari a livello globale. Eye of the Tiger dei Survivor, scritta per Rocky III, è entrata nella cultura popolare in modo permanente. La scalinata del Philadelphia Museum of Art riceve ancora oggi decine di migliaia di turisti ogni anno — persone che salgono di corsa, come Rocky, senza aver visto il film da anni.

Curiosità

Stallone scrisse la sceneggiatura in tre giorni, ispirato dall’incontro tra Muhammad Ali e Chuck Wepner nel 1975. La terminò in circa 78 ore di lavoro continuo.

United Artists offrì 350.000 dollari per i diritti, a condizione che Stallone non recitasse nel film. Lui rifiutò. La cifra era enormemente superiore a quanto avesse in banca in quel momento.

Il finale originale era diverso: nella prima versione Rocky vendeva il combattimento, accordandosi per perdere. Stallone cambiò idea durante la scrittura.

Dolph Lundgren colpì Stallone abbastanza forte da causargli un gonfiore al cuore durante le riprese di Rocky IV. Stallone fu ricoverato in terapia intensiva per nove giorni.

La scalinata di Philadelphia era già lì — non fu costruita per il film. È quella del Philadelphia Museum of Art, 72 gradini. Dopo il 1976, il Comune installò una statua di Rocky alla base.

Valutazione finale

La scena con cui voglio chiudere non è quella più famosa. Non è la scalinata, non è il pugno finale su Drago. È quella in Rocky Balboa in cui Rocky parla con suo figlio Robert, che si sente schiacciato dall’ombra del padre. Rocky gli dice che il mondo non è fatto di sole e arcobaleni, che è un posto che ti abbatte se glielo permetti — e che la cosa che conta non è quanto sei duro, ma quante botte riesci a prendere e continuare ad andare avanti.

È scritto con la stessa ingenuità di tutto il resto della saga. E funziona esattamente per lo stesso motivo.

Film Il mio voto
Rocky (1976) ⭐ 9.0 / 10
Rocky II (1979) ⭐ 7.5 / 10
Rocky III (1982) ⭐ 7.0 / 10
Rocky IV (1985) ⭐ 7.5 / 10
Rocky V (1990) ⭐ 5.5 / 10
Rocky Balboa (2006) ⭐ 7.5 / 10
Saga nel complesso ⭐ 7.5 / 10

Dove vederlo: Prime Video

Alberto

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