di Christopher Nolan | 2014 | Fantascienza / Drammatico | 169 min

Prima impressione
168 minuti che non pesano mai. È questa la prima cosa che mi viene in mente quando penso a Interstellar. Non è un film che guardi: è un film in cui entri. E quando esci, qualcosa è cambiato — non nella trama che hai seguito, ma in quel posto dentro di te dove tieni le domande a cui non hai ancora risposto. Cos’è il tempo. Cosa significa amare qualcuno a distanza. Fin dove un padre può spingersi per sua figlia.
L’ho visto più volte e non mi ha mai annoiato. Anzi: ogni visione ha aggiunto qualcosa — un dettaglio che non avevo colto, una battuta che ora suona diversa, un’inquadratura che capisco meglio. Ed è raro. Molto raro. Quei film che crescono con te anziché consumarsi.
Trama e temi
Siamo nel 2067. La Terra sta morendo lentamente: la peronospora ha distrutto quasi tutti i raccolti, le tempeste di polvere devastano le pianure, il mais è l’ultima coltura rimasta. La società ha abbandonato la scienza per tornare all’agricoltura di sopravvivenza, e perfino la storia viene riscritta — i bambini vengono insegnati che l’Apollo 11 fu una messinscena, un’operazione psicologica per indebolire l’Unione Sovietica.
In questo mondo degradato vive Cooper, ex pilota della NASA interpretato da Matthew McConaughey, che coltiva la terra insieme a suo figlio Tom e sua figlia Murph. Murph è ossessionata da un’anomalia gravitazionale nella sua stanza — una presenza misteriosa che sembra comunicare attraverso la polvere e i libri che cadono dagli scaffali. Cooper e Murph decodificano le coordinate e scoprono una base NASA segreta dove il professor Brand, interpretato da Michael Caine, sta lavorando al Piano A: sfruttare le anomalie gravitazionali per lanciare la razza umana nello spazio. E al Piano B, per sicurezza: un’arca con embrioni umani congelati.
Attraverso un wormhole comparso vicino a Saturno — apparentemente posizionato lì da qualcuno con intenzioni benevole — la spedizione Endurance raggiungerà un sistema planetario che orbita attorno a Gargantua, un buco nero supermassiccio. Tre pianeti da esplorare, tre possibili nuove case per l’umanità.
Il tema centrale non è la sopravvivenza della specie. È il tempo. E l’amore come forza che trascende il tempo. Nolan costruisce il film su una domanda filosofica profonda: è possibile che l’amore — qualcosa di così impalpabile e soggettivo — sia in realtà una forza fisica, misurabile, capace di attraversare dimensioni? La risposta del film è audace, quasi ingenua, ma proposta con una sincerità disarmante. Nolan ci crede davvero. E questa convinzione si sente in ogni scena.
Il sottotesto è ricco. Il film parla della responsabilità verso le generazioni future, del conflitto tra dovere e affetto, dell’hybris della scienza, del rapporto tra uomo e macchina — incarnato nell’ironico e memorabile TARS, il robot più umano del film. E parla della distanza, quella vera: non quella fisica tra stella e stella, ma quella emotiva tra chi parte e chi resta.
Regia e visione artistica
Nolan è uno di quei registi che non ti dà tregua. Non nel senso che stanca — nel senso che ogni inquadratura è una decisione precisa, ogni scelta sonora è calcolata, ogni ellissi temporale ha un peso narrativo. La sua regia in Interstellar raggiunge una maturità diversa rispetto a Inception o alla trilogia di Batman: c’è più silenzio, più respiro, più spazio per le emozioni.
Rispetto a Inception — costruito come un puzzle intellettuale preciso fino all’ossessione — Interstellar accetta l’ambiguità. Nolan lascia zone d’ombra, non chiude tutto, non spiega ogni cosa. È un film più emotivo, meno cerebralmente blindato, e proprio per questo più vulnerabile alle critiche — e più universale nell’impatto.
