di Francis Lawrence | 2007 | Fantascienza / Thriller | 101 min

Prima impressione
Ci sono film che ti insegnano qualcosa sulla solitudine prima ancora di finire. Io sono leggenda è uno di questi. Non è un film horror nel senso classico del termine — anche se i mostri ci sono, anche se le scene notturne fanno paura. È soprattutto un film su un uomo solo, sulla routine come ancora di sopravvivenza, sul peso di essere l’ultimo a ricordare com’era il mondo.
La prima volta che l’ho visto, la cosa che mi ha colpito di più non era l’azione — era il silenzio. Will Smith che cammina per una New York deserta con il suo cane, caccia i cervi a Central Park, registra messaggi radio nel vuoto. Quella mezz’ora iniziale, quasi senza dialogo, è il cuore del film. Il resto, con i vampiri e i colpi di scena, è un involucro che serve a reggere quella storia interiore.
Trama e temi
Siamo nel 2012. Un virus geneticamente modificato — creato per combattere il cancro — si è trasformato in una catastrofe globale. La stragrande maggioranza degli esseri umani è morta o si è trasformata in mutanti fotofobici e aggressivi. Robert Neville (Will Smith), brillante virologo militare, è immune. Vive da solo a New York con la sua cagna Samantha, esce di giorno, si barrica di notte e cerca incessantemente un antidoto.
Il tema principale non è la sopravvivenza fisica: è la solitudine come condizione esistenziale. Neville parla con i manichini al negozio, lascia messaggi radio nello stesso posto ogni giorno, mantiene una routine rigida perché la routine è l’unica cosa che distingue la vita dalla sopravvivenza pura. L’arrivo di Anna (Alice Braga) introduce poi il secondo tema: la fede contro il razionalismo scientifico. Un dibattito che il film lascia aperto — e fa bene.
Regia e visione artistica
Francis Lawrence costruisce un film che funziona su due velocità completamente diverse. La prima ora è lenta, contemplativa, quasi silenziosa: la New York deserta è una presenza fisica, quasi un personaggio. La seconda parte accelera verso l’azione e il sacrificio finale.
La scelta di girare davvero a New York — svuotando strade reali all’alba, con migliaia di comparse — dà al film una credibilità visiva rara nel genere. Non sembra un set: sembra una città morta. I cervi a Central Park, l’erba sull’asfalto, i ponti bloccati dalle macchine abbandonate. Il limite principale è la CGI dei mutanti: generati completamente in digitale, sembrano usciti da un videogioco. È il contrasto più stridente del film — quella stessa New York iperrealista, con creature che non ci credi.
Aspetti tecnici
Fotografia. Andrew Lesnie — lo stesso direttore della fotografia della trilogia del Signore degli Anelli — è il punto di forza tecnico. La New York diurna è luminosa, quasi irreale nella sua bellezza deserta. Quella notturna è buia, claustrofobica, opprimente. La differenza cromatica tra giorno e notte non è solo estetica: è narrativa. Il giorno è la vita. La notte è ciò che rimane.
Colonna sonora. James Newton Howard firma temi melanconici che accompagnano la solitudine di Neville senza mai sopraffarla. Discreta, mai invadente — esattamente quello che serve a un film che vive di silenzi.
Il cast
Questo è il film di Will Smith. In senso letterale: per quasi tutta la durata è solo, senza sponde, senza colleghi con cui giocare. E lo regge. Smith sfoggia una fisicità impressionante — il personaggio si allena ossessivamente — ma soprattutto costruisce una dimensione emotiva autentica: il dolore dei flashback, la tenerezza verso Samantha, la routine quasi liturgica dei giorni solitari.
Un aneddoto: Smith confessò di aver tentato di adottare la cagna che interpretava Samantha, ma non ci riuscì per ragioni logistiche. Il rapporto tra uomo e cane nel film non sembra recitato perché, in qualche misura, non lo era. E la scena della morte di Samantha è tra le più devastanti del film — più di qualsiasi sequenza coi mostri.
Curioso: Emma Thompson appare in un cameo non accreditato come la dottoressa che annuncia al mondo la cura per il cancro nelle scene televisive d’apertura. Nicolas Cage era stato considerato per il ruolo di Neville nelle prime fasi di sviluppo. Una versione del film molto diversa, probabilmente.