I riferimenti sono espliciti e dichiarati: 2001: Odissea nello Spazio di Kubrick aleggia su ogni sequenza spaziale, con HAL 9000 che si riverbera nel dialogo con TARS e CASE. Contact di Robert Zemeckis, con la sua riflessione sul rapporto tra scienza e fede, è un altro antecedente diretto. Ma Nolan non imita: assimila e trasforma.
Aspetti tecnici
Fotografia. Hoyte van Hoytema sostituì Wally Pfister — storico collaboratore di Nolan — e firmò una delle fotografie più straordinarie del cinema recente. Il film combina pellicola 35mm in Panavision anamorphic con sequenze girate in IMAX 70mm: più di un’ora del film è stata ripresa con le grandi macchine IMAX, montate perfino sul muso di un jet da combattimento. Il risultato è una qualità visiva quasi tattile nelle scene spaziali, con un contrasto netto tra la fotografia terrena — calda, polverosa, quasi sgranata — e quella cosmica, fredda e algida nella sua perfezione.
Colonna sonora. Hans Zimmer ha raccontato che Nolan gli consegnò non una sceneggiatura ma un biglietto scritto a mano: la storia di un padre che deve lasciare suo figlio. Nient’altro. Zimmer cominciò a comporre da quella sola immagine, creando una melodia per pianoforte e organo. Quando Nolan gli rivelò il resto del film, quella melodia era già il cuore della colonna sonora.
La scelta dell’organo a canne è rivoluzionaria: nessuno lo aveva mai usato così in un film non horror. Il suo suono — monumentale, sacrale, vibrante — riempie lo spazio cosmico come le volte di una cattedrale. Ma c’è un easter egg che solo i fan più attenti hanno scoperto: nel brano Mountains, che accompagna le sequenze sul pianeta di Miller, ogni click che si sente corrisponde esattamente a un giorno sulla Terra. Un utente di Reddit lo scoprì calcolando i BPM: ogni ora su Miller equivale a 7 anni sulla Terra, e Zimmer ha codificato questa dilatazione temporale nel ritmo stesso della musica. Un genio.
Effetti visivi. La rappresentazione di Gargantua è il punto più alto della storia degli effetti visivi scientificamente accurati. Kip Thorne forniò al team di Double Negative pagine di equazioni della relatività generale; gli ingegneri le tradussero in un software CGI completamente nuovo. Alcuni frame singoli richiederono oltre 100 ore di rendering. L’intero sistema arrivò a pesare circa 800 terabyte di dati. Il risultato — il disco di accrescimento luminoso che curva attorno al buco nero — fu così accurato che Thorne scrisse tre articoli scientifici basati su quello che aveva imparato guardando gli effetti visivi del film. Non è capitato spesso che Hollywood producesse ricerca astrofisica.
Scenografia. Per le sequenze terrestri, Nolan fece piantare 500 ettari di mais in Alberta, Canada, mesi prima dell’inizio delle riprese, per avere i campi all’altezza giusta. A fine riprese, il mais fu venduto, generando un piccolo profitto per la produzione. Il set del tesseratto — quella struttura a più dimensioni dove Cooper si trova nel finale — era fisicamente reale, non CGI: una struttura gigantesca costruita appositamente, con librerie che si allungavano e si stiravano per simulare le quattro dimensioni spaziali.
Il cast
Matthew McConaughey porta il film sulle spalle con una naturalezza disarmante. Reduce dall’Oscar per Dallas Buyers Club (2013) e dalla prima stagione di True Detective, era nel pieno della sua renaissance. Cooper non è un eroe da fumetto: è un uomo che piange, che sbaglia, che porta sensi di colpa che non riesce a depositare da nessuna parte. McConaughey rende tutto questo credibile senza mai scivolare nel melodramma.
Anne Hathaway è Dr. Amelia Brand, scienziata e astronauta, figlia del professor Brand. Il suo personaggio ha il compito ingrato di difendere l’amore come forza razionale — un monologo che divide gli spettatori da dieci anni. C’è chi lo trova commovente, chi artificioso. Hathaway lo recita con convinzione piena. Durante le riprese di una sequenza in acqua sul pianeta di Miller, rischiò l’ipotermia: Nolan, avvertito della situazione, ordinò di continuare a girare per finire la scena il prima possibile e portarla fuori dall’acqua nel minor tempo possibile. Una decisione controversa, ma emblematica del metodo di lavoro del regista.
Jessica Chastain è Murph adulta, e porta il peso emotivo più grande del film: quella rabbia silenziosa di una figlia abbandonata, che non ha mai smesso di aspettare una risposta. Michael Caine, storico collaboratore di Nolan, è il professor Brand — e la sua scena con il Dylan Thomas è tra le più intense del film. E poi c’è Matt Damon, in un cameo tenuto segreto fino all’uscita del film — il suo nome non apparve in nessun materiale promozionale, solo nei titoli di coda.
La produzione: storia di un film che quasi non nacque
Pochi sanno che Interstellar doveva essere diretto da Steven Spielberg. Il progetto nasce nel 2006 quando la Paramount annuncia un film di fantascienza basato su un trattato di Kip Thorne sui viaggi attraverso i wormhole. Jonathan Nolan viene incaricato di scrivere la sceneggiatura nel 2007. Ma il progetto si arena per anni, finché nel 2013 — con Spielberg uscito di scena — Christopher Nolan prende in mano tutto: riscrive la sceneggiatura insieme al fratello, ne fa qualcosa di profondamente suo, e porta in produzione un film che all’inizio non era nemmeno suo.
Il budget finale si assestò attorno ai 165 milioni di dollari, co-finanziati da Paramount e Warner Bros. Le riprese iniziarono il 6 agosto 2013 in Alberta, Canada, e si spostarono poi in California, Islanda (per il pianeta di ghiaccio) e Louisiana. Per le sequenze della tempesta di sabbia, il team si recò fisicamente nel bel mezzo di una vera tempesta — coerentemente con la filosofia di Nolan di preferire la realtà alla CGI ogni volta che è possibile.
Nolan montò le pesanti e ingombranti cineprese IMAX — che girano in un formato più che doppio rispetto al 35mm — persino sul muso di un jet da combattimento. Questa scelta, scomoda dal punto di vista logistico, produce quell’immediatezza fisica nelle sequenze di volo che nessun effetto digitale potrebbe replicare.
Accoglienza, premi e impatto culturale
Al botteghino, Interstellar incassò 188 milioni di dollari in Nord America e 517 milioni all’estero, per un totale mondiale di circa 731 milioni — con successive re-release che lo hanno portato oltre i 200 milioni domestici. Fu il decimo film più visto del 2014, e uno degli IMAX più visti di sempre: incassò 20,5 milioni di dollari solo nei cinema IMAX, superando ogni record precedente.
In Cina fu un fenomeno: 112 milioni di dollari nella prima uscita, seguito da una re-release nel 2020 che sfondò i 2,8 milioni in un solo giorno — il più alto incasso giornaliero per un film riportato in sala dopo il lockdown. Nel 2024, in occasione del decimo anniversario, Nolan lo ha riportato nelle sale in stampa 70mm IMAX: la re-release ha superato i 25 milioni di dollari worldwide.
Agli Oscar 2015 ricevette cinque nomination — Miglior Scenografia, Miglior Colonna Sonora, Miglior Montaggio Sonoro, Miglior Sonoro, Migliori Effetti Visivi — vincendo solo l’ultima. Molti critici, compreso chi scrive, trovano questa quasi esclusione dalle categorie principali uno degli sbagli più clamorosi dell’Academy degli anni recenti. In totale, nella stagione dei premi 2014-2015, il film vinse 44 premi su 148 nomination nelle manifestazioni di tutto il mondo.
Su IMDb è stabilmente nell’8.7 con oltre 2 milioni di voti — uno dei punteggi più alti per un film del decennio 2010. Su Letterboxd è tra i 250 film più votati di sempre. La critica invece fu più tiepida: 73% su Rotten Tomatoes, 74 su Metacritic. La divisione tra critica e pubblico dice tutto: Interstellar è un film che si sente prima di capirsi, e chi valuta a freddo spesso si perde quello strato.