La produzione
Il romanzo di Richard Matheson, pubblicato nel 1954, era già stato adattato due volte: L’ultimo uomo della Terra (1964) con Vincent Price e 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra con Charlton Heston. La versione del 2007 è la più fedele nella forma ma la più lontana nello spirito: il finale del romanzo — cinico e filosoficamente potente — viene sostituito con qualcosa di più hollywoodiano.
Nel romanzo il titolo ha un significato preciso e devastante: Neville è la leggenda per i vampiri, il mostro che entra nelle loro case di giorno e li uccide nel sonno. È lui il mostro, in un mondo dove i vampiri sono la nuova normalità. Il film cinematografico tocca appena questa idea — ma il finale alternativo, circolato su internet poco dopo l’uscita, la sviluppa in modo molto più fedele. Ed è quello che preferisco.
Svuotare le strade di Manhattan ha richiesto operazioni logistiche enormi, condotte all’alba della domenica mattina. Il risultato visivo vale ogni sforzo.
Accoglienza, premi e impatto culturale
Al box office fu un successo clamoroso: 150 milioni di budget, oltre 585 milioni incassati nel mondo. Record d’apertura per il mese di dicembre. La critica fu più divisa: 68% su Rotten Tomatoes, 65/100 su Metacritic, 6.9/10 su IMDb. Il consenso riconosce la grande prestazione di Smith e l’efficacia della prima parte, ma contesta la CGI e il finale che tradisce il romanzo.
Poi è arrivato il 2020. Le immagini di Manhattan durante il lockdown di marzo sembravano fotogrammi del film — e milioni di persone lo hanno rivisto con occhi completamente diversi. Quella New York deserta è diventata un’immagine che conoscevamo già. È raro che un film trovi una seconda vita così potente, per ragioni così inaspettate.
Curiosità per cinefili
Il doppio significato del titolo. Nel film Neville afferma che Legend di Bob Marley è il miglior album mai realizzato. Il titolo in inglese — I Am Legend — gioca su un doppio livello: il personaggio e l’album. Non è una coincidenza casuale.
Willow Smith. La figlia di Will appare nei flashback nei panni della figlia del protagonista, di nome Marley — non casuale, dato il tema Bob Marley che attraversa tutto il film.
Il finale alternativo è il finale vero. Nella versione alternativa i mutanti hanno sviluppato una società propria: l’Uomo Alpha ha attaccato Neville per liberare la femmina che lui aveva catturato per gli esperimenti. Neville capisce di essere lui il mostro — e li lascia andare. È esattamente ciò che Matheson aveva scritto nel 1954. Quella è la leggenda vera.
Contesto storico e rilevanza oggi
Uscito nel 2007, il film anticipa tematiche diventate urgentissime pochi anni dopo: pandemie virali, collasso della civiltà urbana, il confine labile tra scienza che salva e scienza che distrugge. Il virus nasce come cura al cancro e diventa apocalisse — una metafora che nel 2020 molti hanno riletto con occhi diversi.
Ma la domanda filosofica più profonda — chi è davvero il mostro, chi decide cos’è normale — rimane quella del romanzo di Matheson del 1954. E non ha ancora una risposta.
Valutazione finale
Vado molto sopra la critica con questo voto, e lo so. Ma Io sono leggenda ha qualcosa che pochi film del suo genere riescono a fare: ti fa sentire davvero solo. Non è un effetto ottico. È che Will Smith in quei primi cinquanta minuti costruisce una quotidianità così precisa, così umana, che quando qualcosa si rompe — e si rompe — senti la perdita.
I difetti ci sono: la CGI invecchia male, il finale cinematografico tradisce il romanzo, la seconda parte è meno coraggiosa della prima. Ma quei momenti iniziali — Neville solo, il cane, la New York morta, i messaggi radio nel vuoto — pesano più di tutti i difetti messi insieme. E rimangono.
| Fonte | Voto |
|---|---|
| IMDb | 6.9 / 10 |
| Rotten Tomatoes (critici) | 68% |
| Metacritic | 65 / 100 |
| Il mio voto | ⭐ 8.3 / 10 |
Alberto
Dove vederlo: Prime Video · Netflix
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