Curiosità per cinefili
Il mais era vero. Nolan fece piantare 500 ettari di mais in Alberta mesi prima delle riprese, per avere i campi esattamente all’altezza desiderata. A fine produzione, il raccolto fu venduto generando un piccolo profitto.
Il finale originale era più cupo. In una versione precedente della sceneggiatura, il wormhole si chiudeva e Cooper moriva — con o senza riuscire a trasmettere i dati. Non ci sarebbe stata la scena finale dell’incontro con Murph anziana. Nolan optò per qualcosa di più aperto, ma non consolatorio.
TARS è una persona. Il robot dallo strano design modulare era fisicamente mosso sul set dall’attore Bill Irwin, che ne ha anche prestato la voce durante le riprese. La sua scelta di design — rettangoli articolati invece dell’androide antropomorfico classico — fu una decisione deliberata di Nolan per evitare ogni riferimento a HAL 9000 o a C-3PO.
Le equazioni sulla lavagna sono reali. Kip Thorne scrisse personalmente le equazioni che compaiono sulla lavagna del professor Brand, compreso il sistema di notazione. Sono equazioni verosimili, non inventate per sembrare scientifiche.
L’easter egg di Zimmer. Nel brano Mountains, i click del ritmo non sono casuali: ogni click corrisponde a una giornata terrestre. Zimmer ha codificato la dilatazione temporale del pianeta di Miller direttamente nella struttura metrica della musica. Lo scoprì un utente di Reddit, non un critico musicale.
Matt Damon era segreto. Il suo nome non comparì in nessun materiale promozionale. Apparve solo nei titoli di coda. Nolan riuscì a mantenere il segreto per tutta la fase di produzione e distribuzione.
Contesto storico e rilevanza oggi
Interstellar esce nel novembre 2014, in un momento in cui la narrativa sul cambiamento climatico sta diventando sempre più urgente. Il film anticipa — o forse amplifica — una certa angoscia collettiva sull’abitabilità del pianeta, sull’eredità che stiamo lasciando, sul prezzo che potrebbero pagare le generazioni future per le nostre scelte di oggi. In questo senso non è un film di evasione: è un film di confronto.
Nel 2024, a dieci anni dall’uscita, la sua rilevanza non è diminuita. Anzi: la scena della società post-verità che insegna ai bambini che l’Apollo 11 fu una messinscena suona oggi come una profezia. La scienza marginalizzata dalla politica, la conoscenza sacrificata alla sopravvivenza immediata: sono temi che il presente ha reso più urgenti di quanto Nolan forse immaginasse.
Valutazione finale
Interstellar non è un film perfetto. Il terzo atto può spiazzare, alcune spiegazioni sono prolisse, e il monologo di Brand sull’amore divide ancora oggi. Ma la perfezione non è quello che rende grande un film. È la grandezza. E Interstellar ha grandezza da vendere — nelle immagini, nella musica, nelle idee, nelle emozioni che genera.
È un film per chi ama il cinema che fa domande, per chi non si spaventa davanti a 169 minuti di impegno, per chi vuole essere commosso e stimolato allo stesso tempo. Non è per chi cerca un blockbuster di facile consumo. È per chi è disposto a stare nell’incertezza, a non avere tutte le risposte, a lasciarsi trasportare da qualcosa di più grande.
Io ci torno ogni volta che ho bisogno di ricordare perché amo il cinema. E ogni volta, da qualche parte nel film, mi ritrovo con gli occhi lucidi per ragioni che non riesco mai del tutto a spiegare. Forse è la scena dei messaggi video. Forse è il momento in cui Cooper entra nel tesseratto. Forse è solo Hans Zimmer che suona quelle note di organo che sembrano venire dallo spazio.
Forse non importa il perché. Importa che succede.
| Fonte | Voto |
|---|---|
| IMDb | 8.7 / 10 |
| Rotten Tomatoes (critici) | 73% |
| Rotten Tomatoes (pubblico) | 86% |
| Metacritic | 74 / 100 |
| Il mio voto | ⭐ 9.5 / 10 |
Alberto
Dove vederlo: Netflix · Prime Video
Rispondi